Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Il caso” (Joseph Conrad)

conrad

<< “Perché non lo fa entrare?”.

<<Ah, no! Nemmeno a pensarci! Avrei fatto meglio a risparmiare il fiato. Sapevo che non lasciar entrare il cane in casa era una delle regole di vita dei Fyne, parte della loro solennità e responsabilità, una componente della loro onnipresente, seppur mansueta, superiorità. Era alquanto disdicevole imporre la presenza del proprio cane in casa dei loro ospiti – foss’anche uno scapolo un po’ poltrone, alloggiato in una fattoria, amico personale del cane. Era fuori discussione. Però lo lasciavano abbaiare fuori dalla tua finestra fino a farti impazzire. C’era una strana coerenza nella loro incapacità di entrare in sintonia con le persone mediante l’immaginazione. Non insistei, limitandomi a fargli strada verso il salotto, sperando che per un’ora o giù di lì non accadesse che qualcuno passasse per il vialetto alterando il contegno del cane.

<< Mrs. Fyne, seduta immobile davanti al tavolo ingombro di piatti, tazze, bricchi, una teiera fredda, briciole, e in generale tutto il disordine dell’ospitalità, volse il capo verso di noi.

<< “Vede, Mr. Marlow,” disse in un tono inaspettatamente confidenziale “non sono assolutamente fatti l’uno per l’altro”.

<< Sul momento non capii a chi si riferisse con questa osservazione; inizialmente pensai a Fyne e al cane. Poi la misi in relazione alla faccenda in questione, che non era né più né meno che una fuga d’amore… >>.

(Joseph Conrad, “Il caso”, ed. Adelphi)

“ll caso”, scritto da Joseph Conrad in oltre un decennio e pubblicato nel 1913, prende le mosse, per l’appunto, da un avvenimento casuale, che consente al giovane marinaio Powell di imbarcarsi su una nave, sulla quale avrà modo di conoscere la storia di Flora e del capitano Roderick Anthony, una vicenda sentimentale anch’essa scaturita da circostanze casuali. Il libro, va detto subito, non costituisce una riflessione filosofica su cosa si debba intendere per caso, sebbene il lettore possa trarne, al riguardo, opportuni spunti per riflettere, magari, su come e perché la propria esistenza si sia diretta verso certe direzioni piuttosto che altre. Tornando al romanzo, ciò che spicca è l’abilità dell’autore nel costruire un intreccio di voci narrative diverse. Scrive Pietro Citati in un passo riportato sul retro-copertina dell’edizione Adelphi che ho letto: “Non c’è un narratore solo che racconta la verità; ma la voce di un narratore senza volto e senza espressione, dentro la quale si apre la narrazione ironica, indifferente ed elusiva di Marlow e, dentro questa, la voce di due altri narratori minori; e tutte queste voci formano una specie di brusio, che non possiamo tradurre in affermazioni con un senso solo”.

Attraverso queste diverse voci narranti, scopriamo i personaggi della storia, cioè innanzitutto i già citati capitan Anthony e Flora, ma anche i coniugi Mr. e Mrs. Fyne, la seconda sorella del capitano, e poi il truffaldino e maldestro speculatore finanziario de Barral, padre di Flora. La vicenda, nel suo sviluppo, non ha nulla di particolarmente originale, trattandosi di un classico esempio di amore travagliato; ciò che la rende leggibile è, oltre all’intreccio narrativo di cui si è detto, anche l’ironia che Conrad sfoggia di continuo nel descrivere gli atteggiamenti dei diversi personaggi, ironia non priva di uno sfondo tragico.

Pare che qualcuno, all’epoca, di fronte al successo di pubblico, rimproverò comunque Conrad per la prolissità dell’opera (circa 400 pagine), al che lui rispose, in una prefazione aggiunta nel 1920 e riportata nel volume Adelphi, con le seguenti parole: “Un critico ha osservato che se avessi scelto un altro metodo di composizione, e con un piccolo sforzo in più, avrei potuto raccontare la storia in circa duecento pagine. Confesso di non comprendere pienamente il senso di una tale critica, e neanche l’utilità di un’osservazione del genere. Senza dubbio, scegliendo un dato metodo e a costo di una grande fatica il racconto si sarebbe potuto scrivere su una cartina per sigarette. Se è per questo, l’intera storia dell’umanità potrebbe essere scritta così, se solo la si affrontasse col dovuto distacco. La storia degli uomini sulla terra, fin dall’alba dei tempi, si può riassumere in un’unica frase infinitamente evocativa: nacquero, soffrirono, morirono… E tuttavia, che grande racconto! Nelle storie infinitamente minute di uomini e donne che mi è toccato in sorte narrare, però, io non sono capace di un simile distacco.”

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Un pensiero su ““Il caso” (Joseph Conrad)

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