Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Čevengur” (Andrej Platonov)

“L’esattezza di questa speranza risiedeva nel fatto che se la cosa essenziale – restare vivi e integri – era riuscita, allora sarebbe riuscito tutto il resto e qualsiasi altra cosa, anche se fosse stato necessario condurre il mondo intero alla sua ultima tomba: ma se l’essenziale era stato realizzato e vissuto, e non era stata incontrata la cosa di cui più si abbisognava – non la felicità, ma la necessità -, allora nella vita che restava da vivere non si sarebbe più fatto in tempo a trovare quel che andava perduto, magari quella cosa smarrita era completamente scomparsa dal mondo: molti uomini avevano percorso tutte le strade, aperte e impraticabili, e non avevano trovato nulla.”

(Andrej Platonov, “Čevengur”, ed. Einaudi)

Dopo mesi di distrazioni variegate dalle letture e conseguenti deliranti post su questo blog, torno a scrivere impressioni sui libri letti e riparto da “Čevengur” di Andrej Platonov, autore di cui non avevo mai letto alcunché, ma attorno al quale ronzavo da qualche tempo.

“Molte cose di questo romanzo restano nella memoria con la prepotenza coesiva delle cose poeticamente indimenticabili”, questo un giudizio di Pier Paolo Pasolini, riportato nel retro di copertina dell’edizione Einaudi che ho acquistato. Di fronte a siffatto autorevole parere, potrei tacere, ma un po’ di sadismo mi spinge a infliggervi altre parole, partendo dal presupposto che condivido il giudizio di Pasolini circa la poeticità di molte immagini che Platonov crea.

Il romanzo, scritto a metà degli anni ’20 del Novecento, ma pubblicato molti decenni dopo, è ambientato all’epoca delle Rivoluzione russa e racconta, sintetizzando, i sogni e i sentimenti di un’umanità misera, degli ultimi che, avvinti da uno slancio utopico, si dirigono verso Čevengur, luogo immerso nella steppa nel quale gli ideali rivoluzionari sembrano aver trovato una loro realizzazione. La realtà, però, è diversa e anche a Čevengur i bambini continuano a morire, non basta credere nel socialismo del sole, così come i “comitati rivoluzionari provinciali”, il “sentimento rivoluzionario” e i cavalli chiamati “Forza Proletaria” non sono sufficienti a garantire una felicità sempre rimandata né ad appagare desideri umani, troppo umani e dunque anche egoistici.

Il libro mi è piaciuto tanto nella parte iniziale e in quella finale, mentre ho avuto qualche momento di stanchezza nel mezzo, non so se dovuta a una mia temporanea predilezione per le storie più brevi (cosa di cui dubito, essendo abituato a “mattoni” ben più corposi) oppure a un’effettiva minore efficacia della narrazione. Senza addentrarmi nella descrizione di singoli personaggi, ai quali eventualmente vi affezionerete da soli, chiudo consigliando “Čevengur” a chi non ha paura di perdersi nella steppa e nelle lungaggini di un bel tomo russo.

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