Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Due stronzi (meravigliosi)

Non c’è niente da fare, anche stavolta il povero Piskarev è morto sulla Prospettiva, scontando il duro contrasto tra le sue illusioni amorose e la realtà. Ogni volta che lo rileggo mi aspetto un finale diverso, non dico un amplesso concessogli per compassione, ma almeno che sopravviva al suo delirio. In questo, Dostoevskij è stato meno crudele di Gogol’. Almeno il tipo delle “Notti bianche” lo lasciamo vivo. Certo, anche lì uno, all’ottava lettura, si aspetta che lei, infine, scelga lui, povero mentecatto illuso, e non l’altro. E invece no, l’illuso resta lì a bocca aperta, a raccontarsi che, dopo tutto, va bene anche un solo minuto di beatitudine. Altrove, intanto, lei e l’altro fanno fuoco e fiamme in un’alcova, sebbene questo sia un dato presunto, non dimostrabile e neanche fondamentale.
No, no, mi sono sbagliato, è stato più stronzo Dostoevskij a lasciarlo vivo; vuoi mettere la serenità raggiunta da Piskarev? La sua calma, la sua virtù dei morti.

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