Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Teatro” (Samuel Beckett)

beckett

VLADIMIRO       Non capisco una parola.

ESTRAGONE      (mastica, poi deglutisce) Ti domando se siamo legati.

VLADIMIRO       Legati?

ESTRAGONE      Legati.

VLADIMIRO       Legati come?

ESTRAGONE      Mani e piedi.

VLADIMIRO       Ma a chi? Da chi?

ESTRAGONE      Al tuo grand’uomo.

VLADIMIRO       A Godot? Legati a Godot? Che idea! Neanche a parlarne. (Pausa). Per il momento.

ESTRAGONE      Si chiama Godot?

VLADIMIRO       Credo.

ESTRAGONE      Ma vedi… (Solleva il resto della carota dalla parte grossa e se la rigira davanti agli occhi) Che strano, più si avanti più fa schifo.

VLADIMIRO       Per me, è il contrario.

ESTRAGONE      Cioè?

VLADIMIRO       Io mi abituo allo schifo man mano che vado avanti.

ESTRAGONE      (dopo aver riflettuto a lungo) E sarebbe questo il contrario?

VLADIMIRO       È questione di temperamento.

ESTRAGONE      Di carattere.

VLADIMIRO       Non possiamo farci niente.

ESTRAGONE      Hai voglia di agitarti.

VLADIMIRO       Restiamo quelli che siamo.

ESTRAGONE      Hai voglia di dimenarti.

VLADIMIRO       Il fondo non cambia.

ESTRAGONE      Niente da fare. (Porge il resto della carota a Vladimiro) Vuoi finirla tu?

(Samuel Beckett, “Aspettando Godot”, in “Teatro”, ed. Einaudi)

Sia che si considerino le opere teatrali di Beckett dei capolavori, sia che le si giudichino illeggibili, è difficile scrivere qualcosa di non banale sulle stesse e sul loro autore, ed è preferibile, credo, lasciare spazio alle sue parole, che più di ogni altra cosa possono portare ai giudizi estremi predetti, oppure a soluzioni intermedie. Questa premessa mi serve, che mi è servita per prendere tempo in attesa di trovare parole sensate da scrivere, mi ha infine indotto a pensare che, in effetti, è proprio la mancanza di un senso una delle caratteristiche del teatro, ma anche della prosa, di Samuel Beckett, gigante della letteratura. Adorno, nel suo saggio, non a caso intitolato “Tentativo di capire Finale di partita”, scrisse proprio che la mancanza di senso è il senso di quella che, assieme a “Aspettando Godot”, è il lavoro teatrale di Beckett che più mi ha entusiasmato.

La realtà non è definibile nella sua totalità, ma solo percepibile in frammenti, i personaggi si muovono ignorando ogni forma di determinazione, le loro conversazioni sono comiche, tragiche, grottesche, ma soprattutto svuotate dall’interno, in un progressiva discesa verso il silenzio, che pure non si riesce ad accettare; in “L’ultimo nastro di Krapp”, troviamo il protagonista alle prese con dei nastri sui quali è incisa la sua stessa voce, registrata anni prima e riascoltata ora. Con quest’opera, siamo già alle prese con un Beckett che ormai ha ridotto i dialoghi a scarni scambi di battute; la sua originalità, la rottura con il teatro tradizionale, il prosciugarsi del linguaggio arriverà a opere di impossibile rappresentazione sulla scena, data la loro brevità. Nell’edizione Einaudi che ho appena letto sono presenti anche queste prove di più difficile, e talvolta meno appagante, lettura.

“Tutti quelli che cadono” e “Commedia” sono altre due opere che ho apprezzato in modo particolare, ma se dovessi indicare due titoli per i quali vale la pena comprare questa raccolta opterei, senza timore di apparire poco originale, proprio per “Aspettando Godot” e “Finale di partita”, che avevo già letto in passato e che anche stavolta mi hanno sorpreso per la loro comicità tragica.

Ho già scritto troppo e senza costrutto, quindi adesso lascio spazio a un altro brano, tratto da “Finale di partita”:

HAMM Vammi a prendere il rampino.

CLOV     (si avvia alla porta, si ferma) Fa’ questo, fa’ quello, e io lo faccio. Non mi rifiuto mai. Perché?

HAMM Non puoi.

CLOV     Tra poco non lo farò più.

HAMM Non potrai più. (Clov esce). Ah, la gente, bisogna sempre spiegargli tutto.

CLOV     (entra col rampino in mano) Ecco qui il tuo rampino. Ingoialo. (Dà il rampino ad Hamm, che facendovi leva a destra, a sinistra, di fronte, tenta di spostare la poltrona).

HAMM Mi muovo?

CLOV     No.

HAMM (getta via il rampino) Va’ a prendere l’oliatore.

CLOV     Per fare?

HAMM Per oliare le rotelle.

CLOV     Le ho oliate ieri.

HAMM Ieri! Cosa vuol dire. Ieri!

CLOV     (con violenza) Vuol dire già mille disgrazie fa. Adopero le parole che m’hai insegnato tu. Se non vogliono più dir niente, insegnamene delle altre. O lascia che me ne stia zitto.

Pausa.

HAMM Ho conosciuto un pazzo che credeva che la fine del mondo ci fosse già stata. Dipingeva. Gli volevo bene. Andavo a trovarlo, al manicomio. Lo prendevo per la mano e lo tiravo davanti alla finestra. Ma guarda! Là. Tutto quel grano che spunta! E là! Guarda! Le vele dei pescherecci! Tutta questa bellezza! (Pausa) Lui liberava la mano e tornava nel suo angolo. Spaventato. Aveva visto solo ceneri. (Pausa). Lui solo era sopravvissuto. (Pausa). Dimenticato. (Pausa). Sembra che questi casi non siano… non fossero così… così rari.

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Un pensiero su ““Teatro” (Samuel Beckett)

  1. Credo che Beckett, il cui teatro dell’assurdo io ritengo molto realistico e vicino alla vita quotidiana, sia molto più comprensibile e vero di tanti autori che cercano di scavare nelle dinamiche degli esseri umani. Quanto smarrimento e quante paure son messe in scena con parole razionali e quanto di irrazionale e di umano si dimentica di portare sul palco! Ecco, Beckett l’ha fatto. Quei personaggi che a noi sembrano così strani, così fuori dal nostro mondo esistono davvero e se ci si guarda un pò in giro si possono vedere molte persone che hanno questi comportamenti ma sono giudicate “normali”.

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