Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“L’uomo duplicato” (José Saramago)

Saramago

“Non è proprio così. C’era un tempo in cui le parole erano talmente poche che non ne avevamo neppure per esprimere qualcosa di tanto semplice come Questa bocca è mia, o Codesta bocca è tua, e tanto meno per domandare perché abbiamo le bocche unite. Gli uomini di oggi non immaginano neppure il lavoro che hanno dato questi vocaboli per essere creati, in primo luogo, e chissà che non sia stato, nel complesso, il più difficile, fu necessario capire che ce n’era bisogno, poi si dovette arrivare a un consenso sul significato dei loro effetti immediati e, infine, compito che non sarebbe mai giunto a concludersi completamente, immaginare le conseguenze che sarebbero potute derivare, a medio e a lungo termine, dai suddetti effetti e dai suddetti vocaboli. A paragone di ciò, e al contrario di quanto ha affermato tanto perentoriamente il senso comune ieri sera, l’invenzione della ruota fu un mero colpo di fortuna, come lo sarebbe stata la scoperta della legge di gravità universale solo perché una mela pensò bene di andare a cadere sulla testa di Newton. La ruota s’inventò e lì è rimasta inventata per sempre, mentre le parole, quelle e tutte le altre, loro sì, sono venute al mondo con un destino nebuloso, vago, quello di essere organizzazioni fonetiche e morfologiche di carattere eminentemente provvisorio, ancorché grazie, per puro caso, all’aureola ereditata dalla loro creazione aurorale, si ostinino a voler passare, non tanto per sé stesse, ma per quello che in modo variabile continuano a significare e a rappresentare, come immortali, imperiture, o eterne, secondo i gusti del classificatore. Questa tendenza congenita, cui non sapremmo né potremmo resistere, si è trasformata, con il trascorrere del tempo, in un gravissimo e forse insolubile problema di comunicazione, sia la collettiva di tutti, sia la privata del tu per tu, per cui hanno finito per confondersi i fischi e i fiaschi, le lucciole e le lanterne, e le parole hanno usurpato il posto di quello che prima, meglio o peggio, pretendevano di esprimere, dal che ne è derivata, infine, io ti conosco mascherina, questa assordante baraonda di scatolette vuote, questo corteo carnascialesco di lattine etichettate ma senza niente dentro, o appena, ormai in via di stemperarsi, l’odore evocativo dei nutrimenti per il corpo e per lo spirito che un tempo contenevano e serbavano.”

(José Saramago, “L’uomo duplicato”, ed. Universale Economica Feltrinelli)

Da “Il dottor Jekyll e Mr. Hyde” di Stevenson a “Il sosia” di Dostoevskij, non mancano le storie sul tema del doppio, per non scomodare chi è andato ben oltre il doppio, come Pirandello. “L’uomo duplicato” di Saramago, sotto questo profilo, non è dunque una storia così originale, eppure il Nobel portoghese, che avevo già apprezzato in passato in altri romanzi quali “Cecità”, “Il vangelo secondo Gesù” o “L’anno della morte di Ricardo Reis” (peraltro riguardante Pessoa e i suoi eteronimi), è riuscito a catturarmi con la sua prosa avvolgente, le sue digressioni e la costante/pungente ironia delle sue parole.

L’artifizio letterario è inverosimile, ma non per questo meno avvincente. Tertuliano Máximo Afoso è un professore di Storia alle scuole medie, che conduce un’esistenza piuttosto mogia, anzi depressa, alla prese con l’insegnamento, con un’amante, Maria, dalla quale non trova il coraggio di staccarsi, e con un vaghissimo ricordo del suo matrimonio, fallito per motivi che a lui sfuggono. Il tedio quotidiano riceva una scossa improvvisa quando, su suggerimento di un collega, Tertuliano noleggia una videocassetta con lo scopo di svagarsi la mente. Durante la visione, si accorge che un personaggio secondario del film è identico a lui sotto il profilo fisico. Incuriosito da tale circostanza, comincia un’indagine abbastanza assurda alla ricerca dell’identità di questo duplicato. Da quel momento, tutto per Tertuliano cambia, la curiosità si ridesta in lui, che adotta strategie varie per scoprire chi è quell’uomo che pare essere un suo vero e proprio clone. Qui, ovviamente, non mi dilungo sugli sviluppi della trama, che lascio al lettore indagare, ma sottolineo come, a prescindere dall’incredibilità della vicenda, è ovvio che la storia si presta a considerazioni sui temi dell’identità, della nostra personalità, della percezione di noi che hanno gli altri e via seguitando, in un vortice di avvenimenti che per Tertuliano, e di conseguenza per il suo alter ego, cioè Antonio Claro alias Daniel Santa-Clara, assumono contorni sempre meno divertenti e più tragici.

“Si dice che odia il prossimo soltanto chi odia sé stesso, ma il peggiore di tutti gli odi dev’essere quello che spinge a non sopportare l’uguaglianza dell’altro, e probabilmente sarà anche peggio se tale uguaglianza dovesse mai essere assoluta.”

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6 pensieri su ““L’uomo duplicato” (José Saramago)

  1. In fondo ognuno di noi cova nel substrato della propria interiorità un Mattia Pascal. Questo per dire che sebbene come tema possa essere…inflazionato? è sempre nuovo e attuale e reso tale dal punto di vista di chi racconta.
    A me, come umile lettrice, non resta che “ascoltare” il racconto.

    Un saluto!

  2. Mi hai ricordato che, mesi fa, volevo leggere questo romanzo. Cercherò di provvedere. Saramago non mi ha mai deluso.
    https://carlomenzinger.wordpress.com/2013/09/12/la-bibbia-secondo-saramago/

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