Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“L’integrazione” (Luciano Bianciardi)

bianciardi

“Prima di tutto mi disse che ero un provinciale. Cosa mi credevo? Che la grande città fosse quel luogo di meraviglie e di godurie che credono certi, quelli che amano viaggiare? No, la grande città era proprio così, invece: un posto duro, cattivo, teso, assillato: tanta gente che corre, che si dibatte, che ti ignora, deve arrivare.

– Arrivare dove? – chiesi.

– Chi lo sa? A pagare la tratta che scade, forse, a trovare i soldi per concedersi questo dubitabile vantaggio, provinciale anch’esso, di vivere nella grande città. Guardali in faccia: stirati, con gli occhi della febbre, dimentichi di tutto tranne che dei soldi che ci vogliono ogni giorno, e che servono soltanto quanto basta per stare in piedi, per lavorare, trottare ancora, e fare altri soldi. Un giro vizioso. E la tragedia sta proprio nel fatto che di questo loro non si avvedono, si ritengono privilegiati. Ascoltali, provocali, e sentirai la sicumera di questa gente, solo perché abita nella grande città. Questi sono i ceti medi italiani, avviliti dal padrone, e insieme sollecitati a muoversi nella direzione che più fa comodo al padrone. Neanche i loro bisogni sono genuini: pensa la pubblicità a fabbricarglieli, giorno per giorno. Tu vorrai il frigorifero, dice la pubblicità, tu la macchina muova, tu addirittura una faccia nuova. E loro vogliono quello che il padrone impone, e credono che sia questa la vita moderna, la felicità. Sgobbano, corrono come allucinati dalla mattina alla sera, per comprarsi quello che credono di desiderare; in realtà quel che al padrone piace che si desideri.”

(Luciano Bianciardi, “L’integrazione”, ed. Feltrinelli)

 “L’integrazione” può essere considerato una sorta di seconda tessere di un mosaico composto dall’antecedente “Il lavoro culturale” e dal successivo “La vita agra”, quest’ultimo a mio parere il più riuscito. Il protagonista è Luciano Bianchi, alter-ego dell’autore, che assieme al fratello Marcello si trasferisce dalla provincia toscana a Milano, con l’obiettivo di compiere una “mediazione” tra il mondo provinciale e quello del boom economico metropolitano, nell’Italia dei primi anni Sessanta.

Pur senza la carica sarcastica che contraddistinguerà “La vita agra”, anche in questo romanzo Bianciardi è abile nel fare satira sull’industria culturale, narrandoci le surreali riunioni di redazione, con discussioni su virgolette e propositi velleitari di lanciare una fantomatica “grossa iniziativa” culturale. Il romanzo è molto divertente e si legge tutto d’un fiato, sebbene, lo ribadisco, non abbia quel furore corrosivo che caratterizza “La vita agra”.

“Il tram non ammetteva indugi, perché conducente e fattorino dosavano con parsimonia l’apertura delle porte scorrevoli; una brevissima sosta e poi la corsa ricominciava. Capitava così, a volte, che il passeggero più lento o meno avveduto a scendere restasse con un braccio o una gamba imprigionata dentro, e la vettura allora se lo trascinava dietro a corsa. Era goffo e pietoso insieme lo spettacolo di qualche vecchietta, costretta a trottare in quel modo da una fermata all’altra, senza nemmeno più la voce per lanciare un urlo e costringere il tram a fermarsi. Era anche pericoloso, ma d’altro canto non si poteva chiedere una fermata in più oltre quelle stabilite dall’orario e dal regolamento, severissimo, e solo per i comodi di un viaggiatore poco sveglio. Sarebbe stato contro l’interesse degli altri passeggeri, la maggioranza, che non aveva tempo da perdere. Fu allora che qualcuno propose – ma poi non se ne fece di nulla, perché una parte dell’opinione pubblica fu decisamente contraria – di mettere a ogni fermata un funzionario apposta, munito di un paio di robuste cesoie, che rapidamente resecasse quelle appendici inopportune, braccia e gambe, sporgenti oltre la sagoma della vettura, mettendo in pericolo la vita di qualcuno, ed insieme, quel che più conta, intralciando e ritardando la corsa.”

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