Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Anime morte” (Gogol’)

Gogol

“Oggigiorno da noi tutti i gradi e i ceti sono così irritabili, che qualunque cosa appaia in un libro stampato sembra loro un affronto personale: dev’essere una tendenza che è nell’aria. Basta soltanto dire che in una città c’è un uomo stupido, e già è un affronto personale; a un tratto salterà fuori un signore dall’aria rispettabile e si metterà a urlare: <<Anch’io sono un uomo, dunque anch’io sono stupido>>, insomma, capirà al volo di che si tratta. E perciò, per evitare tutto questo, chiameremo la signora da cui era arrivata la visitatrice nel modo in cui veniva chiamata quasi unanimemente nella città di N.: e cioè una signora amabile da tutti i punti di vista. Si era guadagnata a buon diritto questo appellativo, poiché, davvero, non aveva badato a sacrifici per rendersi simpatica al massimo grado; benché, naturalmente, attraverso la simpatia trapelasse, ohi! quale pepato caratterino femminile! e benché talvolta in ogni sua parola amabile, spuntasse, ohi! quale spillone! E Dio ci scampi da ciò che le ribolliva in cuore contro colei che riusciva in qualche modo e in qualche campo a primeggiare. Ma tutto era ammantato dal più fine savoir-faire che si possa trovare in un capoluogo di governatorato. Essa eseguiva ogni movimento con gusto, amava perfino la poesia, talvolta sapeva perfino tenere il capo in atteggiamento sognante – e tutti erano d’accordo nel dire, appunto, che era una signora amabile da tutti i punti di vista. L’altra signora, invece, cioè la visitatrice, non aveva un carattere così poliedrico, e perciò la chiameremo: una signora semplicemente amabile.”

(Nikolaj Vasil’evič Gogol’, “Anime morte”, ed. Garzanti)

Come premessa alle mie impressioni dopo la rilettura di “Anime morte”, devo dire che preferisco il Gogol’ dei racconti più brevi, ad esempio quelli su cui ho scritto qualche tempo fa. Nel romanzo, la sua freschezza ironica, in alcuni punti, cede il passo a qualche descrizione che rallenta il ritmo. Ciò detto, “Anime morte” resta, a mio parere, una gran bel romanzo, che si fa leggere in virtù della scrittura eccentrica, amaramente ironica, frammentaria, densa di comicità e tesa a enfatizzare, fino al grottesco, la gretta mediocrità dei personaggi. Nell’ottima introduzione, Serena Vitale rileva che Gogol’ fu percepito, all’epoca, come il padre del realismo sociale, ma come, in realtà, egli desse corpo soprattutto agli incubi della sua fervida immaginazione, spingendo la narrazione ai limiti dell’assurdo. In questo senso, certi passaggi sulla burocrazia, che sono presenti nella storia, mi hanno fatto pensare a ciò che poi Kafka avrebbe magistralmente descritto.

Il protagonista di “Anime morte” è Čičikov, un arrivista, che viaggia in cerca di proprietari terrieri, dai quali vuole acquistare, per un suo subdolo piano di arricchimento, le anime morte, cioè i contadini morti ma che, ai fini del censimento statale, ancora risultano vivi. Il suo peregrinare è piuttosto episodico e Gogol’, maestro nel ritrarre i tipi umani più disparati, si serve di questo pretesto per presentarci quelle che risultano essere, ai nostri occhi, le reali anime morte del romanzo, cioè i bizzarri, degradanti, squallidi personaggi che Čičikov, di per sé emblema del vuoto, incontra e scontra sul suo percorso.

In chiusura, va detto che nell’edizione Garzanti che ho letto, è presente anche la seconda parte, che Gogol’ non terminò. La parola, ora, passa nuovamente all’autore, colui che meglio può presentare le sue creature.

“- Devo presentare una domanda.

– E che cos’ha comprato?

– Vorrei prima sapere dov’è la scrivania dei contratti, qui o altrove?

– Ma dica prima che cosa ha comprato e a quale prezzo, e allora noi le diremo dove, altrimenti non si può sapere.

Čičikov vide subito che gli impiegati erano semplicemente curiosi, come tutti i giovani impiegati, e volevano dare maggiore peso e importanza a sé e alle loro occupazioni.

– Ascoltate, carini, – disse – so benissimo che tutte le pratiche per i contratti, indipendentemente dal prezzo, si inoltrano in un unico posto, e perciò vi chiedo di indicarci la scrivania, e se non sapete che cosa succede nel vostro ufficio, allora chiederemo ad altri.

Gli impiegati non risposero nulla, solo uno di loro mostrò col dito un angolo della stanza, dove a una scrivania sedeva un vecchio che annotava certe carte. Čičikov e Manilov passando fra i tavoli si diressero verso di lui. Il vecchio era tutto concentrato sul suo lavoro.

– Potrebbe dirmi, per favore, – domandò Čičikov con un inchino – se si sbrigano qui le pratiche per i contratti?

Il vecchio sollevò gli occhi e disse dopo una pausa:

– Le pratiche per i contratti non si sbrigano qui.

– E dove allora?

– Al settore contratti.

– E dov’è il settore contratti?

– Da Ivan Antonovič.

– E dov’è Ivan Antonovič?

Il vecchio mostrò col dito un altro angolo della stanza.

Čičikov e Manilov si diressero da Ivan Antonovič. Ivan Antonovič aveva già girato indietro un occhio e li aveva squadrati di traverso, ma subito si era sprofondato con attenzione ancor maggiore nella scrittura.

– Potrebbe dirmi per favore, – chiese Čičikov con un inchino – se è questa la scrivania dei contratti?

Ivan Antonovič pareva non aver sentito e si immerse tutto nelle carte, senza rispondere nulla. Si vedeva subito che era ormai un uomo di età giudiziosa, e non un giovane chiacchierone e farfallino. Ivan Antonovič, a quanto pare, aveva già passato da un pezzo i quaranta; aveva i capelli neri, folti; tutto il centro della faccia gli sporgeva in avanti e si protendeva verso il naso – in una parola era una di quelle facce che comunemente si chiamano ‘musi di brocca’.”

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Un pensiero su ““Anime morte” (Gogol’)

  1. LaCornacchiaSepolta in ha detto:

    A me era piaciuto, ma non mi aveva fatto impazzire. Mi aveva molto sconcertato la scelta di pubblicare quella seconda parte un po’ monca e molto ricostruita.

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