Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Cercai di descrivere le cose che voi vi faceste reciprocamente”

 

“Cercai di descrivere le cose che voi vi faceste reciprocamente e la gente intorno a voi e ciò che altra gente e la vita stessa vi fecero.

C’era una cittadina nello Stato dell’Ohio. La cittadina fu in realtà l’eroe del libro. Ma dopo che ‘Un povero bianco’ venne pubblicato nessuno dei critici parlò di questo. Ciò che successe alla cittadina era, a mio parere, più importante di ciò che successe agli abitanti.

Perché, be’, perché suppongo di essermi sempre reso conto che anche dopo Joe, Jim, Clara e gli altri fossero stati dimenticati, nuova gente avrebbe vissuto nella cittadina.

Voi capite, ne sono sicuro, quel senso d’intimità e d’isolamento che lo scrittore riceve, alla fine, dai suoi libri.

Sedevo nel retro di una taverna insieme a dei marinai e mentre costoro parlavano del mare il piccolo Joe Wainsworth uccideva Joel Gibson in una bottega da sellaio nella cittadina dell’Ohio. Ero sul ponte di un bastimento nel golfo del Messico e proprio allora venne quel momento in cui Hugh McVey fuggì dalla camera della moglie. Un’altra volta ero in una tranquilla via nottetempo. Era scuro. Andavo avanti dondolando il bastone. Gente passava e non sapeva nulla.

E tutto il tempo, mentre io passeggiavo, quell’uomo alto e scarno, Hugh McVey, strisciava nel campo di cavoli al limite della città, giù nell’Ohio; quella notte in cui spaventò tanto i giovani French che essi fuggirono.

Vennero altri momenti. Le mie mani tremavano. Talvolta ero così eccitato che, quando cercavo di scrivere, la mano mi tremava in un modo tale da non lasciarmi tenere la penna.

Un periodo strano per me, un periodo eccitante.

Quanto di ciò che io sentii, vidi, conobbi della gente della mia città, della gente della mia fantasia, entrò alla fine nel libro?”

(Sherwood Anderson, introduzione a “Un povero bianco”, ed. Einaudi)

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