Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Il posto” (Annie Ernaux)

posto

“Scrivo lentamente. Sforzandomi di far emergere la trama significativa di una vita da un insieme di fatti e di scelte, ho l’impressione di perdere, strada facendo, lo specifico profilo della figura di mio padre. L’ossatura tende a prendere il posto di tutto il resto, l’idea a correre da sola. Se al contrario lascio scivolare le immagini dal ricordo, lo rivedo com’era, la sua risata. E la sua andatura, mi conduce per mano alla fiera e le giostre mi terrorizzano, tutti i segni di una condizione condivisa con altri mi diventano indifferenti. Ogni volta, mi strappo via dalla trappola dell’individuale.

Naturalmente, nessuna gioia di scrivere, in questa impresa in cui mi attengo più che posso a parole e frasi sentite davvero, talvolta sottolineandole con dei corsivi. Non per indicare al lettore un doppio senso e offrirgli così il piacere di una complicità, che respingo invece in tutte le forme che può prendere, nostalgia, patetismo o derisione. Semplicemente perché queste parole e frasi dicono i limiti e il colore del mondo in cui visse mio padre, in cui anch’io ho vissuto. E non si usava mai una parola per un’altra.”

(Annie Ernaux, “Il posto”, ed. L’Orma editore)

Si può condensare l’esistenza di un uomo morto a quasi settant’anni in romanzo? Si può raccontare il proprio rapporto con quest’uomo e con il posto nel mondo che ha vissuto e che una figlia ha abbandonato per entrare in un altro posto? No, la risposta a queste domande retoriche è ovvia. Non si può, neanche se il romanzo fosse di mille, diecimila pagine. Eppure Annie Ernaux, con “Il posto”, scritto agli inizi degli anni Ottanta e pubblicato ora da L’orma, riesce, in poco più di cento pagine, a trasmetterci emozioni potenti con una storia all’apparenza banale, priva di colpi di scena, improntata a gesti quotidiani e totalmente autobiografica, in altre parole con la storia della sua famiglia, e in particolare di suo padre.

Il romanzo inizia laddove l’esistenza dell’uomo finisce, con la morte dell’uomo, avvenuta solo due mesi dopo che la Ernaux, protagonista e narratrice, aveva ottenuto un ruolo come professoressa, compiendo così un ulteriore distacco da quel mondo contadino e operaio nel quale erano vissuti e dal quale erano parzialmente evasi i suoi genitori, divenuti col tempo gestori di un bar-drogheria, eppure sempre legati, nei modi e nel sentire, a una dimensione altra da quella, più intellettuale, che vivrà la figlia.

La Ernaux, nel libro, specifica di aver provato a mettere tutto in una chiave romanzesca, ma che ben presto le sovvenne un senso di nausea, e allora capì che l’unico modo per scrivere una storia sulla sua famiglia era riportare i nudi fatti, con uno stile piatto e senza fronzoli. Ciò non toglie, però, che i fatti siano descritti con un linguaggio semplice ma con slanci poetici ed emotivi molto penetranti. Il posto che il padre e la madre della scrittrice abitano non è da intendersi solo su un piano geografico, ma, come detto, è un’attitudine, un modo di vedere l’esistenza, un complesso di comportamenti abituali, che ciascuno di noi, nel proprio posto nel mondo, si porta dietro, il più delle volte in maniera inconsapevole.

La Ernaux ripercorre l’evoluzione del padre, prima contadino, poi operaio e, superata l’esperienza della seconda guerra mondiale, commerciante, e lo fa evidenziando le paure, le speranze, gli atteggiamenti talvolta anche divertenti di chi è combattuto tra la felicità per l’improvvisa, ma relativa, agiatezza raggiunta e il senso di disagio di chi si sente fuori posto, per esempio a contatto con i compagni universitari della figlia. Il lento ma progressivo distacco tra i genitori e la futura scrittrice è causato anche dalla sua passione per la letteratura, che la porta a frequentare luoghi fisici e mentali ovviamente distanti da quelli nei quali l’hanno cresciuta il padre e la madre. Il ritorno non è facile, ancora meno lo è scrivere su certe dinamiche. “Forse scrivo perché non avevamo più niente da dirci”, afferma la Ernaux a un certo punto del romanzo, rievocando i tempi andati e con la consapevolezza che la scrittura non potrà ridarle ciò che è rimasto in un posto da cui lei, per naturale corso dell’esistenza, è andata via.

La Ernaux riesce a non essere patetica e le sue considerazioni, sia pure tra le righe, vanno oltre la mera vicenda autobiografica, che di per sé potrebbe non rappresentare nulla per un lettore che non abbia vissuto esistenze affini a quella dell’autrice. In conclusione, quindi, posso dirmi soddisfatto di aver comprato questo libro all’ultima Fiera della piccola e media editoria, a Roma, il 6 dicembre scorso.

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