Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Revolutionary Road” (Richard Yates)

Yates

“Ebbe la sensazione di sprofondare disperatamente tra i cuscini e i giornali e i corpi dei suoi bambini, come un uomo in balìa delle sabbie mobili. Poi, una volta finiti i fumetti, si alzò in piedi con una certa difficoltà, ansimando piano, e se ne stette per parecchi minuti ritto al centro del tappeto, stringendo i pugni nelle tasche per non fare quella che d’un tratto gli pareva l’unica cosa al mondo di cui avesse davvero voglia: agguantare una sedie e scaraventarla fuori dalla finestra panoramica.

Che razza di vita era mai quella? Quale, in nome di Dio, era il succo o il significato o lo scopo di una vita del genere?

All’imbrunire, appesantito dalla birra, Frank si ritrovò ad aspettare con ansia il momento in cui i Campbell sarebbero venuti a trovarli. Di regola la cosa lo deprimeva (“Perché non ci vediamo mai con qualcun altro? Ti rendi conto che in pratica sono gli unici amici che abbiamo?”), ma stasera presentava altre attrattive. Perlomeno April, in loro compagnia, avrebbe dovuto ridere e chiacchierare; perlomeno sarebbe stata costretta a sorridergli di tanto in tanto e chiamarlo “caro”. E poi, era innegabile che i Campbell pareva avessero il potere di far venire a galla il meglio di loro due.

– Ciao! – esclamarono a vicenda.

– Ciao!…Ciao!…

Quest’unica parolina allegra, sbocciata nel crepuscolo che andava addensandosi e rimandata all’uscio della cucina dei Wheeler, costruiva per tradizione l’annuncio di un ricevimento serale. Poi vennero le strette di mano, i baci dati con labbra solennemente increspate, i sospiri di amabile stanchezza – “A-a-a-h” e “U-u-u-h” – a suggerire che chilometri e chilometri di sabbia ardente erano stati percorsi per trovare quest’oasi o addirittura che il respiro stesso della vita era stato trattenuto, dolorosamente, in attesa del promesso sollievo. In soggiorno, dopo aver posato appena le labbra con una smorfia allegra sull’orlo gelido dei rispettivi bicchieri, si raccolsero in un attimo di mutua ammirazione; poi si lasciarono andare in varie pose di controllato collasso.”

(Richard Yates, “Revolutionary Road”, ed. Minimum Fax)

Ho conosciuto Richard Yates in maniera che definirei casuale, se non avessi la “certezza” su quanto possa essere dubbia la definizione della parola caso. Evitando con cura abissi filosofici nei quali non saprei districarmi, dico solo che trovai “Revolutionary Road” allo stand della Minimum Fax, nell’ambito della Fiera delle Piccola-Media editoria dello scorso dicembre, a Roma, mentre cercavo tutt’altro. Ad incuriosirmi, ricordo, furono due testi di Yates, autore del quale fino allora non avevo letto alcunché: quello oggetto di quest’articolo e “Undici solitudini”, una serie di racconti che ora dovrò procurarmi. Sulla copertina di “Revolutionary Road”, c’era anche una fascetta, nella quale si segnalava la versione cinematografica, con protagonisti Leonardo Di Caprio e Kate Winslet, della quale non sapevo nulla, alla pari del romanzo da cui è tratta, e che mi limito a segnalarvi senza avere tutta questa voglia di vederla, appagato come sono dalla lettura.

In uno scritto riportato in appendice al libro, si ricorda come, in occasione della sua morte, Yates fu definito, su un quotidiano riportante la notizia, come un “cantore di vite insoddisfatte” e, per quanto poco possa valere la mia opinione attuale, fondata sulla lettura di una sua sola opera, devo dire che, almeno in parte, si tratta di una definizione appropriata, che però, come tutte le definizioni, non ci fa cogliere in pieno le diverse sfumature che ho colto nel romanzo. Senza dubbio April e Frank, la giovane coppia di protagonisti, sono due personaggi insoddisfatti, ingabbiati come sono dal sobborgo nel Connecticut dove vivono, con due figli piccoli e tante aspirazioni frustate da una realtà che non corrisponde alle aspettative, circondati e partecipi della mediocrità, della noia, della falsità con la quale sono vissuti i rapporti con il vicinato. Sotto questo profilo, Yates è davvero il cantore di questi personaggi che non sanno chi sono, che attraversano l’esistenza privi di un qualsiasi scopo e che vivono, da benestanti che non hanno bisogno di lottare per la sopravvivenza, solo grazie ai rituali che si sono costruiti.

La vicenda è ambientata nel 1955 e Frank è un reduce di guerra, alle soglie dei trent’anni, che si è ritrovato a lavorare per una grossa società che si occupa di commercializzare calcolatori elettronici all’avanguardia. L’insensatezza dei messaggi che si trova a scrivere per pubblicizzare prodotti o stilare guide gli si palesa spesso e Yates è abile nel descriverci sia lo smarrimento di Frank che i surreali personaggi che lo attorniano nell’azienda. April, dal canto suo, ha dovuto prendere atto che le sue velleità artistiche sono pressoché naufragate, dal momento che, pur reduce da una scuola di recitazione, riesce al massimo ad esprimersi nella Compagnia dell’Alloro, dove recitano lei e i suoi vicini di casa, per esempio Milly e Shep, altra coppia che ritroveremo, con le loro meschinità reciproche, nel corso della storia, ad incrociarsi pericolosamente con Frank e April.

È la donna, a un certo punto, a riproporre un progetto: andare in Europa, dove lei potrà trovare un’occupazione di prestigio e Frank dedicarsi alla creazione letteraria, inibita dalle incombenze lavorative. A spingerli verso Parigi è soprattutto la sensazione che il fatto che si sentano diversi dal grigiore che li circonda non significa che essi sia realmente diversi, nonché la sensazione che le cose sarebbero potute andare molto diversamente per le loro esistenze, ma che la colpa è anche, se non soprattutto, di loro due, che hanno accettato di disegnarsi addosso abiti che adesso vanno loro stretti. La decisione, in apparenza, sembrerebbe poter dare una svolta alle loro esistenze, facendo loro superare anche le liti coniugali; le cose, tuttavia, non andranno nella direzione auspicata.

Ho scritto che la definizione di “cantore delle vite insoddisfatte” è esatta ma non esaustiva, perché da essa non si evince abbastanza quanto, pur nel dramma di esistenze sterili, Yates riesca a divertire il lettore, con la sua amara ironia e, spesso, il suo sarcasmo feroce. Emblematico il ritratto della signora Givings, un’agente immobiliare fanatica del lavoro, con un marito che passa le giornate steso sul divano a leggere il giornale e un figlio che, rinchiuso in un centro di cura per malati mentali, appare sulla scena, senza filtri, per mostrare, ai protagonisti e al lettore, la falsità dei rapporti pseudo-cordiali tra sua madre, Frank e April.

Il romanzo, scritto nel 1961 e restato a lungo nell’oblio, si legge tutto d’un fiato e, nonostante descriva la pochezza, il “tedio compassionevole”, i tatticismi coniugali, la spietatezza derivante da un egoismo invincibile, riesce ad essere godibile perché Yates sa far sorridere il lettore (o almeno me), accompagnandolo verso l’uscita dal libro con una sensazione mista di divertimento e angoscia, il che, per un romanzo, non è male.

“Nonostante le sue lamentela, tuttavia, a volte egli era colpevolmente conscio di ricavare un oscuro compiacimento proprio dallo squallore dell’ufficio. Allorché diceva, come faceva da anni a quella parte, che in qualche strano modo quando se ne fosse andato avrebbe sentito la nostalgia della vecchia Knox, ovviamente intendeva che sarebbe stata la gente a mancargli (“Voglio dire, che diavolo, è gente abbastanza in gamba; qualcuno, almeno”), e tuttavia, onestamente, non avrebbe potuto negare di provare un certo domestico affetto per il luogo in sé, il Quindicesimo Piano. Nel corso degli anni, aveva scoperto lievi differenze sensoriali tra questo e gli altri piani dell’ufficio; non che fosse più o meno piacevole, semplicemente era reso diverso dal fatto di essere il “suo” piano. Era il suo luminoso, asciutto, quotidiano banco di prova, la sua personale misura del tedio. Gli aveva insegnato nuove maniere di suddividere le ore della giornata – quasi ora di scendere a bere il caffè; quasi ora di andare a pranzo; quasi ora di andare a casa – ed era giunto ad affrontare con fiducia le desolate distese di tempo che si aprivano tra questi piaceri, come un ammalato finisce per fare affidamento sulla certezza del dolore ricorrente. Era ormai parte della sua esistenza.”

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16 pensieri su ““Revolutionary Road” (Richard Yates)

  1. Scratchbook in ha detto:

    Uno dei miei preferiti.
    Yates è stato uno degli scrittori che ha saputo meglio raccontare la mediocrità dell’essere umano.

  2. Non posso dire nulla di Revolutionary road che tu non abbia già scritto. È un grande romanzo. Procurati anche Undici solitudini, ne vale decisamente la pena.

  3. Undici solitudini è un libro che vale. Sono 11 racconti indimenticabili anche Easter Parade merita. Yates non veniva amato ai suoi tempi e chissà perchè? Yates vedeva nelle loro vite vuote e questo non piaceva. L’unico scrittore che spingeva su Yates era Vonnegut. Buone letture

  4. Io invece mi sono ritrovata a vedere “casualmente” il film tratto dal libro. Non sapevo fosse edito dalla Minimum Fax, ma tuttavia è esattamente il genere narrativo prediletto da loro. Comunque, il film è molto ben fatto, guardalo se ne hai l’occasione! A questo punto sono molto curiosa di leggere il libro

  5. Revolutionary Road è forse in assoluto uno dei libri che più mi ha fatto stare male, uno di quelli che ti urla nelle orecchie “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Un libro micidiale, così bello e spaventoso che tutte le volte che penso di riprendere Yates ho un attimo di panico.

    • La qualità maggiore che ho riscontrato è che, pur mostrandoci certe nostre meschinità, riesce a far sorridere, sia pure in modo amaro. Inquieta divertendo, o diverte inquietando.

      • Nonostante l’innegabile ironia io non mi sono divertita, mi ha messo troppa angoscia. Però alla fine del libro, dopo l’altalena di riconoscimento ed estraneità da April e Frank, lo ricordo chiaramente, mi sono sentita giovane e idealista.

      • Io forse mi sono angosciato meno proprio perché (nonostante non mi senta anziano, anzi) non sono più così idealista. L’avessi letto tanti anni fa, avrebbe stroncarto certe illusioni, che invece si sono stroncate “da sé”. Questo commento (il mio) mi suona un po’ malinconico, più di quello che era nelle mie intenzioni. 😀

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