Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Ho sposato un comunista” (Philip Roth)

ho-sposato

“- C’erano delle notti in cui non riuscivo a dormire. Dicevo a Doris: <<Perché non la lascia? Perché non è capace di lasciarla?>> E sai cosa rispondeva Doris? <<Perché è come tutti gli altri: ti rendi conto di una cosa solo quando è passata. Perché tu non lasci me? Tutte le cose che impediscono alla gente di andare d’accordo: forse che non le abbiamo anche noi? Abbiamo delle discussioni. Abbiamo delle divergenze. Abbiamo quello che hanno tutti: un pizzico di questo e un pizzico di quello, le piccole offese che si accumulano, le piccole tentazioni che si accumulano. Credi che non sappia che ci sono delle donne che si sentono attratte da te? Insegnanti a scuola, donne del sindacato, che provano una forte attrazione per mio marito? Credi che non sappia che c’è stato un anno, dopo il tuo ritorno dalla guerra, in cui non sapevi perché stavi ancora con me, in cui ogni giorno ti chiedevi: <<Perché non la lascio?>> Eppure non l’hai fatto. Perché in genere la gente non lo fa. Tutti sono insoddisfatti, ma in generale le persone non si lasciano. Soprattutto le persone che hanno già fatto questa esperienza, com’è capitato a te e a tuo fratello. Uno che passa quello che avete passato voi dovrebbe apprezzare moltissimo la stabilità. Probabilmente sopravvalutarla. La cosa più difficile del mondo è tagliare il nodo della tua vita e partire. La gente si rassegna a diecimila adattamenti, fino al più patologico dei comportamenti. Perché, emotivamente, un uomo come lui deve sentirsi legato a una donna come lei? La solita ragione: le loro tare quadrano. Ira non può lasciare quella donna più di quanto possa lasciare il Partito Comunista.>>”

(Philip Roth, “Ho sposato un comunista”, ed. Einaudi)

Ambientato prevalentemente negli Usa del secondo dopoguerra, all’epoca del cosiddetto “maccartismo”, “Ho sposato un comunista” di Philip Roth è l’ennesima prova dell’abilità narrativa del grande romanziere. La storia raccontata è quella che vede protagonista principale Ira Ringold (alias Iron Rinn), proletario di estrazione, attivista sindacale, attore radiofonico, ma soprattutto comunista convinto eppure sposato con Eva Frame, bella, ricca, ex diva del cinema, snob e infine tremenda vendicatrice di un’America per niente ben disposta verso coloro che simpatizzavano per Stalin e soci. “Ho sposato un comunista”, infatti, non è solo il titolo del romanzo di Roth, ma è anche, anzi perlopiù, il libro con cui la donna smaschera, denuncia, annichilisce il marito.

Tutta la storia ci è narrata a più voci, ma principalmente, decenni dopo, da Murray, il fratello di Ira, che andando a ritroso nel tempo racconta a Nathan, lo scrittore alter-ego di Roth, di come una storia d’inganni, livori, tradimenti e falsità coniugali si sia intrecciata con temi di politica internazionale ben più vasti. La questione del comunismo di Ira, infatti, si sovrappone alla umiliazioni e vendette reciproche di una coppia mal assortita sin dall’origine, quale è quella tra il fanatico comunista Ira e la diva rancorosa. Al solito, Roth è magistrale nell’alternare il registro tragico a quello più lieve, irriverente, sarcastico, nonché a indurci a riflessioni su altri temi, quali il potere della stampa, capace di demolire intere vite umane in nome di battaglie ideologiche, oppure ancora sulla cieca assuefazione che può indurre un uomo dai nobili intenti a travalicare i confini e divenire un potenziale/reale assassino.

Sarebbe ingiusto aggiungere altro circa la trama, oltre che indegno dell’abilità di un “mostro” come Roth, motivo per cui mi fermo dallo scrivere queste mie impressioni, suggerisco la lettura di questo romanzo e aggiungo in coda un altro estratto dallo stesso.

“Ira presumeva di essere virtuoso. Nel complesso, io ero convinto che lo fosse: un altro innocente cooptato in un sistema che non capiva. Difficile credere che un uomo che attribuiva tanta importanza alla propria libertà potesse permettere al dogmatismo di dominare i suoi pensieri. Invece mio fratello si umiliò intellettualmente nello stesso modo in cui si umiliarono tutti. Politicamente ingenui. Moralmente ingenui. Non volevano guardare in faccia la realtà. Chiudevano gli occhi, gli Ira, davanti all’origine di ciò che vendevano e celebravano. Ecco una persona la cui forza più grande consisteva nella capacità di dire no. Non aveva nessuna paura di dire di no e te lo diceva in faccia. Ma al partito non seppe mai dire altro che <<sì>>.”

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2 pensieri su ““Ho sposato un comunista” (Philip Roth)

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