Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La fine della strada” (John Barth)

barth

“- Perché vi siete scopato Rennie?

Non lo so!

Che ragioni pensate di aver avuto?

– Non saprei darvi nessuna ragione che io ritenga vera.

– Andiamo, Horner, non è che fate le cose e basta. Cosa avevate in testa?

– Non avevo niente.

Joe cominciò ad arrabbiarsi.

– Sentite, Joe, – dissi – dovete riconoscere che le persone, escluso forse voi stesso, non hanno sempre motivi coscienti per tutto quello che fanno. Ci sarà sempre, nella loro autobiografia, qualcosa che non sapranno giustificare. Ora, quando ciò avviene, si potrebbero anche inventare dei motivi coscienti – forse nel vostro caso vi salterebbero in mente non appena vi capitasse di pensare a un’azione dopo averla compiuta – ma sarebbero sempre delle razionalizzazioni a posteriori.

– Giusto, – insistette Joe. – Ma se accettassi tutto quello che voi avete detto ora, dovrei comunque aggiungere che anche le razionalizzazioni a posteriori vanno fatte e che uno dev’essere ritenuto responsabile – deve ritenere sé stesso responsabile – delle sue razionalizzazioni, se vuol essere un individuo che agisce moralmente.

– Allora dovete andare ancora più in là e riconoscere che delle volte un uomo non è nemmeno capace di razionalizzare. Non gli viene in mente niente. Voi non accettate che io mi prenda la piena responsabilità di quello che è successo, e non accettereste che io non mi prendessi nessuna responsabilità. Ma, in questa storia, non vedo cosa c’è fra un estremo e l’altro.

Accesi una sigaretta. Ero nervoso, e felice e infelice allo stesso tempo, per il fatto che, nonostante il mio nervosismo, mi sentivo abbastanza bene, abbastanza sicuro delle mie facoltà mentali, abbastanza soddisfatto della mia abilità nell’interpretare un ruolo che mi aveva subito colpito come qualcosa di ripugnante e tuttavia apparentemente ineluttabile: Cioè: avevo la sensazione che fosse un ruolo, ma non ero sicuro che qualunque altra cosa non sarebbe stata anch’essa un ruolo, e comunque non sapevo immaginare, per me, nessun altro possibile ruolo. Se, come è possibile, questo è il massimo che uno possa fare – almeno il massimo che potessi fare io – allora è il massimo che possa significare la parola sincerità.

(John Barth, “La fine della strada”, ed. minimum fax)

Ridotta all’osso, la trama di “La fine della strada” potrebbe riassumersi dicendo che si tratta di un classico triangolo sentimentale-sessuale, con un lui che, in maniera quasi “inconsapevole”, si ritrova invischiato in una dinamica di coppia che non è più coppia ma, appunto, un triangolo. Attorno all’osso, però, oltre alla carne (debole) dei tre protagonisti, ci sono strati di arguzia, comicità, sarcasmo, ironia con i quali l’autore maschera, e mascherandola ce la mostra ancora di più, la tragedia sottostante il tutto.

“In un certo senso io sono Jacob Horner”, questo l’incipit del romanzo, dal quale evinciamo che Horner non è così certo di essere sé stesso. In analisi da un Dottore, che lo cura nella “sala del progresso e del consiglio”, Jacob si vede costretto, su consiglio del Dottore stesso, a presentare domanda d’insegnamento presso un’università, per sfuggire alla grottesca paralisi esistenziale nella quale si trova. Un impegno quotidiano, cadenzato, con obblighi e obiettivi ben preciso, questo è ciò sembra essergli necessario affinché non resti ingabbiato dalle infinite possibilità di vivere altre storie, altre vite, altre relazioni, al punto da non viverne nessuna. La strategia pare funzionare, a parte qualche difficoltà nel concentrarsi sull’insegnamento per via delle distrazioni rappresentate dalle studentesse presenti nell’uditorio. Ciò che scombussola però l’esistenza di Horner è l’incontro con Joe Morgan e la moglie Rennie.

Tra i tre sboccia inizialmente un’amicizia che è fomentata soprattutto dai coniugi Morgan, che trovano in Horner una sponda per conversazioni e schermaglie dialettiche di vario genere. Le discussioni filosofiche sul “nichilismo allegro” di Joe e i continui inviti a cena che Horner riceve, presto lasciano spazio alle complicazioni. Nello specifico, senza andare oltre nello svelare la trama, accade che Rennie e Jacob si accoppiano, quasi senza volerlo. A questo punto, il romanzo prende corpo, perché Barth è abilissimo nel costruire un intreccio di pensieri, emozioni e riflessioni che vanno ben oltre una scontata rappresentazione dell’eventuale gelosia del marito tradito. La donna, Rennie, non è una femme fatale, anzi finisce per essere schiacciata dalla dinamica (certo un po’ forzata sotto il profilo della veridicità) che s’instaura tra i due uomini. Forse c’è sin troppa filosofia nelle discussioni tra i due, ma trovandoci noi in un romanzo, non c’infastidiscono più di tanto le conversazioni con le quale il marito, che sa, cerca di spiegarsi non solo perché sia accaduto qualcosa, ma anche se i due hanno veramente voluto che accadesse. Jacob, però, come l’incipit ci mostra, non ha certezze, è un contraddittorio, una sorta di pirandelliano uno, nessuno, centomila, e riesce a smontare qualsiasi tentativo di comprensione altrui e proprio. L’alone di autosufficienza, forza e riservatezza che attorniava la coppia è ormai svanito, e ai tre non resta che affrontare le conseguenze di ciò che, comunque, è accaduto e non si può ignorare.

“Ascoltai tutto con inerzia; nonostante il fatto che a volte avessi anch’io l’abitudine di esprimere alcune di queste opinioni (più come possibilità che come realtà), mentre Joe parlava mi vennero in mente argomenti contro quasi tutto quello che diceva. Eppure non direi che lui non avrebbe saputo confutare le mie obiezioni – oso dire che l’avrei saputo fare io stesso. Come avveniva di solito quando ero messo di fronte a una posizione veramente intelligente ed esposta con lucidità, tanto ero riluttante a dare più di un assenso formale quanto incapace di offrire una mia propria posizione più ragionevole. In tali situazioni adottavo spesso quella che in psicologia è nota come la “tecnica non direttiva”: mi limitavo a dire “Oh?” o “Ah”, e lasciavo andare il cavallo dove voleva.”

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5 pensieri su ““La fine della strada” (John Barth)

  1. Proprio oggi, mentre dalvavo un po dei miei post vecchi ne ho trovato uno che avevo postato due anni fa. Eta il tuo. 35 motivi semiseri per leggere letteratura. Buon Natale.

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