Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Everyman” (Philip Roth)

everyman

“Per ore dopo le tre telefonate consecutive – e dopo la prevedibile banalità e futilità dei suoi incoraggiamenti, dopo il tentativo di ravvivare il vecchio spirito cameratesco riesumando ricordi della vita dei colleghi, cercando di trovare cose da dire per fargli coraggio e tirarli su di morale – ciò che ebbe voglia di fare non fu solo telefonare e parlare con sua figlia, che trovò all’ospedale con Phoebe, ma ravvivare il proprio spirito telefonando e parlando con i suoi genitori. Ma ciò che aveva imparato era niente in confronto a quell’assalto furibondo e inevitabile che è la fine della vita. Fosse stato consapevole delle terribili sofferenze di ogni uomo e ogni donna che per caso aveva conosciuto in tutti i suoi anni di vita professionale, consapevole della storia dolorosa di rimpianti, di sconfitte e di stoicismo di ciascuno, storia di paura e di panico e di solitudine e terrore, se avesse saputo di tutte le cose da cui avevano dovuto infine separarsi, cose che per loro erano state di importanza vitale, e della sistematica distruzione che stavano subendo, avrebbe dovuto stare al telefono per tutto il giorno e fino a notte fonda, facendo almeno altre cento chiamate. La vecchiaia non è una battaglia: la vecchiaia è un massacro.”

(Philip Roth, “Everyman”, ed. Einaudi)

Nello scrivere le mie impressioni su “Everyman” di Philip Roth, parto dal presupposto che se un libro è capace di farmi venire gli occhi lucidi per motivi opposti, cioè divertimento e commozione, allora non posso che considerarlo un gran libro. “Everyman” ha come tema principale la morte, ma sarebbe riduttivo presentarlo solo così, o forse no, perché dopo tutto la morte permea la nostra esistenza in maniera totalizzante, che se ne sia consapevoli o meno. Ecco, forse è più corretto dire che in questo romanzo Roth analizza la consapevolezza della morte, che nel protagonista sopraggiunge ben presto, a seguito di un episodio della sua infanzia, ma che progressivamente diventa inesorabile, specie quando comincia a frequentare gli ospedali per interventi di vario genere.

Chi ha letto altri romanzi di Roth sa perché, nonostante il tema citato, ci si possa anche (o soprattutto, in certe pagine esilaranti) divertire. La storia inizia con il funerale del protagonista, quindi non riserva sorprese finali circa la sorte dello stesso, che è la medesima di tutti noi. In mezzo, però, tra la nascita e la morte, l’uomo raccontato da Roth ha modo di sposarsi per tre volte, avere tre figli da due donne diverse e di conseguenza vivere tutto ciò che di bello e di tortuoso tali vicende sentimentali/sessuali portano con sé. Più nel dettaglio, dopo un primo fallimentare matrimonio, il protagonista sembra aver trovato in Phoebe una donna perfetta. Le sue inguaribili pulsioni ormonali, però, lo portano a tradirla per una ventiquattrenne svedese, così da perdere una persona che aveva sorretto la sua esistenza già in disfacimento.

Più che il sesso, però, come detto è la consapevolezza della morte ad attraversare l’intero romanzo. La percezione di un progressivo decadimento fisico, la solitudine sempre più accentuata che non trova rifugio neanche nella tardiva scoperta di presunte velleità da pittore, la dipartita di amici e parenti, conducono l’uomo a una stagnazione insopportabile. Sa di essere ormai segnato e qualunque tentativo di arginare la corrosione del tempo gli pare ormai inutile, destinato com’è a naufragare nel nulla dal quale è venuto e nel quale tornerà, senza conforto di mondi ulteriori ad alleviare la sua pena.

Roth, in un alternarsi spazio-temporale di eventi, costruisce un romanzo breve ma intenso, che ci mette di fronte alla commistione tra tragico e comico che è la nostra vita.

“Nulla disse loro della sua serie di ospedalizzazioni per paura che la cosa potesse ispirare troppa vendicativa soddisfazione. Era sicuro che quando fosse morto avrebbero esultato, e tutto a causa di quei primi ricordi di cui non si erano mai liberati, di quando lui aveva lasciato la prima famiglia per fondarne una seconda. Il fatto che alla fine avesse tradito anche la seconda famiglia per una bellissima ragazza di ventisei anni più giovane di lui nella quale, stando a Randy e Lonny, chiunque tranne il padre avrebbe riconosciuto una <<pazzoide>> a una miglia di distanza – una modella, figurarsi, <<una modella scervellata>> che aveva conosciuto quando era stata ingaggiata dalla sua agenzia per un lavoro che aveva portato tutta la squadra, compresi loro due, ai Caraibi per qualche giorno di lavoro – aveva solo rafforzato l’opinione che avevano di lui come un avventuriero sessuale subdolo, irresponsabile, frivolo e immaturo. Come padre, era un impostore. Come marito, anche per l’incomparabile Phoebe, per la quale si era sbarazzato della loro madre, era un impostore. Come qualcosa di diverso da uno che pensava solo alla fica, era un imbroglione fino al midollo. E quanto al suo diventare <<un artista>> in tarda età, questa, per i suoi figli, era la barzelletta più grande di tutte. Quando cominciò a dipingere seriamente ogni giorno, il nomignolo spregiativo coniato da Randy per il padre fu <<l’allegro ciabattivo>>.”

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