Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“L’altra figlia” (Annie Ernaux)

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“Soltanto oggi mi pongo una domanda, pur così semplice, che non mi è mai venuta in mente: perché non li ho mai interrogati su di te, in nessun momento, nemmeno da adulta e quando sono diventata madre a mia volta? Perché non dir loro che sapevo? Gli interrogativi ritardati, intimi o collettivi che siano, rivelano solo che era impossibile porsi prima quella domanda. Negli anni Cinquanta, secondo una regola implicita era impossibile interpellare i genitori, o gli adulti in generale, su ciò che non volevano che sapessimo ma che in realtà sapevamo già. La domenica d’estate dei miei dieci anni ho ricevuto il racconto e la legge del silenzio. Se non volevano che sapessi della tua esistenza, allora voleva dire che non dovevo chiedere nulla. Adeguarmi al loro desiderio della mia ignoranza su di te. Ho l’impressione che trasgredire la legge – ma non mi è nemmeno mai saltato in mente di farlo – sarebbe equivalso a pronunciare un’oscenità davanti  a loro, scatenando un putiferio e un castigo inusitato che ora associo alla frase del padre di Kafka a suo figlio per come la riporta quest’ultimo nella Lettera al padre, frase che ho subito ricopiato la prima volta che l’ho letta, a ventidue anni, sul mio letto dello studentato, ti squarto come un pesce.

(Annie Ernaux, “L’altra figlia”, L’Orma editore)

Nello scrivere le mie impressioni su “L’altra figlia” di Annie Ernaux, autrice che avevo conosciuto grazie a “Il posto”, devo premettere che questo romanzo breve mi ha commosso e ciò mi basta a suggerirvi la lettura di questo libro, una sorta di lettera indirizzata dalla scrittrice a una sorella mai conosciuta, nata e morta prima di lei e della cui esistenza viene a sapere per caso, a dieci anni, ascoltando la madre che parla con una terza persona.

Il romanzo, dunque, è un toccante e impossibile dialogo, che si risolve in un monologo, tra chi scrive, scendendo nei proprio abissi interiori alla ricerca di ricordi che non ha e non può avere, non avendo conosciuto la sorella morta, e la morta, della quale esistono solo alcune fotografie e della cui esistenza i genitori avevano tenuto all’oscuro la scrittrice. Il tentativo di sublimare tutto nella scrittura, però, è arduo, perché alla Ernaux sembra di “rincorrere un’ombra”, eppure è magistrale nel descrivere, in poche ma efficaci parole, il dolore di non poter comprendere il dolore che avevano provato i suoi genitori nel perdere l’altra figlia.

In definitiva, fermandomi dall’aggiungere ulteriori parole che non renderebbero la bellezza di questo romanzo, ne consiglio la lettura e suggerisco anche l’altro, il già citato “Il posto”.

“Questa lettera – è evidente – non è destinata a te, e tu non la leggerai. Saranno altri a riceverla, dei lettori, che mentre scrivo sono invisibili quanto lo sei tu. Eppure un residuo di pensiero magico dentro di me vorrebbe che, in maniera inconcepibile, analogica, questa lettera ti raggiungesse come la notizia della tua esistenza mi ha raggiunta una domenica d’estate, forse la stessa in cui Pavese si suicidava a Torino in una camera d’albergo, tramite un racconto di cui a mia volta non ero la destinataria.”

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2 pensieri su ““L’altra figlia” (Annie Ernaux)

  1. bellissimo, come gli altri. Amo molto questa autrice e mi fa piacere che anche tu l’apprezzi!

  2. Ho letto solo Il posto di questa scrittrice ma lo trovai molto belle e toccante!!! A differenza del suo connazionale Modiano lei è più tra le mie corde

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