Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Lucernario” (José Saramago)

lucernario

“Appoggiato a due cuscini, un po’ intontito perché appena sveglio, Caetano Cunha aspettava il pranzo. La luce della lampada sul comodino, colpendolo di traverso, gli lasciava in penombra metà del viso e ravvivava il cremisi della guancia illuminata. Con una sigaretta all’angolo della bocca, l’occhio di quel lato socchiuso per il fumo, aveva l’aria di un brutto ceffo da film di gangster, dimenticato dallo sceneggiatore dentro una stanza di una casa funerea. A destra, sul comò, una foto di una bambina sorrideva verso Caetano Cunha, un sorriso fisso, di una fissità inquietante.

Caetano non guardava la foto. Non fu quindi perché influenzato dal sorriso della figlia che sorrise. Né del resto il sorriso della foto assomigliava al suo. Quello del ritratto era franco e gioioso e se inquietava era solo per la sua fissità. Il sorriso di Caetano era lascivo, quasi ripugnante. Quando gli adulti sorridono in quel modo non dovrebbero esserci i sorrisi dei bambini, neppure i sorrisi fotografati.

Uscendo dal giornale, Caetano aveva avuto un’avventura, una sordida avventura, che erano quelle che apprezzava di più. Perciò sorrideva. Apprezzava le cose buone e ne godeva due volte; quando le viveva e quando le ricordava.

Justina andò a rovinare il suo secondo godimento. Entrò con il vassoio del pranzo e lo posò sulle ginocchia del marito. Caetano la fissò con l’occhio brillante, sarcasticamente. Siccome la lampadina era rossa, la sclera sembrava insanguinata e accentuava la malignità dello sguardo.”

(José Saramago, “Lucernario”, ed. Universale Economica Feltrinelli)

“Lucernario” è un romanzo che è stato pubblicato solo dopo la morte di José Saramago, nel 2011, e che il futuro Premio Nobel per la Letteratura scrisse ad appena trent’anni, rinunciando poi a pubblicarlo, dopo aver ricevuto un rifiuto, anzi l’indifferenza, della casa editrice alla quale aveva osato proporlo. Gli ammiratori delle opere più famose dello scrittore portoghese, leggendolo, potranno notare subito la differenza di stile tra quelle e questo romanzo giovanile, nel quale Saramago riversa anche la propria ammirazione per personaggi quali Dostoevskij, Beethoven, Shakespeare, Pessoa, Diderot. I rimandi a tali giganti, però, non sono di ostacolo alla lettura, che scorre rapida, intessuta com’è di dialoghi e di più rare (rispetto al “solito” Saramago) riflessioni del narratore esterno.

I protagonisti vivono tutti nello stesso palazzo di un quartiere popolare della Lisbona dei primi anni Cinquanta del ‘900. Le loro esistenze sono intrise di malinconia, rimpianti, aspirazioni deluse, nostalgia per ciò che poteva essere e non è stato, frustrazione, eppure hanno quasi tutti, ancora, una speranza, che si ridesta, magari, all’ascolto di una musica, alla lettura delle pagine di un libro, o, più concretamente, quando l’amore, o almeno il desiderio, li spinge a lottare per qualcosa o qualcuno. Isaura e Adriana vivono con la madre e la zia, la prima è una giovane sarta che cerca nei romanzi la fuga dalla propria quotidianità, mentre la seconda scrive nel suo diario i suoi pensieri più segreti; Silvestre è un calzolaio con il pallino della filosofia, e troverà modo di coltivare questa sua passione quando arriverà Abel, giovane, scettico e spiantato inquilino; Caetano sembra non avvertire più alcun desiderio fisico per sua moglie, Justina, già sconvolta dalla morte della figlia; Emilio e Carmen trascinando la loro storia solo in virtù dell’esistenza del piccolo Henriquinho; Claudinha, giovane e avvenente, instilla in Rosalia e Anselmo, i suoi genitori, preoccupazioni ma anche aspirazioni di carattere economico; e poi c’è Lidia, conturbante mantenuta, sulla quale si riversano le maldicenze di chi, forse, sotto sotto, vorrebbe essere al suo posto.

Saramago è abile nel non farci perdere in questo dedalo di personaggi, e con continui cambi di scena ci porta a conoscenza delle piccole miserie reciproche di cui si rendono capaci alcuni, ma anche della bellezza che può scoccare nei luoghi e tra le persone più impensabili, se solo fossero attente a coglierla. Resta, certo, uno scetticismo di fondo, e in questo senso il personaggio di Abel pare essere, almeno ai miei occhi, una sorta di “pupillo” dell’autore, con le sue contraddizioni, con la sua voglia di essere libero e slegato da chicchessia, eppure con la consapevolezza di quanto una tale libertà, se non condivisa con gli altri (ma chi?) sia destinata a restare inutile.

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Un pensiero su ““Lucernario” (José Saramago)

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