Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La steppa” (Anton Cechov)

sdr

“Di certo avete udito parlare di lui. Si faceva notare perché non usciva nemmeno col bel tempo se non con il parapioggia, con le soprascarpe e con un abito foderato. Il suo parapioggia aveva la fodera, il suo orologio aveva un astuccio di pelle grigia, il suo temperino, quando lo tirava fuori per temperare la matita, aveva anch’esso un astuccio; pareva che stesse in una fodera perfino il suo viso, perché egli lo nascondeva sempre nel bavero rialzato. Portava occhiali affumicati, un panciotto di lana; metteva cotone nelle orecchie e, prendendo una vettura, faceva tirar su il soffietto. In breve, si osservava in costui il desiderio irresistibile e costante di rannicchiarsi il più possibile in un guscio: di costruirsi, per così dire, un astuccio che lo isolasse e lo riparasse dagli influssi esterni. La realtà lo sgomentava, lo urtava, lo teneva in una perpetua emozione; e forse era per giustificare il suo sgomento o disgusto del reale, che instancabilmente vantava ciò ch’è passato ed inesistente.”

(Anton Cechov, racconto “L’uomo nell’astuccio” in “La steppe”, ed. Garzanti, 1966)

Ho trovato “La steppa”, selezione di racconti cechoviani, edizione Garzanti del 1966, in una rivendita di libri usati, dove era finita facendo chissà quali giri strambi. A parte il fascino che i volumi lisi dal tempo esercitano su di me, sul quale mi sono soffermato tempo fa su questo delirante blog, devo qui ribadire la mia gigantesca e certo non originale stima per Cechov, i cui racconti sono un magistrale dell’arte narrativa “breve”. La grandezza e la freschezza delle storie raccontate dall’autore russo sono tali da avermi fatto dimenticare quali dei racconti contenuti in questa raccolta avessi già letto in passato.

L’occhio di Cechov è clinico ma poetico, oppure poetico ma clinico, poco importano tali sottigliezze. I racconti, sia pure ambientati nella Russia della seconda metà dell’Ottocento, suonano moderni all’orecchio del lettore, che si tratti di un professore ormai conscio di dover morire, di una donna in carriera benefattrice ma sola, di un diciassettenne alle prime disillusioni amorose o di un uomo che vive “in un astuccio”, schiavo dei suoi pregiudizi etici.

Cechov è sottile analista delle debolezze umane, ma lo è con ironia, empatia, malinconia, insomma con poesia e questi mi paiono motivi più che sufficienti per suggerirvi di leggerlo.

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