Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Gli addii” (Juan Carlos Onetti)

onetti-addii

“Così rimanemmo, io e l’uomo, virtualmente sconosciuti l’uno all’altro, come all’inizio; molto di rado, qualche pomeriggio, si sistemava nell’angolo del bancone per ripetere il suo profilo sopra la bottiglia di birra – di nuovo con il suo rigoroso abito da città, cravatta e cappello – per battersi con me nel consueto duello mai dichiarato: lui che lottava per farmi sparire, per cancellare la testimonianza di un fallimento e disgrazia che io mi ostinavo a presentargli; e io che lottavo per la dubbia vittoria di convincerlo del fatto che era tutto vero, malattia, separazione, disfacimento. Entrava e mi guardava negli occhi, con l’accenno di un sorriso che gli risparmiava il saluto, e smetteva di guardarmi subito dopo aver ricevuto le lettere; le riponeva nella tasca della giacca, cercando di non affrettarsi e di non inciampare, la testa e il corpo immobili, fingendo che nulla avessero a che fare con le cinque dita che armeggiavano sopra le buste. A volte chiedeva una birra; a volte ringraziava e se ne andava; e allora sì che arrivava a sorridere davvero, e con questo sorriso e con la voce della gratitudine tentava solo di tranquillizzarmi, di dirmi che io non ero responsabile di quello che gli avrebbero detto le lettere.”

(Juan Carlos Onetti, “Gli addii”, ed. Sur)

Sono giunto a Juan Carlos Onetti grazie al prezioso consiglio di un mio amico, che ai miei suggerimenti di stampo sudamericano (Julio Cortázar e Roberto Bolaño) ha contrapposto proprio Onetti, oltre a Roberto Arlt. Su quest’ultimo ancora non posso dire alcunché, non avendo ancora letto un suo libro, mentre Onetti mi ha colpito molto con “Gli addii”, romanzo breve pubblicato per la prima volta nel 1954. Parto dalla premessa generale che se un libro mi fa venire gli occhi lucidi, significava: a) è un gran libro; b) sono in una particolare predisposizione d’animo; c) entrambe le cose. Detto ciò, “Gli addii”, specie nel finale, mi ha fatto questo effetto, dunque questo già di per sé sarebbe un motivo valido per consigliarlo.

Come si può intuire dal titolo, il tema principale del romanzo è la morte, il distacco dall’esistenza e dai rapporti che la caratterizzano. Non è facile trattare un tema così potente con la giusta delicatezza e senza scadere nella retorica, ma Onetti è abile proprio in ciò, nel costruire una storia poetica, struggente ma che al tempo stesso si legge senza angoscia. Il protagonista del romanzo è un ex giocatore di pallacanestro che, misterioso e sfuggente, giunge in un piccolo paese all’apparenza per curarsi dalla tubercolosi che l’ha colto a soli quarant’anni. La narrazione dell’arrivo dell’ospite è affidata al locandiere paesano, con la frammentaria collaborazione di altri personaggi collaterali, dall’infermiere pettegolo alla cameriera dell’albergo dove è ospitato l’uomo.

Il malato, tuttavia, sembra essere indifferente verso la terapia proposta dal dottore, che suggerisce un ricovero in sanatorio di alcuni mesi. Non crede nell’importanza della cura e la questione non cambia neanche con l’arrivo di due misteriose donne, che si alternano al suo fianco e danno voce alle chiacchiere del popolo. Una donna matura, con occhiali scusi, accompagnata da un bambino; un’altra molto più giovane. Il narratore/locandiere ci guida alla scoperta di quale mistero eventualmente nascondano le due donne, quale sia il loro rapporto con l’uomo, perché egli, oltre alla camera d’albergo, abbia preso in affitto anche un villino. È chiaro che a questo punto la mia descrizione del libro deve arrestarsi, perché rovinerei la lettura a chi dovesse prestare ascolto a queste mie impressioni.

Ribadisco soltanto, in chiusura, la contentezza nell’aver scoperto, grazie a un suggerimento, Juan Carlos Onetti, del quale certamente leggerò altre opere prossimamente.

“Io li ascoltavo raccontare e ricostruire l’epilogo; pensavo al pezzo di terra, alto, accidentato, dove vivevamo, alle storie degli uomini che l’avevano abitato prima di noi; pensavo a quei tre e al bambino, che erano venuti in questo paese per rinchiudersi e odiare, discutere e risolvere un passato comune che nulla aveva a che vedere con la terra che stavano calpestando. Pensavo a queste cose e ad altre, servivo al bancone, lavavo i bicchieri, pesavo le merci, davo e ricevevo denaro; era sempre pieno pomeriggio, con l’infermiere e Reina in un angolo e li sentivo mormorare, sapendo che si stringevano le mani.”

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

4 pensieri su ““Gli addii” (Juan Carlos Onetti)

  1. leggereconfilosofia in ha detto:

    Non so perchè ma il tema della malattia (soprattutto quella patologica, aggiungerei) mi ha sempre affascinata ed è un argomento che spesso ricerco nei libri.
    Ora che ho scoperto questo libro, lo inserirò nella mia “wishlist” che non diminuisce mai purtroppo (o per fortuna, dipende dai punti di vista).
    Grazie per questa “chicca” letteraria.

  2. Pingback: “I sette pazzi” (Roberto Arlt) | Tra sottosuolo e sole

  3. Pingback: “Il pozzo” (Juan Carlos Onetti) | Tra sottosuolo e sole

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: