Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La crudeltà di un “ciao”

Non si discute abbastanza, in giro e sui mass-media, di quanto possa essere crudele la parola “ciao”. Tu dici “ciao” e dai per scontato che non sia un “addio”, che ci sia sempre un’altra possibilità per vedersi e parlarsi. Il più delle volte, in effetti, succede, e magari ci si limita di nuovo a un “ciao”, forse perché, anche ad impegnarsi, oltre quel “ciao” tra te e l’altra persona non si potrebbe andare.

In certi casi, però, il “ciao” è più pesante, perché si porta dietro situazioni irrisolte. “Ciao”, dici, “ciao”, risponde l’altro. Eppure avreste voluto dirvi tante altre cose, chiarire qualcosa, sopire vecchi stupidi rancori, riallacciare un rapporto di qualsiasi tipo. E invece, no, “ciao” e si passa oltre. Tutto normale, nulla di eccezionale, non è che possiamo stare ad approfondire ogni “ciao” della nostra esistenza. L’oblio ci salverà. E però certe volte ti viene la voglia di fermare uno per strada e dirgli: “Ciao, perché non ci fermiamo cinque ore a parlare dei nostri ‘ciao’”? E cosa ti frena? Ti frena il pensiero che, se anche ti fermassi cinque ore a parlare con il collega di “ciao”, potresti ritenere risolte vecchi questioni, ma in fondo non risolveresti nulla, perché esse andrebbero a nutrire le “nuove questioni” che sorgono e che dovreste poi dibattere la prossima volta, non più per cinque ore, ma per cinque giorni, cinque decenni, finché, a un certo punto, arriva “addio”, che tutto risolve, lasciando tutto irrisolto.

E allora che fai? Niente, abbozzi un sorriso, anche quando ti verrebbe da piangere, dici “ciao”, a volte muovendo anche la manina, e prosegui, fischiettando un pezzo qualunque.

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3 pensieri su “La crudeltà di un “ciao”

  1. Si è vero. Non sai quante volte vorrei sedermi a parlare con una persona per chiarire il perché dovrei proprio levarglielo il saluto eppure insisto a parlarle e non lo faccio perché le voglio bene, ma so che quella persona metterebbe su la sua eterna messinscena da vittima e finirebbe che chi ha sbagliato sono io, nonostante le evidenze contrarie. È sempre stato così da che la conosco.

  2. Quello che mi dà disagio nei “ciao” è l’etimologia della parola. Dire “Ciao”, penso spesso, è il servile dichiararsi schiavi, derivando, tramite il veneto, dal tardo latino “sciavus” (sono suo schiavo). Che brutto saluto!

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