Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Vertigini”

mde

“A Vienna il dottor K. prende alloggio all’Hotel Matschakerhof, per simpatia verso Grillparzer, che si fermava sempre lì per pranzo. Un gesto di deferenza destinato, purtroppo, a dimostrarsi inefficace. Per quasi tutto il tempo il dottor K. si sente malissimo. Soffre di un senso d’oppressione e di disturbi visivi. Benché disdica i suoi appuntamenti ogni volta che può, si ritrova di continuo in mezzo a una quantità spaventosa di gente – così almeno gli sembra. Siede a tavola con gli altri come un fantasma, ha gravi attacchi di claustrofobia e da ogni sguardo che lo sfiora si crede indagato sin nel profondo. Accanto a lui, quasi a gomito, c’è Grillparzer, ormai decrepito. Fa delle brutte smorfie e a un certo punto gli posa addirittura una mano sul ginocchio. Durante la notte il dottor K. ha una crisi. La storia di Berlino continua a tormentarlo. Inutilmente si rigira nel letto, si mette delle compresse fredde sulla fronte, rimane a lungo alla finestra, guarda la via e vorrebbe giacere giù, di qualche piano, nella terra. Impossibile – annota il giorno dopo – condurre l’unica vita possibile, una vita in comune con una donna, ciascuno dei due libero, ciascuno per sé, senza matrimonio né di diritto né di fatto, vivere solamente insieme, impossibile compiere l’unico passo lecito oltre l’amicizia virile, perché lì, appena superato il limite stabilito, già si alza il piede che ti schiaccerà al suolo.”

(W. G. Sebald, “Vertigini”, ed. Adelphi)

Se “Austerlitz”, letto qualche giorno fa, mi aveva fatto “scoprire” le doti narrative di Sebald con colpevole ritardo, “Vertigini” mi ha confermato la sua abilità nell’avvincere il lettore alle storie raccontate, in questo caso quattro racconti aventi come tema comune il viaggio, nella sua accezione più ampia.

I viaggi oggetto del libro, infatti, sono anche da intendersi come puro spostamento fisico dei protagonisti, ma  soprattutto rappresentano l’occasione per escursioni mentali in uno spazio-tempo condensato, nel quale presente e passato si fondono in un intreccio di ricordi, citazioni, digressioni, vicende di personaggi famosi. Il primo racconto s’intitola “Beyle e lo strano fenomeno dell’amore” ed è incentrato su Henri Beyle, cioè Stendhal, accompagnato da Sebald nel suo percorso attraverso le Alpi, nell’anno 1800, quando il futuro scrittore è un giovanissimo soldato napoleonico che poi, una volta in Italia, comincerà a scoprire le meraviglie e le ambiguità dei sentimenti amorosi, che poi riverserà nei suoi romanzi e nel suo trattato sull’amore.

Il secondo è “All’estero” e concerne alcuni viaggi che il narratore/autore fece da Vienna a Milano, passando per Venezia e Verona. Sebald mescola, a ricordi personali, ampie e gradevoli parentesi nelle quali inserisce aneddoti su Kafka e in particolare su Casanova, incarcerato a Venezia secoli prima. Magistrale, inoltre, una pagina nella quale, trattando della solitudine nella folla all’interno delle stazioni ferroviarie, lo scrittore descrive un assalto al buffet. A Franz Kafka è dedicato il terzo scritto, “Il dottor K. in viaggio alle terme di Riva” nel quale è appunto descritto un viaggio, di lavoro e per motivi di salute, che Kafka fu costretto ad intraprendere verso l’Italia, nel settembre 1913, passando per Venezia e per Desenzano, prima di raggiungere un medico. Per gli amanti di Kafka, come me, sono pagine a tratti toccanti, specie quando Sebald riesce a descrivere lo stato malinconico che Kafka riversa nella lettere a Felice Bauer.

Infine, il cerchio narrativo si conclude con “Il ritorno in patria”, che vede Sebald negli Ottanta intenzionato a tornare verso l’Inghilterra, sua patria adottiva, dall’Italia, ove si trovava come narrato nel secondo racconto. Prima di giungere in Inghilterra, però, avrà modo di passare per “l’atmosfera fosca” del Tirolo e di fermarsi nella cittadina di W., luogo d’origine dei suoi genitori, nel quale incontrerà personaggi variegati, descritti con un sapiente dosaggi d’ironia e malinconia.

“L’impeto con cui quei camerieri, per il resto così misurati, distribuivano sulla superficie in marmo del buffet bicchieri, piattini e posacenere era tale da far credere che volessero sfidarne ogni resistenza. Mi fu servito il cappuccino, e per un attimo ebbi la sensazione di aver riportato, con questo onore, la più grande vittoria della mia vita. Traendo un profondo respiro mi guardai intorno e subito capii l’equivoco, perché quelli che mi circondavano avevano l’aspetto – come allora ben mi resi conto – di una vasta cerchia di teste mozze. Se uno dei camerieri inamidati le avesse spazzate via dalla liscia superficie del marmo con un ampio movimento del braccio, e tutte, non esclusa la mia, fossero tombolate nella fossa di uno scorticatoio, non mi sarei stupito, anzi ancora al momento del trapasso lo avrei giustificato, visto che l’inequivocabile scopo di quelle teste era in definitiva soltanto – si potrebbe dire – di tracannare o ingurgitare.”  

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