Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Divieto di specchiarsi

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“Già un anno prima, e in origine senza alcuna relazione con gli avvenimenti del tempo, mi ero messo a lavorare intorno all’idea di un divieto contro gli specchi. Quando andavo dal parrucchiere a farmi tagliare i capelli, era imbarazzante dover guardare sempre la propria immagine davanti a sé; quell’uomo dirimpetto, sempre uguale, mi dava un senso di costrizione, di oppressione. Così i miei sguardi vagavano a destra e a sinistra, dove sedevano persone che erano affascinate da sé stesse. Si guardavano a fondo, si studiavano, facevano smorfie per arrivare a una migliore conoscenza dei propri lineamenti, non si stancavano, non sembravano mai sazie di sé; e ciò che mi stupiva era che non si curavano affatto di chi, come me, le osservava per tutto il tempo, tanto erano impegnate a occuparsi esclusivamente di sé stesse. Erano tutti uomini, giovani e vecchi, rispettabili e meno rispettabili, così diversi l’uno dall’altro che si stentava a crederci, e tuttavia così simili nel loro comportamento: ognuno era in adorazione di sé stesso, prostrato davanti alla propria immagine.

Ciò che mi colpiva in modo particolare era l’insaziabilità della contemplazione di sé; e una volta, nell’osservare due esemplari grotteschi, mi domandai cosa sarebbe avvenuto se improvvisamente un divieto avesse privato la gente di un momento così prezioso, il più prezioso di tutti. Era possibile imporre un divieto capace di distogliere l’uomo dalla propria immagine? E quali altre vie poteva prendere la vanità se si cercava di tagliarle le gambe con la forza? Era un gioco divertente immaginare le conseguenze di un simile divieto, e per il momento non era impegnativo. Ma quando si arrivò ai roghi dei libri in Germania, quando si vide che razza di divieti venivano emanati e applicati all’improvviso, con quale imperturbabile pervicacia si potesse impiegarli per la produzione di masse entusiaste, allora fu come se il fulmine mi avesse colpito, e il divieto contro gli specchi cessò di essere un gioco e divenne una cosa seria.”

(Elias Canetti, “Il gioco degli occhi – Storia di una vita 1931-1937”, ed. Adelphi)

P.s.: Si ferma uno, mi chiede cosa leggo. Gli passo il libro di Canetti, che sto usando come traghettatore. Lo osserva e, notando il sottotitolo, “Storia di una vita (1931-1937)”, mi fa: “Ed è così, così… breve?”
Gli spiego che è solo una parte dell’autobiografia, che ci sono altri volumi. Annuisce, se ne va.
E comunque, sei anni mica è “breve”! L’intera esistenza è “breve”, ma sei anni no, sei anni sono tanti, troppi. Io, per esempio, sei anni fa ancora pensavo che… (omissis).

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3 pensieri su “Divieto di specchiarsi

  1. Capisco la perplessità di Canetti… ma pensa se avesse visto la gente farsi “selfie”… forse sarebbe stato più indulgente con i roghi…? Ovviamente scherzo… bel post!
    Quanto al fatto che almeno qualcuno si ferma a chiedere cosa leggi, mi sembra un buon segno, non siamo ancora completamente finiti nell’autoreferenzialità.

    • Hai colto lo spirito dell’articolo. 😉 Inizialmente volevo togliere il riferimento finale alla Germania nazista e quindi decontestualizzare il testo, poi ho preferito lasciarlo, ma ciò non toglie che sì, se avesse visto i “selfie”, forse sarebbe stato più indulgente con i roghi… 😉
      Grazie per i complimenti e per il contributo. 🙂

  2. Penso di avere molto in comune con Canetti, anche a me non piacciono gli specchi, ne ho solo uno in casa e lo uso solo quando non posso farne a meno . . . per il resto dei giorni lo ignoro.
    Un saluto

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