Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Il concerto”

“Lo Scienziato aveva promesso al Chiacchierone di portarlo a un concerto del Cantore. Il Chiacchierone amava le canzoni del Cantore, ma non tanto da perderci la testa. Era però curioso di vedere com’era fatto l’autore delle famose canzoni e il suo giro. Accettò dunque volentieri l’invito dello Scienziato. Il concerto era stato rinviato più di una volta. Poi corse voce che il Cantore doveva partire. Poi corse un’altra voce: che stavano per scacciarlo. Fu poi chiarito che non aveva questa gran voglia di partire, né si aveva tante intenzioni di lasciarlo andare. Insomma, tutto rimase nella situazione precedente, solo assai peggio di prima. Il concerto era stato organizzato in periferia, in una casa privata. La gente vi penetrava come fosse un rapporto clandestino. L’appartamento era invaso da un mucchio della più varia gente. Predominavano i giovani, barbuti ragazzi in maglione e donne non del solito tipo. C’era tanto di quel fumo che a fatica il Chiacchierone riuscì a scorgere il Cantore, in un angolo della stanza. Dinanzi a lui stavano un tavolinetto, delle bottiglie, del salame e un microfono. La gente aveva l’aria di cospiratori o di appartenenti a sette religiose segrete. Tutto dava un’impressione di povertà, come si partecipasse a qualche mistero mortificante, di cui vergognarsi. Il Cantore cantò delle vecchie canzoni, che il Chiacchierone aveva inteso più volte. Ma l’impressione era pur sempre conturbante. Tutta la notte il Chiacchierone non riuscì a dormire, in preda a un’inspiegabile inquietudine. La stessa cosa dovevano provare i primi cristiani quando si riunivano nelle catacombe, andava pensando. Cos’era mai? Una setta? Arte sopraffina? Una messa? In un primo momento gli era parso che il Cantore non avesse assolutamente nulla in comune col suo modesto pubblico. Ma subito dopo aveva capito che si trattava di un errore. Osservando più attentamente le persone, aveva visto le facce intelligenti, da gente colta. Non foss’altro lo Scienziato! A venticinque anni è già dottore in scienze, si è già fatto un nome! E io stesso, del resto, devo esser sembrato loro un mentecatto! Gli parve allora che fosse il Cantore a non essere all’altezza del pubblico. Ma anche stavolta sbagliava, e lo capì ancora prima di aver finito di formulare dentro di sé il proprio pensiero. E l’inquietudine lasciò il posto all’angoscia e allo spavento.” 

(Aleksandr Zinov’ev, “Cime abissali”, ed. Adelphi)

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