Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Centuria” (Giorgio Manganelli)

centuria

“Un giovane uomo si sta recando a un appuntamento con una giovane donna, alla quale intende dire che trova inutile, dannoso, dispersivo e monotono continuare a vedersi; in realtà egli non ha mai amato la giovane donna, ma ha provato per lei, via via, sensi di galanteria, di devozione, di ammirazione, di speranza, di perplessità, di distacco, di delusione, di irritazione; ora l’irritazione sta quietamente trapassando in una forma di blando e insultante fastidio, perché egli suppone che in qualche modo la donna non sia disposta a dimenticarlo, e teme di aver conseguito nella vita di lei una dignità che lo allarma. Ripassando la serie dei sentimenti che ha provato per la giovane donna, egli riconosce di essersi talora comportato con eccessiva fragilità, e di aver sperato – sperato che cosa? Sperato che entrambi fossero diversi, e che avessero uno spazio in cui inventare una storia; ammette che parte del suo cruccio non dipende da lei, ma dal suo comportamento risibilmente fantastico e irresponsabile.

Nello stesso momento la giovane donna si reca allo stesso appuntamento, avendo in animo di mettere tutto in chiaro; è una donna che ama la semplicità e la chiarezza, e pensa che le ambiguità e le imprecisioni di un rapporto che non esiste si siano protratte troppo a lungo. Ella non ha mai amato quell’uomo, ma deve riconoscere di essere stata debole; di aver chiesto il suo aiuto in modo incauto, di aver tollerato il crescere di un tacito equivoco in cui ora ella si sente ingiustamente invischiata. La donna è irritata, ma la saggezza le consiglia di essere solo ferma e calma. Ella sa che quell’uomo è un affettivo, un fantastico, capace di vedere le cose che non ci sono, e di porre in esse una fede costante quanto infondata e vana; sa anche che quell’uomo ha un alto concetto di sé, ed è incline a mentire pur di non subirne umiliazioni. Per questo sarà benevola, lucida.

Puntuali, il giovane uomo e la giovane donna si avvicinano al luogo dell’appuntamento: ecco, si sono visti, si fanno un segno di saluto, in cui la consuetudine tiene il posto della cordialità. Quando sono ormai a pochi metri, entrambi si fermano e si guardano, attentamente, in silenzio; ed improvvisa una furia di gioia li coglie, quando entrambi capiscono, sanno, che nessuno dei due ha mai amato l’altro.”

(Giorgio Manganelli, “Centuria”, ed. Adelphi)

Italo Calvino, nel presentare al pubblico francese “Centuria” di Giorgio Manganelli, tra le altre cose scriveva: “Era ora. Da vent’anni la letteratura italiana ha uno scrittore che non assomiglia a nessun altro, inconfondibile in ogni sua frase, un inventore inesauribile nel gioco del linguaggio e delle idee: e non era mai stato tradotto in francese prima. Questo vuol dire che l’idea che il lettore si è fatto della letteratura italiana negli ultimi decenni mancava di un dato essenziale: dal momento in cui la sagoma di Manganelli si staglia all’orizzonte, cambiano tutti i rapporti di prospettiva del paesaggio intorno… (omissis)… Centuria (1979) è un libro completamente diverso dagli altri suoi. Tutto quello che ho detto di Manganelli fin qui, può sembrare che non si applichi a questo libro dalla scrittura concisa ed essenziale, dalle invenzioni narrative sintetiche e concentrate. Eppure si tratta più che mai di Manganelli: l’universo in cui i cento ‘romanzi’ d’una sola pagina si situano è lo stesso in cui in altri libri si scatena la sua tregenda di metafore…”.

Come accennato da Calvino, in “Centuria” sono contenuti cento (con l’aggiunta successiva di altri) piccoli ‘romanzi’ di una pagina ciascuno, nei quali Manganelli tratta temi classici e giganteschi quali la morte, l’amore, la solitudine, il tempo e così via, con arguzia e originalità. Per la sua conformazione, è difficile scrivere oltre su questo libro, salvo mettersi ad elencare i protagonisti di singoli ‘romanzi’. Tanto vale, allora, riportarne un altro qui sotto, oltre a quelli già in precedenza proposti in altri due articoli su questo blog.

“Non v’è dubbio che egli sia pensoso, condizione non eccezionale, giacché è uomo che ama pensare metodicamente, lucidamente, finemente distinguendo i concetti che maneggia con professionale competenza. In certo modo, egli oggi è pensoso sul fatto di essere pensoso, giacché la sua pensosità ha toccato un tema che, nell’insieme, non gli sembra adeguato o, più esattamente, gli sembra inficiato da una fondamentale riluttanza alle idee chiare e distinte, e ciò gli comunica un vago malessere, sarà meglio depotenziare a disagio. Il tema è l’amore. Egli prova un vivo, indubitabile interesse per una giovane donna, la quale, a parere di taluni esperti, mostra manifesti segni di innamoramento. Ora, egli è del tutto certo che il suo vivo, indubitabile interesse appartiene ad una variante dell’amicizia, della partecipazione, della collaborazione affettiva – è un termine che trova molto soddisfacente – ma è assolutamente estraneo all’amore. Tuttavia, egli ha l’impressione che la giovane donna, cui non nega un tal quale prestigio e fisico e mentale, tenda a proporre una interpretazione non chiara, non adeguata, non ragionatamente distinta dei loro rapporti. La cosa lo imbarazza, giacché non v’è dubbio che egli consideri la presenza della giovane donna nella sua vita con non mentito favore. D’altra parte, egli non può, per il rispetto che deve alla propria probità mentale, accettare sia che la giovane donna, forse un poco precipitosa, creda di essere quanto meno sulle soglie di una relazione, sia che a lui si attribuiscano pensieri non chiari che, ad esempio, non si ponga una ferma dogana lessicale tra ‘violenta affezione’ e ‘amore’. Egli è assolutamente consapevole che in lui non c’è amore, non c’è disposizione a una relazione privata, e che in nessun concepibile futuro alcunché del genere è ipotizzabile. La sua posizione gli sembra chiara, onesta, esplicita. Non capisce perché la giovane donna fatichi a capire proposizioni talmente lucida, e resti interdetta alla sua proposta di una relazione non relazionale, disamorata ma affettuosa, calda ma distaccata, che, a lui sembra, parteciperebbe insieme della chiarezza e della utilità. D’altronde, egli non nega che l’innamoramento della giovane donna grandemente lo lusinga, e se la giovane donna si disamorasse la cosa gli sembrerebbe indizio di incostanza; e gli sarebbe difficile essere amico di un essere incostante e non chiaro. A questo punto, egli diventa pensoso. Ha l’impressione di essere caduto in un tranello del ‘non chiaro’ e prova una lieve attacco d’ansia che non cesserà se non quando egli ne sarà totalmente, irreparabilmente uscito.”

    

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Un pensiero su ““Centuria” (Giorgio Manganelli)

  1. Il primo racconto che hai citato nell’articolo mi è piaciuto parecchio. Devo recuperare Manganelli e il suo Centuria.

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