Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Il bottone di Puškin” (Serena Vitale)

puskin

“Non riusciamo a immaginare una musica più sinistra e lugubre dei mille <<si dice…>>, <<si vuole che…>>, <<mi hanno detto…>>, <<ho sentito con le mie orecchie…>>, che accompagnarono – che in molto provocarono – la fine di Puškin: laico, laido requiem per un uomo ancora vivo. Non riusciamo a immaginare un più spietato contrappasso per l’autore di un romanzo in versi in cui la musica deve tanto al bavardage salottiero, alla fatua e feroce chiacchiera mondana. E troppe cose, in questa storia, sono un plagio grottesco di Evgenij Onegin: ciò che lì Puškin aveva sfiorato con lieve grazia, nella vita acquistava una stolida, plumbea grevità; ciò che lì respirava il vuoto cielo della poesia, nella vita diventava gabbia, carcere, camera di tortura. Lo disse, egli stesso soffocando nella vecchia capitale del nuovo Impero, Aleksandr Blok: <<Non fu affatto la pallottola di d’Anthés a uccidere Puškin. Lo uccise la mancanza d’aria>>. A Puškin tolse il respiro il tanfo di chiuso che stagnava nella superba città di Pietro: nei luoghi di potere, nei salotti, nelle case amiche. Sempre gli stessi, sempre le stesse, – una chiusa provincia con comari, voyeur, avvoltoi. Con riti inflessibili e mortali a cui Puškin non faceva nulla per sottrarsi, a cui partecipava attivamente, con zelo. Non riusciamo a immaginare un modo più atroce per togliersi la vita: sprofondandoci.”

(Serena Vitale, “Il bottone di Puškin”, ed. Adelphi)

Nelle note biografiche di un libro che ho, e che contiene “La figlia del capitano”, “Il colpo di pistola” e “La dama di picche”, tre opere di Aleksandr Serģeevič Puškin, c’è scritto, con estrema sintesi, che il poeta-scrittore sposò la bellissima Natal’ja Goncarova nel 1830 e che quest’ultima gli dette quattro figli, ma anche “diversi dispiacere con la sua condotta discutibile”, alimentando i pettegolezzi di corte, a causa di uno dei quali Puškin sfidò a duello il barone francese Georges d’Anthés, restandone ferito a morte da un colpo di pistola e morendo di lì a due giorni.

“Il bottone di Puškin” di Serena Vitale è un libro che verte proprio sulla vicenda amorosa che portò alla morte di Puškin. L’autrice, già curatrice di diverse opere su autori russi, si addentra in quest’intrigo che non ha solo tre protagonisti ma molti di più e lo fa con una ricostruzione puntigliosa, aiutandosi con un’immensa mole di materiali d’archivio, ossia lettere, testimonianze di contemporanei o successivi, che non diradano certo tutti i misteri della storia, ma che ci forniscono un quadro d’insieme molto più completo di una scarna notizie a fine biografia. Il libro è un insieme di tasselli che si incastrano uno all’altro, talvolta con molta difficoltà, considerando le diverse tesi, le molteplici e discutibili personalità che contribuirono a far sì che una storia d’amore diventasse una storia di morte.

A caldo, finita le lettura, oltre a ritenere bellissimo il libro, ho pensato a Puškin che muore nel duello di pistolettate nel gennaio del 1837, a 38 anni, duello che fu l’esito finale della rancorosa vicenda a tre: lui (il Poeta), lei (Natal’ja Nikolaevna Goncarova, la moglie), l’altro (Georges d’Anthès de Heeckeren, l’amante o presunto tale). Insomma l’epilogo fu che Puškin morì, che la Puškina gli sopravvisse con 4 figli, si risposò sette anni dopo, ebbe altri tre figli e morì nel 1864. Georges d’Anthès, invece, morì a 83 anni, nel 1895, circondato da figli e nipoti. Il focoso Puškin, quindi, campò meno della metà degli anni del suo “assassino” e meno della moglie, il che non significa granché, sono cose che accadono. Mi verrebbe da dargli dell’imbecille, al Poeta, e però no, non me la sento, perché, dopo tutto, io fino a tre giorni fa non conoscevo né la Puškina né Georges. Lui, invece, sta qui sul mio scaffale, con i suoi libri, da diversi anni. Anche questo non significa granché, però avrei voluto dirglielo, a quel gelosone.

L’autrice, oltre a presentarci i tre protagonisti principali, c’illustra, con il dovuto ironico distacco, il ruolo avuto da numerosi altri soggetti, primo dei quali l’ambasciatore d’Olanda presso la corte di Nicola I di Russia, ossia il barone de Heeckeren, padre adottivo (e per i maliziosi molto di più) del già citato Georges d’Anthés. Quest’ultimo, invece, causa prima di tutti gli avvenimenti di gelosia poi sfociati nel duello finale, era un seducente francese, addentratosi nell’esercito e nelle corti russe grazie alla protezione del predetto barone, e soprattutto noto conquistatore di cuori (e non solo) femminili. La meravigliosa Natal’ja Goncarova, che con la sua avvenenza colpiva tutti gli uomini, non poteva lasciarlo indifferente, e infatti non lo lasciò tale; d’Anthés cominciò una corte serrata e ben presto il chiacchiericcio generale giunse all’orecchio di Puškin, il quale, già focoso di suo, s’infiammò, sfidando una prima volta a duello il francese.

A complicare il tutto, c’erano anche le sorelle della Goncarova, specie Ekaterina e Aleksandra, entrambe con qualche sospetto di relazione con lo stesso Puškin (che non era, quindi, uno stinco di santo). La prima, poi, giunse a sposare, udite udite, niente meno che il d’Anthés, in un matrimonio che precedette di pochi giorni il duello fatale a Puškin e che rappresentò, ai suoi occhi, l’ennesima beffa, un volgare tentativo di sviare l’attenzione o, ancora peggio, di poter restare accanto a Natal’ja con un’autorizzazione ufficiale, nel ruolo del cognato. Attorno a questo nucleo, si muovevano una ridda di personaggi ambigui e confidenti per nulla discreti. Scrivevano Carlo Fruttero e Franco Lucentini sul libro della Vitale: “Il montaggio della Vitale è è perfetto, generoso e stringente insieme. Da lettere, diari, memorie, rapporti della polizia segreta escono personaggi memorabili, frivole figurette, loschi maneggioni, spie, provocatori, potenti cortigiani, servi sciocchi. È la società stravagante e fastosa che ritroveremo in Tolstoj, ma è anche un coro del teatro classico: informatissimo e profetico, osserva impotente gli eventi precipitare giorno per giorno, ora per ora, dalla commedia, talvolta farsa, di costume, al compimento della tragedia entro un breve spiazzo sgombrato dalla neve, il 27 gennaio 1837”. Aggiungo, in chiusura, che il libro ha il pregio di non essere un’apologia di Puškin, l’autrice non cade nel tranello di presentarcelo nella parte del “buono”, con d’Anthés (ed eventualmente Natal’ja) nel ruolo dei “cattivi”. Puškin non è solo il grande poeta e scrittore della Russia, ma è anche e soprattutto un uomo con i suoi limiti, con le debolezze che infine lo portarono a morire così giovane.

“La bellezza la seguiva come una radiosa ombra, la precedeva con la tenacia degli epiteti costanti: <<la leggiadra moglie>>, <<la bellissima moglie>>, <<la meravigliosa padrona di casa>>, <<la bella Natalie>>, <<splendida donna>>, <<graziosissima creatura>>; per nessuno era soltanto Natalie, Natal’ja Nikolaevna Gončarova in Puškin. Dovunque comparisse, la sua avvenenza oscurava le altre donne, chi di lei aveva solo sentito parlare si affrettava ad accostarla e a scrutarla per accertare la verità del primato che i salotti pietroburghesi le avevano conferito: era veramente la più bella, ancora più bella di Elena Zavadovskaja, di Nadežda Sollogub, di Sof’ja Urosova, di Emilija Musina-Puškina, di Avrora Schernwall von Vallen? Usciva sempre vittoriosa dal confronto. A Pietroburgo non c’era un solo giovane che in segreto non spasimasse per lei; la sua luminosa bellezza, unita al magico nome che portava, faceva girare la testa a tutti; ragazzi che non solo la conoscevano di persona, ma non l’avevano neanche mai vista da lontano, erano seriamente convinti di esserne innamorati. Alta, <<snella come una palma>>, un niveo e florido decolleté, un vitino di inaudita sottigliezza, il collo esile, un testina <<come un giglio sullo stelo>>, un ovale di tenero pallore eburneo. Tratti minuti e di classica perfezione, sopracciglia di nero velluto, lunghe ciglia nere come i capelli che portava raccolti in alto o sulla nuca, <<proprio come un bel cammeo>>, con qualche boccolo a incorniciare le tempie. Aveva <<qualcosa di vago nello sguardo>>: occhi lievissimamente strabici, forse di qualche millimetro più vicini della norma; occhi trasparenti, dal colore cangiante, tra verde e grigio e castano; occhi che ricordavano chicchi di uva spina. La loro minima imperfezione esaltava l’incanto di un volto in cui tutto era grazia, armonia, gentile concerto di linee e volumi.”

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