Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Quando lei parlava” (n. 26 da “Frammenti da un camino”)

“Tutta la serenità e l’altruismo e la virtù e il sacrificio cadono alla presenza di due – uomo e donna – che tu sai che hanno chiavato o chiaveranno. Quel loro sfacciato mistero è intollerabile. E se uno dei due è tutto il tuo sogno? Che cosa diventi allora?”

(Cesare Pavese)

Quando Nadia parlava, Ivano non si sentiva più immerso in una bolla romanzesca, avvertiva lo straripante peso dei fatti che le erano accaduti, ai quali era stato estraneo, e che l’avevano ferita, eventi che lui, allontanatosi per circostanze che non avevano saputo gestire, ora ascoltava da quella bocca spesso bramata ma che, in quel frangente, esprimeva un dolore che affondava, per l’appunto, in una zona dell’esistenza a lui fino allora ignota. La ragazza narrava le sue vicissitudini, le difficoltà insorte, l’abbandono che l’aveva colta e dalla quale stava cercando di districarsi, appigliandosi a ciò che ancora sentiva essere vivo in lei; Ivano, nel vederla sofferente, si colpevolizzò per la propria miopia emotiva e un intenso sentimento di compassione lo colse. Eppure, sarebbe stato falso negarlo, non riusciva a scindere un groviglio di sensazioni che, provenienti da quel passato che sembrava ormai sepolto, intervenivano a inquietare anche quella conversazione, turbandolo per via dell’egoismo che sentiva in agguato.

Si erano riavvicinati da qualche tempo, e lui credeva, stavolta, di poterle davvero essere di sostegno, almeno ascoltandola, più che tramite consigli che sentiva di non saper dare. Lei doveva riorganizzarsi l’esistenza, così gli aveva detto, doveva riappropriarsi di spazi e ridefinire le priorità, tra le quali, specificò quasi a metterlo in guardia preventivamente, non c’era spazio per alcuna relazione. Per Ivano tutto era, razionalmente, molto chiaro, e analizzando la situazione si rendeva conto che tra lui e quell’amica ritrovata non avrebbe potuto esserci altro che non quel rapporto franco, reinstaurato dopo tre anni.

Quello squarcio inedito di esistenza che gli stava confidando Nadia, però, andava oltre, investiva sfere intime e di dolore che lui adesso cercava con difficoltà di incasellare nella propria personale ricostruzione di quegli anni andati. Erano giunti con gradualità a quella ritrovata confidenza, superando barriere reciproche, tanto che lui, in questo stupendosi per una certa audacia che non riteneva di possedere, le aveva anche proposto di leggere uno scritto a tinte forti che stava elaborando per superare certe sue paure stantie. Lei aveva accettato e arricchito quello scritto così lontano dai vecchi tentativi di scrittura di Ivano. Questo, che di per sé all’inizio era parso all’uomo solo una stimolante revisione per opera di una mente femminile, adesso nutriva riflessioni non facili da organizzare, che attenevano al rapporto tra lui e Nadia, che non era corretto definire solo un’amica, dal momento che tuttora gli destava pensieri lascivi, forse ancora di più rispetto a quando, anni prima, si era invaghito di lei in maniera sin troppo idealistica.

Ne avevano parlato, lui le aveva ricordato quanto soffrisse nell’essere destinato al ruolo di confidente, quando lei gli raccontava le sue peripezie sentimentali o, peggio ancora ,quando lei non raccontava, ma lasciava intuire. Da lì la situazione era degenerata, perché lui si era dimostrato incapace di gestire le proprie emozioni, mentre lei, dal canto suo, pur non avendolo mai illuso in maniera consapevole, non lo aveva neanche allontanato, come forse sarebbe stato opportuno, corroborando così un’instabilità emotiva che infine portò Ivano a provare un rancore che era palese sintomo di un odio verso quella parte di sé che lui, in quel periodo, ancora non aveva sondato.

– Su certe questioni sei maturato, prima eri intransigente.

Ivano assentì, sebbene fosse cauto nel giudicare le sue sensazioni, in perenne e caotico divenire. Non si riteneva più ingenuo, aveva svelato a sé stesso il proprio lato lascivo, ma era difficile stabilire, con certezza, quali sarebbero state le sue reazioni qualora si fosse ritrovato, ora, immerso nelle medesime situazioni di quattro anni prima. Di sicuro il pensiero del sesso, pure per lui faccenda tutt’altro che risolta, non “sporcava” alcun fantomatico amore romantico, e non si sentiva più così ferito nell’ascoltare Nadia accennare a storie che, comunque, implicavano l’idea del suo corpo toccato da altri uomini, eventualità che un tempo gli avrebbe procurato, oltre all’invidia, fitte al suo stomaco già traballante.

– Eri ossessionato da me, non sopportavi l’idea che potesse piacermi un altro e scappavi, per poi tornare alla carica dopo due o tre sere di silenzio.

– Parzialmente esatto. Mi allontanavo, ma non tanto perché non sopportavo quell’idea, alla quale mi ero persino rassegnato, quanto piuttosto perché odiavo quel mio continuo indagare sul perché non potessi piacerti, su cosa volevi dire quando sostenevi che con certe persone non si può andare oltre una bella amicizia. Mi sentivo ferito e ingannato da te.

– Cosa? – esclamò lei più divertita che stupita.

– Sì, hai capito bene. Non dico che fosse così, tu eri libera di fare quello che volevi, ma mi sentivo tradito, perché avevi negato che ti piacesse Michele, quando io l’avevo intuito da subito.

– Ma non capisco perché ingannato, ferito, mi sembra che tu esagerassi allora e anche adesso nell’insistere su queste parole.

– Non accettavo che proprio tu potessi avermi mentito su un aspetto così importante, anzi su ciò che in quel momento era tutto per me, cioè tentare di capirti, e farmi capire da te.

– Ma che dovevo fare, dirtelo subito che mi piaceva Michele? Non ero così sicura, non pensare che le persone siano un blocco monolitico, che le relazioni s’intraprendano in modo così chiaro!

– Lo so, ora lo lo, ma potevi evitare di creare quell’alone di sospetto su tutti, quel tuo alludere a qualcuno senza dire niente.

– Tu avevi una fantasia iperattiva, ingigantivi ogni minimo evento. Forse ho sbagliato, ma non sapevo che fare. Eri geloso, e quando si è gelosi si fa difficile, caro mio, – e lo colpì sulla spalla con una pacca consolatoria.

– Ti ricordi quello che ti dissi un giorno riguardo alle tue manate sulle spalle?

– No, cosa?

– La memoria continua a essere un tuo punto debole. Ti dissi che le pacche sulle spalle si danno ai cadaveri e che preferivo ricevere un bacio sulla bocca.

– Il solito apocalittico. Ma, adesso che ti ritieni cambiato, come gestisci certe situazioni? A prescindere da me e te, riesci a distinguere amicizia, amore, desiderio?

Per Ivano era impossibile sia rispondere con chiarezza sia prescindere da lei. Nel tempo aveva capito che sentirsi offeso, oltre che ingiusto nocivo, poiché lo portava a ingannare sé stesso, dipingendosi migliori di quel che poi, dopo qualche tempo, finito di crogiolarsi nel ruolo della vittima, scopriva di essere.

Si sentiva mutato, e sperimentava anche come, nel sentirla parlare del proprio corpo, ora in lui fosse stimolata la voluttà dell’immaginazione, fomentata quella parte irrazionale e sensuale della sua mente che ancora non aveva estrinsecato al meglio. Adesso, che non si riteneva innamorato, fantasticava molto di più su Nadia, e cercava di comprendere come si fossero compenetrati elementi che un tempo contrapponeva, quasi fossero scissi nella sua mente. Parlava con lei di problemi molto seri o anche di cose piacevoli, eppure non poteva negare che a ciò si accompagnassero pensieri impudichi che peraltro le aveva svelato. Si accorgeva, insomma, che quella parte di sé spingeva per emergere, e gli accadeva in presenza di Nadia o anche quando si ritrovava solo nella sua stanza e, sentendo un bruciante desiderio montargli nella testa e tra le gambe, la immaginava lì con lui, sul letto, in un abbraccio dapprima casto e poi languidamente avvinti, alla scoperta reciproca dei corpi.

Al tempo stesso, però, provava per lei una forte compassione, e questo miscuglio di sensazioni gli appariva assurdo. Ascoltava, assorbiva quanto poteva per aiutarla, in alcuni casi provava a dirle qualcosa che potesse lenire quel dolore riaffiorante, eppure si sentiva, a tratti, estremamente egoista nel farlo, incapace di donarsi in modo incondizionato, travolto dal dubbio che lo stesse facendo solo perché, nonostante tutte le improbabilità del caso, voleva soddisfare con lei fantasie che gli si proponevano in maniera dirompente. Non le nascondeva più nulla, anche se non era facile spiegarle certi anfratti della sua mente, spalancare il proprio intimo, ma sentiva che doveva farlo, che non poteva dissimulare. In lui, all’antico e sciocco idealismo, era tardivamente subentrata la consapevolezza che in un uomo possono convivere istanze così apparentemente slegate. Se la figurava piangente e sorridente, malinconica e sarcastica, casta e impudica, e ciò che più lo stupiva era che queste qualità coesistevano, tanto che una sera, tornando a casa un po’ brillo, fantasticò a lungo, immaginò un’unione tra i due corpi all’insegna della lascivia e della gioia. Si sentì invaso dal desiderio, ma al tempo stesso un’aura di malinconia inestirpabile sembrò disegnarsi attorno a lui, e quando la mattina dopo, svegliandosi da sogni inquieti, si recò in bagno per lavarsi la faccia, ciò che vide riflesso nello specchio lo turbò, perché sulle sue labbra c’era un sorriso ambiguo, quasi di disincanto dalla realtà, ma dentro, nonostante quella facciata, qualcosa si era conficcato nello stomaco.

– Dovrò curare una volta per tutte questa gastriche, – pensò cercando di porre un distacco ironico tra sé e quello nello specchio, ma l’ironia non funzionò, non più.

(Continua? Riparte? Si ferma? Chissà)

P.s.: per le altre mirabolanti e malinconiche avventure di personaggi frammentari, recarsi in questa pagina.

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