Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Io, Richard e Thomas

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“Noi sentiamo benissimo che la nostra saggezza comincia là dove finisce quella dello scrittore, e vorremmo che egli ci desse delle risposte, mentre tutto quanto egli può fare è solo d’ispirarci dei desideri”, così scriveva il grande Marcel Proust, che mi è venuto in mente, assieme ad altri, mentre leggevo “Libertà” di Jonathan Franzen, stamattina, seduto su una delle “mie” panchine nel parco del mio paese.

Leggevo Franzen e mi “vedevo”, mi “sentivo” leggere, m’interrogavo sul perché stessi leggendo, su cosa cercassi, su quale vuoto cercavo di riempire. Franzen mi piace, ho già letto “Le correzioni” in passato e “Libertà”, almeno fino a poco più di pagina 200, mi ha preso: una riflessione sulla parola “libertà” e le sue implicazioni, su quanto siamo davvero “liberi” e sulla corrispondenza tra i nostri princìpi e il nostro agire. Ma il punto non è questo. Il fatto è che mentre leggevo, sapevo di non avere granché in comune con i protagonisti, né con Patty, né con Walter, né soprattutto con il cantante rock Richard, rude con le donne eppure pieno di donne, un tipo con il quale, a pelle, non condividerei neanche una sera al pub. Dunque, mi domandavo “perché” restassi avvinto dalla narrazione, e la risposta era abbastanza evidente ma difficile da estrinsecare: non si tratta di Patty, di Walter, di Richard, forse si tratta più di Jonathan, dell’autore, ma in sostanza, si trattava e si tratta di me. Ha ragione Proust: lo scrittore non ci dà risposte, e sarebbe terribile se lo facesse, se relegassimo a lui ciò che spetta a noi.

Leggevo Franzen e, fermandomi, ripensavo ai grandi che da sempre leggo e rileggo, anch’essi privi di risposte definitive, eppure per me sempre fonte di nuove domande. Pensavo a Dostoevskij, a Kafka, a Pavese, a Camus, a Bernhard, alla lettura come rifugio, come apertura, come scandaglio per sondare ciò che c’è nel mio sottosuolo, a quella malsana idea di ritenere “un ideale di felicità” starmene per secoli seduto su una panchina a leggere, ad oltranza e in modo ossessivo, quei cinque, sei, dieci autori che riescono a scuotermi più di altri. Un’idea stupida come tante altre.

Insomma, a farla breve, a pagina 224 di “Libertà”, succede una cosa, una cosa stupida nel romanzo, ma una cosa che mi blocca, che mi dà i brividi, una cosa che avvicina me a Richard, il cantante odioso. È una cosa che gli fa fare Franzen, quindi io so che non è Richard a farla, bensì è Jonathan, oppure no, è qualcun altro che, in un altro angolo del mondo, sta prendendo in mano lo stesso libro che sto leggendo io, per motivi diversi, cercando risposte diverse e trovando solo desideri diversi. Insomma, anche Richard, come me, ammira Thomas Bernhard. Forse una bevuta al bar assieme a lui ora posso farla. Adesso so che avremmo almeno un argomento di conversazione. Però non so, parlare di libri con qualcuno è troppo pericoloso, non si sa mai come va a finire. Forse è meglio che Richard continui a suonare nel romanzo, a farsi inseguire dalla donne-oggetto che vogliono essere il suo oggetto, forse è bene che ciascuno di noi due si tenga il proprio Thomas Bernhard. Sì, sì, è meglio così.

A ciascuno il suo Bernhard, è davvero meglio.

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11 pensieri su “Io, Richard e Thomas

  1. Io sto leggendo Purity.
    Lentamente, sto centellinando le pagine per paura che finiscano in fretta. Adoro Franzen!

  2. Sergio in ha detto:

    Perché non leggi Nietzsche?
    Sarebbe per te una bella scossa culturale.
    Dovresti rivedere tutte le tue convinzioni.
    Provaci. La sfida con la vita comincia da lì.
    A presto.

  3. Sergio in ha detto:

    La lettura di Nietzsche non ti è servita? Allora è come se tu non l’avessi mai letto.

      • Sergio in ha detto:

        Non sai cosa dire? Questo è il momento di ripartire da zero. Ti ricordi cosa diceva Cartesio (l’ideatore della geometria analitica)? Dubito di tutto ma non del fatto che esisto.
        Sei comunque costretto a inventarti dei valori personali in cui credere, il nocciolo inemendabile della tua identità, visto che con Nietzsche il vuoto (di riferimenti) abita ormai la nostra esistenza. “Dio è morto!” andava gridando Zaratustra per le strade del paese …

      • La mia vita l’hanno cambiata Nietzsche, Kafka, Camus, Sartre, Pavese, Dostoevskij, etc., etc., etc., ma soprattutto i miei gatti.
        Questo per dire che sono d’accordo con te sul fatto che certi autori (come Nietzsche) siano “decisivi”, ma col tempo ho imparato, anche grazie a Nietzsche, a non elevare nessuno a riferimento assoluto. Nietzsche mi ha insegnato a non fare di lui un idolo. Poi, ripeto, l’ho letto e riletto, certo non da accademico, ma comunque ritengo in maniera abbastanza approfondita, per diverse volte, il che può anche non vuol dire niente in effetti. In ogni caso, un grandissimo, questo è sicuro.

  4. Sergio in ha detto:

    Il gatto vive seguendo le indicazioni del suo istinto e non si crea problemi. Mangia grazie a te, dorme, non deve lavorare ecc.
    Tu non puoi imitarlo perché sei costretto a vivere tra cielo (la ragione) e terra (il corpo), abiti la libertà dell’agire, che spesso ci rende folli.
    Dobbiamo cercare un identità personale che ci dia la forza di abitare il mondo con dignità.

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