Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La cerimonia del massaggio” (Alan Bennet)

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“Il funerale, in ossequio alle abitudini correnti, era stato annunciato come una “celebrazione”, pratico connubio tra il festeggiamento e il commiato. Tanto per cominciare non era imperativo addolorarsi troppo, il che era decisamente un vantaggio: la persona da celebrare era morta da un pezzo e per piangere sarebbe stata necessaria una certa vis dramatica. In più, chiamarla celebrazione permetteva di non vestire a lutto. Così, anche se il lavoro delle modiste era stato appena più discreto, nulla avrebbe impedito, pensò Treatcher, di scambiare quelle esequie per un matrimonio.”

Non avevo mai letto nulla di Alan Bennet, ma è da un po’ che gli giravo attorno. Dopo aver terminato “La cerimonia del massaggio”, il mio parere è ancora in divenire, ma al momento è abbastanza positivo, tanto che ho in programma di leggere altri sui racconti. Il motivo principale è che, leggendolo, mi sono divertito, e non è poco. In questa sarcastica storia, l’autore ci porta a un funerale, anzi a una celebrazione a distanza di mesi dalla morte, che è, più che un’occasione di raccoglimento, un’opportunità mondana per i diversi personaggi che, lì radunati, recitano una parte scomoda. Il morto, infatti, era un massaggiatore dedito anche ad altre pratiche, e ciascuno dei presenti non sa se anche gli altri sono stati sottoposti agli stessi trattamenti particolari. Di sicuro il prete, Geoffrey, è tra coloro che hanno beneficiato non solo delle mani, ma anche di altre parti del corpo del defunto. Ciò fa sì che la sua predica sia condizionata oltre modo, non solo dalla necessità di tenere viva l’attenzione della platea, ma anche dalla paura di svelare troppo circa i suoi rapporti con l’ormai cadaverico ex-satanasso del sesso. Quando poi i presenti sono chiamati a proporre un loro personale ricordo, può capitare che qualcuno, ignaro di seminare il panico, possa ipotizzare una causa di morte che mette in dubbio anche le certezze di salute dei presenti.

“Molti, fra i conoscenti del defunto che stavano entrando in chiesa, si conoscevano tra loro – un numero sorprendente -, sebbene un funerale non sia l’occasione migliore per dedurlo: i cenni di riconoscimento sono trattenuti, l’occhio basso, il sorriso contrito, ogni manifestazione di piacere per l’incontro o anche solo di comunione nel dolore rimandata al dopo. Questo nonostante gli sforzi dell’officiante, il quale, con brio professionale, assicura i convenuti che la faccenda sarà triste sì, ma fino a un certo punto.”

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