Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

L’intellettuale (come sostantivo)

“La scuola era il centro della sua vita. Prima di andare al Barnard non aveva mai sentito adoperare il vocabolo intellettuale come sostantivo, e ne rimase molto colpita. Era un sostantivo coraggioso, un sostantivo orgoglioso, un sostantivo che evocava una consacrazione perpetua ad argomenti elevati e un freddo disprezzo per le banalità. Un’intellettuale poteva anche perdere la verginità con un soldato nel parco, ma poteva imparare a ricordarlo con un distacco ironico e divertito. Un’intellettuale poteva anche avere una madre che lasciava vedere le mutande quando si ubriacava, ma non permetteva che la cosa le desse fastidio. E poteva anche darsi che Emily Grimes non fosse ancora un’intellettuale, ma se prendeva una quantità di appunti anche alle lezioni più monotone, e se ne stava ogni sera a leggere finché gli occhi non le dolevano, era solo una questione di tempo prima che lo diventasse. C’erano delle compagne di corso, e perfino qualche ragazzo della Columbia, che la consideravano già un’intellettuale, anche solo dal suo modo di parlare.

– Non è soltanto una noia, – disse una volta di un tedioso romanzo del Settecento – è una noia perniciosa.

E non poté fare a meno di notare che nei giorni seguenti diverse altre ragazze dello studentato fecero ampio uso del vocabolo pernicioso.

Ma essere un’intellettuale era molto più che un modo di parlare, molto più che comparire ogni semestre nella lista degli studenti con i punteggi più alti, o trascorrere tutto il tempo libero nei musei e ai concerti e nei cinema che davano quel genere di film di solito definiti <<pellicole>>. Bisognava imparare a non ammutolire quando si metteva piede a una festa di intellettuali conclamati, più anziani – e a non commettere l’errore opposto chiacchierando a perdifiato, sparando stupidaggini o stramberie a raffica nel tentativo di fare ammenda per la stupidaggine o la stramberia detta due minuti prima. E se ci si rendeva ridicoli a feste del genere, bisognava imparare a non rigirarsi nel letto, più tardi, in preda ai tormenti dello sconforto.

Bisognava essere seri, ma – questo era l’esasperante paradosso – bisognava dare a vedere che non si prendeva mai nulla sul serio.”

(Richard Yates, “Easter Parade”, ed. minimum fax)

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Un pensiero su “L’intellettuale (come sostantivo)

  1. È l’ironia… una qualità che permette di vivere l’Arte, di vivere con arte la realtà, di darle spessore. È serietà sensibile senza sprofondare nel sentito.

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