Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Fantasia, il fremito, l’estasi della fantasia”

“Fantasia, il fremito, l’estasi della fantasia! Erwin li conosceva bene. In tram occupava sempre un sedile sul lato destro per essere più vicino al marciapiede. Due volte al giorno, sul tram che prendeva per recarsi in ufficio e ritorno, Edwin guardava fuori del finestrino e sceglieva il proprio harem. Beato, beato Erwin che risiedeva in una città tedesca così confacente, così magica!

Ispezionava un marciapiede al mattino, andando al lavoro, e l’altro nel pomeriggio, ritornando a casa. Prima l’uno, poi l’altro erano inondati di voluttuosa luce solare, perché anche il sole andava e tornava. Dobbiamo tenere presente che Erwin era morbosamente timido, al punto che una sola volta nella vita, schernito da quelle canaglie dei compagni, aveva avvicinato una donna, la quale gli aveva detto tranquilla: “Dovresti vergognarti. Lasciami in pace”. Da allora rifuggiva dal conversare con giovani sconosciute. In compenso, separato dalla strada da una lastra di vetro, una cartella nera stretta al petto, con indosso un paio di pantaloni gessati e una gamba allungata sotto il sedile davanti (se libero), Erwin guardava audacemente e apertamente le ragazze che passavano, e poi si mordeva all’improvviso il labbro inferiore; quel gesto significava la cattura di una nuova concubina; dopo di che la metteva, per così dire, da parte, e lo sguardo penetrante e rapido, scattante come l’ago di una bussola, era già alla ricerca della successiva. Quelle bellezze erano lontane da lui e pertanto nessuna cupa timidezza offuscava il soave piacere della scelta in piena libertà. Ma se per caso una ragazza gli si sedeva di fronte, e una certa fitta lancinante gli diceva che era graziosa, ritirava la gamba da sotto il sedile manifestando una sgarbatezza insolita in una persona così giovane, incapace di costringersi a studiarla: le ossa della fronte – proprio lì, sulle sopracciglia – gli dolevano dalla timidezza, come se un elmetto di ferro gli stringesse le tempie e gli impedisse di sollevare gli occhi; e quale sollievo quando la ragazza si alzava e si dirigeva verso l’uscita. Allora, ostentando un’aria distratta e indifferente, guardava – l’impudente Erwin guardava, e come! Seguiva con lo sguardo la schiena di lei che si allontanava inghiottendo in una sola volta la nuca adorabile e le caviglie velate di seta, e finiva per aggiungerla al suo harem favoloso! La gamba si allungava di nuovo, di nuovo il marciapiede luminoso scorreva al di là del finestrino, e di nuovo, orientando verso la strada il pallido naso sottile con una depressione marcata in punta, Erwin riprendeva a collezionare le sue giovani schiave. E questa è fantasia, il fremito, l’estasi della fantasia!”

(Vladimir Nabokov, dal racconto “Favola” in “Una bellezza russa e altri racconti”, ed. Adelphi)

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