Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Lasciar andare” (Philip Roth)

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“Certamente c’erano altri che avremmo potuto invitare. Chiunque, di fatto, avrebbe potuto sedere con noi, mangiare il nostro cibo e sorseggiare il nostro caffè per poi spargere la notizia della nostra spavalda e irragionevole unione. Avevamo solo bisogno di una coppia – preferibilmente sposata – in rappresentanza del mondo e delle sue opinioni, un paio di estranei di fronte ai quali poter sfoggiare le nostre buone intenzioni e il nostro sostanziale decoro, e al cui giudizio poter sottoporre le prove di una carnalità ben ordinata e di una disciplina domestica. Una qualunque coppia che ci concedesse l’approvazione della società, se non un vero e proprio salvacondotto… Perché doveva essere questo che andavamo cercando quando, una mattina di sole una settimana dopo che io mi ero trasferito da lei, Martha si era svegliata e aveva detto: – Invitiamo qualcuno a cena! – e io avevo detto: – Che splendida idea!”

(Philip Roth, “Lasciar andare”, ed. Einaudi)

Il principale difetto che ho riscontrato in “Lasciar andare” di Philip Roth è che io già ho letto altri grandi capolavori dell’autore e questo romanzo non è all’altezza di altri testi. Ciò detto, però, resta un libro che non fa sentire per nulla (se non nel finale) la sua mole, oltre 700 pagine, e che “scorre” via che è un piacere, lasciandoci già intravedere quella che poi sarà l’evoluzione della scrittura di Roth.

“Lasciar andare”  è il primo romanzo di Roth, pubblicato nel 1962 ed ambientato negli anni Cinquanta del Novecento. Il protagonista principale è Gabe Wallach, appena congedato dall’esercito e al quale muore la madre. Quest’ultimo evento, causando un incrinarsi nei rapporti anche col padre, costringe Gabe a rivedere la sua esistenza, a scardinarsi da situazioni stantie e cercare, con una certa ansia, nuovi legami sociali. L’occasione gli è fornita da Henry James, suo scrittore prediletto. Prestando “Ritratto di signora” a un suo conoscente, Paul, Gabe entra in contatto anche con Libby, moglie di Paul, cominciando a scoprire quanto le relazioni reali abbiano di affine e di diverso da ciò che lui leggeva nei romanzi. L’incontro con Martha, donna divorziata e con prole, confermerà a Gabe la difficoltà di lasciar andare le cose, essendo egli comunque implicato, nel corso della storia, in situazioni che, volente o nolente, deve affrontare.

Senza entrare in ulteriori dettagli, basta dire che già in questo romanzo affiorano alcune tematiche che Roth approfondirà in tutti i suoi romanzi successivi, sebbene in una forma meno profonda e anche meno drammatica. Alcune situazioni narrate sono a forte contenuto tragico, ma in “Lasciar andare” prevale il timbro ironico, anche sarcastico, e le vicende sentimentali di Paul, Gabe, Libby e Martha s’intrecciano in un vortice di fraintendimenti, fughe, assenze, mancanze e liti che strappano quasi sempre un sorriso, o proprio una sonora risata, al lettore. Non mancano, però, come detto, momenti più lirici e intensi, precursori di ciò che Roth saprà poi fare in seguito nella sua prolifica carriera di narratore.

“Nel momento stesso in cui stava sprofondando nel sonno, si elevò al di sopra di tutte le pretese e le ansia che l’avevano assillato, oltre le attese a cui aveva pensato di dover corrispondere, le necessità che aveva ritenuto di dover soddisfare, tutto ciò che aveva scambiato per compassione e amore. Arrivò quasi a intravedere per se stesso una nuova e gloriosa opportunità. Ma se quella gloriosa opportunità esistesse davvero, o se in quel momento fosse il sonno a separarlo da una qualche verità su ciò che la vita dà e prende, era impossibile dirlo. Si sentiva in sospeso sull’orlo di qualcosa, e poiché quel che poi gli accade fu di dormire, forse si trattava solo del sonno.”

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Un pensiero su ““Lasciar andare” (Philip Roth)

  1. Credo che Roth non sia il mio scrittore, ho letto ‘The Human Stain’, ma non riesco a “entrarci” è come se rimanesse sempre un distanziato, guardasse le persone con l’occhio divertito e freddo di uno scienziato che osserva da fuori. Questa almeno è la sensazione che mi lascia.

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