Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“L’Inconoscibile”

narciso

INCONOSCIBILE Sforzi del soggetto amoroso per capire e definire l’essere amato <<in sé>>, come tipo caratteriale, psicologico o nevrotico, indipendentemente dalle peculiari cognizioni del rapporto amoroso.

  1. Io sono prigioniero di questa contraddizione: da una parte, credo di conoscere l’altro meglio di chiunque e glielo dichiaro trionfalmente (<<Io sì che ti conosco! Solo io ti conosco veramente!>>); e, dall’altra parte, sono spesso colpito da quest’evidenza: l’altro è impenetrabile, sgusciante, intrattabile; non posso smontarlo, risalire alla sua origine, sciogliere il suo enigma. Da dove viene? Chi è? Mi esaurisco in sforzi inutili: non lo saprò mai.

 

(Fra tutti quelli che avevo conosciuto, X… era sicuramente il più impenetrabile. Ciò era dovuto al fatto che non si sapeva niente del suo desiderio: in fondo, conoscere qualcuno non significa forse conoscere il suo desiderio? Io sapevo tutto, subito, dei desideri di Y…: egli mi sembrava perciò <<radiografato>> ed io ero incline ad amarlo non più con terrore, ma con indulgenza, come una madre ama il suo bambino.)

Rovesciamento: <<Non riesco a capirti>> vuol dire: <<Non saprò mai che cosa pensi veramente di me>>. Non posso decifrare te perché non so come tu decifri me.

 

  1. Prodigarsi, adoperarsi per un soggetto impenetrabile, è religione pura. Fare dell’altro un enigma irresolvibile da cui dipende la mia vita, significa consacrarlo come dio; io non riuscirò mai a risolvere l’enigma che egli mi pone: l’innamorato non è Edipo. Quindi, non mi resta altro che volgere la mia ignoranza in verità. Non è vero che quanto più si ama, tanto più si capisce; ciò che l’azione amorosa ottiene da me è soltanto questa cognizione: nell’altro non c’è nulla da scoprire: la sua opacità non nasconde affatto un segreto, ma semmai una sorta di evidenza, nella quale si annulla il gioco dell’apparenza e dell’essere. E quindi cresce in me lo stimolo ad amare qualcuno che sia sconosciuto e che tale deve restare per sempre: impulso mistico: io accedo alla cognizione dell’inconoscibilità.

 

  1. E ancora: anziché voler definire l’altro (<<Cos’è mai costui?>>), io volgo l’attenzione su me stesso: <<Cos’è che voglio, io che desidero conoscerti?>> Cosa si verificherebbe se decidessi di definirti non già come una persona, ma bensì come una forza? E nel caso che mi ponessi come una forza contrapposta alla tua forza? Tutto ciò avrebbe come risultato questo: il mio altro si definirebbe solamente attraverso la sofferenza o il piacere che egli mi dà.

GIDE: parlando di sua moglie: <<E dato che per capire ciò che si differenzia da voi c’è sempre bisogno d’amore…>> (et nunc manet in te, 1151)

 

(Roland Barthes, “Frammenti di un discorso amoroso”, ed. Einaudi)

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Un pensiero su ““L’Inconoscibile”

  1. Sergio in ha detto:

    Essere preda della pulsione amorosa vuol dire rendersi disponibile al richiamo delle esigenze della specie.
    Non siamo più padroni di noi stessi e abitiamo la follia.
    Ecco perché il linguaggio, non la persona amata, diviene contorto e indecifrabile.
    Le sciocchezze si sprecano e le attività cognitive si sfarinano.

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