Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Bugiardi e innamorati” (Richard Yates)

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“Lui aveva sempre l’impressione di essere capitato per sbaglio in casa di estranei. Chi sono queste persone?, continuava a chiedersi, guardandosi attorno. Dovrebbero avere qualcosa a che fare con me? O io con loro? Chi è questo povero ragazzo, e cosa succede a questa ragazzina infelice? Chi è questa donna goffa, e perché non si dà una sistemata ai vestiti e ai capelli?

Ogni volta che sorrideva a uno di loro riusciva a sentire i muscoletti intorno alla bocca e agli occhi attivarsi nel rito cortese del sorriso. Quando si fermava a cena da loro, tanto valeva che fosse andato a mangiare in qualche vecchia e decorosa tavola calda, dove si stava allo stesso tavolo per convenienza ma tutti i clienti, ciascuno ingobbito sul proprio piatto, rispettavano il bisogno altrui di essere lasciato in pace.”

(Richard Yates, “Bugiardi e innamorati”, ed. minimum fax)

Se con “Revolutionary Road” avevo scoperto Richard Yates nella sua dimensione romanzesca e con “Undici solitudini” ne avevo apprezzato l’abilità nello scrivere racconti, con “Bugiardi e innamorati” ho avuto la conferma ulteriore della sua bravura. In questo libro sono compresi sette racconti che, prendendo spunto dal racconto che dà il titolo alla raccolta, vertono principalmente su personaggi che sono, appunto, molto bugiardi e abbastanza innamorati, ma non tanto, evidentemente, da resistere al progressivo disfacimento che lacera i reciproci sentimenti e che forse è già insito nella nascita degli stessi. I protagonisti delle storie di Yates fabbricano in continuazione illusioni, abbagli, progettano quasi la loro infelicità, figurandosi migliori di quel sono, in una perenne inadeguatezza nell’adattarsi alla realtà che vivono.

Le relazioni al vaglio dell’impietosa penna di Yates possono essere tra genitori e figli, tra amanti o tra amici, ma sono accomunate da un destino che, se non è tragico, è almeno malinconico, e somiglia, in molti finali, a un’apertura verso un abisso buio, al quale si giunge (o si torna) dopo aver attraversato anche momenti d’innegabile solarità, in un percorso esistenziale sempre attraversato dal dubbio sulla caducità del tutto. Yates, gettando qua e là elementi autobiografici che al lettore possono anche non interessare ma che indubbiamente condizionano la sua scrittura, non offre grande consolazione ai suoi personaggi, se non quella di averli resi tali.

“Magari non era amore, ma nessuno dei due avrebbe potuto persuadersi del contrario perché continuavamo a ripeterci a vicenda, e a noi stessi, che lo era. Per quanto litigassimo spesso, i film avevano dimostrato più volte che l’amore era così. Non potevamo stare lontani l’uno dall’altra, anche se credo che entrambi fossimo giunti a sospettare, dopo un po’, che ciò poteva dipendere dal fatto che nessuno dei due aveva un altro posto dove andare.”

Ma chi sono i protagonisti dei racconti? C’è una figlia che ammette, di fronte al padre, di non volergli più bene, e lo abbandona per andare a vivere con un aspirante politico che a sua volta recita una parte; una donna separata che finge con sé stessa di amare la figlia, e cerca un’improbabile convivenza con un’amica; c’è Warren, protagonista del racconto “Bugiardi e innamorati”, che molla la sua donna per impelagarsi in una relazione con una prostituta; c’è un soldato che nel dopoguerra gira per Parigi alla ricerca della sua prima esperienza sessuale, vinto dalla paura; ci sono aspiranti artisti che passano un’intera vita a progettare sceneggiature, romanzi o sculture senza venire a capo di niente. E poi tanti altri, tutti raccontanti con crudezza ma al tempo stesso con la compartecipazione di chi non è al di sopra della mischia, bensì, se possibile, è al centro della mischia stessa.

In chiusura, specifico che, nonostante i temi e la costante vena amara dei racconti, gli stessi si leggono tutto d’un fiato (almeno io li ho letti in apnea) perché Yates, semplicemente, è bravo.

“A Jack venne in mente che se avesse tenuto il telefono lontano dalla testa la voce di Sally si sarebbe indebolita e appiattita e dispersa in un chiacchiericcio metallico, come la voce di un nano idiota. Disincarnata, priva di coerenza e quindi anche di ogni invidia e autocommiserazione e moralismo, sarebbe diventata un piccolo ma persistente fastidio senza altro scopo che dargli sui nervi e impedirgli di compiere il suo lavoro per quel giorno. Provò a tenere il telefono in quel modo per cinque o dieci secondi, trasalendo alla fitta del suo tradimento segreto, e abbandonò l’esperimento appena in tempo per sentirle dire: <<… perciò ascoltami, Jack. Se facciamo il patto di non bere troppo, e se stiamo molto attenti l’uno con l’altra in tutti i modi, credi che potresti… insomma, credi che potresti tornare? Perché, ecco, il fatto è… il fatto è che ti amo, e ho bisogno di te>>.

Sally aveva detto parecchie frasi affettuose nei mesi precedenti, ma non aveva mai detto di aver <<bisogno>> di lui. E l’effetto di quella frase in quel momento, proprio quando lui aveva stabilito di non andare mai più a Beverly Hills, fu di fargli cambiare idea.”

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5 pensieri su ““Bugiardi e innamorati” (Richard Yates)

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