Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Sul perché sia poco saggio uscire alle 22:00 la sera del 24 dicembre (un titolo inefficace)

Imbevuti del buon Gesù o forse delle sue non troppo consequenziali discendenze, gli umani provinciali lasciavano il proscenio alle serrande, quelle più timide, abbassate a celare il loro intimo, e quelle più disinibite, le quali assurgevano al ruolo di seduttrici illuminate ed estemporanee. Da improvvisato studioso delle masse, con ragionamento deduttivo, elaboravo teorie tutt’altro che verificabili; da più assiduo frequentatore dei miei meandri mentali, scoprivo quanto fosse stato azzardato confidare che vi fosse altra presenza umana, oltre alla mia, sulle strade, in quella serata, a quell’ora. Il silenzio tombale circostante e il mio passo insolitamente lento mi permettevano di fingere a me stesso una concentrazione assidua nell’analizzare quella situazione, della quale però, a tratti lo sentivo con nettezza, non m’interessava granché, essendo la stessa solo un pretesto per perdere tempo in riflessioni sterili, e rappresentando una mera variazione quantitativa rispetto al già conosciuto. Ero, invece, curioso di scoprire fino a quando avrei resistito nell’ispezionare le silenti strade, e al tempo stesso mi chiedevo fino a quando loro avrebbero resistito nel sopportare le vocianti stanze nelle quali erano immersi e dalle quali mi giungevano lontani echi. Anche gli animali, sia pure alieni da certune manifestazioni, sembravano essersi dissolti. Né cani, né gatti, né altri. Il giardino comunale, poi, mia patria elettiva, mi accoglieva anch’esso con aria straniante, con le sue altalene in bilico e le panche che, al pari dei lampioni, della bottiglia di birra, abbandonata da chissà chi e chissà quando, e di qualunque altro oggetto potessi osservare per strada, mi ricordavano, qualora ne avessi avuto bisogno, quanto fosse sciocca la pretesa di bastarsi, o almeno come fosse improponibile l’idea di riuscirvi senza avere qualcuno, fosse pure ancora non nato, disposto a sopportare il racconto di questo bastarsi da sé.

Dopo circa un’ora di peregrinaggio assiduo, meno imbevuti dello spirito divino, e più permeati da altri liquidi, alcuni miei simili cominciarono a solcare le strade che fino allora avevo dominato con il mio passo cadenzato e il mio sguardo obliquo. In quel momento, pensai che forse potevo ammettere, sia pure a bassa voce, di amarli, perché, se non altro, avrei potuto fermare qualcuno di loro per raccontargli ciò che, in verità, avrei voluto tacere anche a me stesso.

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