Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Un mondo sinistro” (Vladimir Nabokov)

Nabokov“Ricordò altri imbecilli che lui e lei avevano studiato assieme, uno studio condotto con una specie di disgusto entusiastico e avido. Individui che si ubriacavano di birra in bar sudici, l’atto del pensare sostituito con loro piena soddisfazione dalla musica della radio a volume bestiale. Assassini. Il rispetto che un magnate del mondo degli affari suscita nella propria città. Critici letterati che elogiano i libri di loro amici o fautori. Farceur flaubertiani. Confraternite, ordini mistici. Persone che si divertono a guardare gli animali ammaestrati. Iscritto a circoli di lettura. Tutto coloro che sono in quanto non pensano. Il contadino parsimonioso. Il politico dalla voce tonante. I parenti di lei – la sua famiglia spaventosamente priva di senso dell’umorismo. A un tratto, nitida come una di quelle immagini che precedono il sonno o come la figura di una dama dalle vesti vivaci su una vetrina istoriata, lei scivolò davanti alla retina di Krug, di profilo, reggendo qualcosa – un libro, in infante, o semplicemente facendo asciugare lo smalto rosso ciliegia sulle unghie – e il muro svanì, e il torrente riprese a scorrere.”

(Vladimir Nabokov, “Un mondo sinistro”, ed. Adelphi)

All’inizio dell’edizione Adelphi di “Un mondo sinistro” c’è un’introduzione scritta da Nabokov, nel 1963, quindi a circa vent’anni dalla stesura del romanzo. Lui stesso specifica di averlo scritto “per la maggior parte a metà degli anni Quaranta, in un periodo particolarmente sereno e vigoroso” della sua esistenza, cioè pochi anni dopo essere emigrato in America. Sebbene un autore non sia sempre il più indicato a fornire indicazioni sulle opere che ha scritto, bisogna ammettere che vi sono delle eccezioni e lo scritto di Nabokov offre al suo lettore ben più che la mera notizia sulla genesi spazio-temporale del romanzo; molto più interessanti sono altre riflessioni, che l’autore offre con uno stile e un’arguzia da rendere godibilissima anche questa parte preliminare alla storia narrata.

Nabokov, pur sottolineando che quest’opera è tra le sue rare incursioni politiche, sembra prendere le distanze dalle interpretazioni che avevano visto (e vedono tuttora) “Un mondo sinistro” come una sorta di contraltare e/o epigono del famoso “1984”. Poco dopo l’inizio dello scritto, afferma: “Poche cose sono più tediose della trattazione di idee universali inflitta da un autore o da un lettore a un’opera di narrativa. Lo scopo di questa mia prefazione non è quello di dimostrare se Un mondo sinistro appartenga o meno alle “letteratura seria” (eufemismo per la vuota profondità e per la sempre ben accetta banalità). Non mi ha mai interessato la cosiddetta letteratura di carattere sociale (in gergo giornalistico e commerciale: “libri importanti”). Non sono “sincero”, non sono “provocatorio”, non sono “satirico”. Non sono scrittore didascalico né allegorico. La politica e l’economia, le bombe atomiche, le espressioni d’arte primitiva e astratta, l’intero Oriente, accenni di “disgelo” nella Russia sovietica, il Futuro dell’Umanità, e così via, mi lasciano supremamente indifferente. Come nel caso del mio Invito a una decapitazione – con cui questo libro ha evidenti affinità – i paragoni automatici fra Un mondo sinistro e le creazioni di Kafka o i cliché di Orwell alla fine dimostreranno soltanto che l’automa non ha letto né il grande tedesco né il mediocre scrittore inglese”.

Dopo aver letto ciò, a parte dissentire su Orwell, io, che non mi ritengo un automa, sono ben lieto di non aver pensato, durante la lettura di Un mondo sinistro, né a Orwell, né a Kafka, ma di essermi goduto un romanzo sul quale adesso azzardo le mie impressioni facilitato dal sapere che Nabokov non potrà mai leggermi e dunque stroncarmi con le sue pungenti stilettati, anche se, come sta per accadere, sono qui per elogiarne la grandezza, che già avevo apprezzato in opere totalmente diverse, quali “Lolita”, “Il dono”, “Ada o ardore”, “La vera vita di Sebastian Knight”. In un altro passaggio della prefazione, che in effetti avrei fatto bene a riportare per intero risparmiandovi le mie parole, Nabokov afferma che, se proprio si vuole trovare una chiave di lettura al romanzo, essa va ravvisata nell’ottusità di un regime che cerca di livellare le coscienze degli uomini, volendo assoldare tra le due fila anche il protagonista del romanzo, cioè il filosofo quarantenne Adam Krug, il quale, peraltro, è ben lungi dall’essere il classico eroe buono e vittima sacrificale dei cattivi.

Krug, da ragazzo, era compagno di scuola di Paduk, colui che, a seguito di un’ascesa inspiegabile quanto rapida, è diventato prima capo del Partito dell’Uomo Comune e poi, dopo una rivoluzione che avrebbe dovuto liberare dagli antichi oppressori, il Capo del nuovo regime dittatoriale. La particolarità che è Krug, da giovane, era abbastanza sadico nei confronti di Paduk, il quale adesso vuole assoldare il filosofo tra le file del regime per dimostrare al mondo che le intelligenze del paese sono dalla sua parte.

Krug, però, che peraltro è alle prese con un fresco lutto, avendo perso la moglie, si rifiuta di aderire al regime e Paduk, un tipo noioso, banale e per nulla brillante, eppure giunto al potere, non accetta che Krug non voglia essere associato agli altri Uomini Comuni. Paduk, però, non può permettersi di eliminare fisicamente Krug, perché ciò rappresenterebbe, per lui, un fallimento, avendo egli il proposito di plasmare anche quella coscienza che non accetta di essere manipolata dalla coscienza collettiva, e dunque inizia a fare terra bruciata attorno a Krug, sottraendogli conoscenti e affetti.

Nabokov tratta il tutto con pungente ironia, spesso con il sarcasmo affilato di osserva gli stupidi comportamenti umani. Paduk è ovviamente bersaglio prediletto, con la sua sciocca pretesa di trasformare teorie filosofiche di cento anni prima in pratiche politiche, aventi il risultato di non migliorare alcuno, bensì di instupidire coloro, non molti, dotati di una certa indipendenza di pensiero.

Il romanzo, però, non è solo una riflessione di carattere politico, anzi, come scritto all’inizio, questa è una componente importante ma non decisiva. La morte è un altro tema incombente, e non a casa la vicenda si apre con Krug che, dalla finestra di un ospedale, accanto alla moglie agonizzante, guarda una pozzanghera dall’alto e vi scorge frammenti riflessi di un mondo che per lui, da quel momento in poi, non sarà più lo stesso mondo. Infine, sullo stile di Nabokov (del Nabokov che io trovo così tradotto) c’è poco da dire. Escluso qualche passaggio nel quale si bea della sua capacità espositiva, la sua grandezza è tale da rendere interessante anche la descrizione di una pozzanghera, il che, è evidente, non è da tutti.

“L’ultimo trimestre fu anche caratterizzato dall’improvvisa ascesa di Paduk. Nonostante fosse sembrato che tutti lo avessero in antipatia, trovò ad accoglierlo una specie di piccola corte e di guardia del corpo, quando chetamente emerse e chetamente fondò il partito dell’Uomo Comune. Ogni suo seguace aveva qualche piccolo difetto o “sostrato di insicurezza”, come direbbe un pedagogista dopo un cocktail alla frutta: uno era affetto in permanenza da foruncolosi, un altro appariva di una timidezza morbosa, un terzo aveva accidentalmente decapitato la sorellina infante, un quarto balbettava a tal punto che si poteva uscire ed andare ad acquistare una tavoletta di cioccolato mentre lui lottava contro una P o una B iniziale: non cercava mai di superare l’ostacolo ricorrendo a un sinonimo e quando alla fine avveniva l’esplosione, tutto il corpo ne era scosso quasi fosse in preda a spasmi e l’interlocutore si ritrovava spruzzato di trionfante saliva. Un quinto discepolo tartagliava in modo più sofisticato, dato che il difetto si manifestava con una ulteriore sillaba che seguiva la parola cruciale come una sorta di timida eco. La protezione di Paduk era affidata a un giovane scimmiesco e truculento il quale, a diciassette anni, non riusciva a imparare a memoria le tabelline ma sapeva reggere con le mani una sedia su cui era maestosamente seduto un altro discepolo, il ragazzo più grasso della scuola. Nessuno aveva notato che attorno a Paduk si era formata quella piccola compagnia alquanto incongrua, e nessuno riusciva a capire con precisione per quale via il comando fosse stato attribuito a Paduk”.

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

Un pensiero su ““Un mondo sinistro” (Vladimir Nabokov)

  1. Pingback: “Nikolaj Gogol’” (Vladimir Nabokov) | Tra sottosuolo e sole

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: