Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“I cani e i lupi” (Irène Némirovsky)

cani e lupi

“Poi si aprirono le danze e i giochi. Harry, accanto a una zia, se ne stava in piedi, un po’ in disparte. Madame Mimi andò a prendere Ada e insieme attraversarono la sala in tutta la sua lunghezza, sotto gli occhi dei presenti, che osservavano la piccola Sinner mentre si avvicinava al ricco cugino per essergli presentata. Nessuno si stupiva del fatto che, nonostante la stretta parentela, ci fosse tra loro una distanza incolmabile: da una parte, i soldi e gli zii banchieri a Parigi; dall’altra, la bottega al ghetto, la cattiva educazione, la povertà…Semmai veniva giudicata sconveniente l’iniziativa di Madame Mimi. Ah, questi francesi…

Madame Mimi fece segno a Harry.

– Venga, caro, che qui c’è una graziosa fanciulla che vorrebbe conoscerla. Perché non la invita a ballare? Stanno per suonare un valzer delizioso.

Harry alzò gli occhi e riconobbe la bambina scarmigliata, sudicia di polvere, con le mani graffiate, che era saltata fuori da un mondo spaventoso, ripugnante, un mondo di sudore, di sporcizia e di sangue, così lontano da lui eppure, in un certo modo misterioso e terribile, a lui affine. Gli si rizzarono i capelli in testa, come a un cagnolino, ben nutrito e curato, che sente nella foresta l’ululato famelico dei lupi, i suoi fratelli selvaggi. Indietreggiò di scatto.

– No, no, io non ballo…”

(Irène Némirovsky, “I cani e i lupi”, ed. Adelphi)

Dopo essere rimasto molto soddisfatto da “Suite francese”, ho deciso di leggermi un altro romanzo di Irène Némirovsky, cioè “I cani e i lupi”, e se sono qui a scriverne è perché, comunque, mi è piaciuto, sebbene non sia paragonabile, a mio parere, all’altro che ho citato. Anche qui ci sono alcuni temi ricorrenti nell’opera dell’autrice, per esempio l’ebraismo e l’esilio, nello specifico quella che Ada, la protagonista del romanzo, è costretto a scegliere per salvarsi dai pogrom russi. I cani e i lupi citanti nel titolo sono gli ebrei che vivevano a Kiev all’inizio del 1900, ed è evidente il riferimento autobiografico, se non della vicenda narrata, almeno dei temi più generali. Ada Sinner vive nella parte bassa della città, dove ci sono poveri o comunque gente che, come suo padre, si arrabatta per sopravvivere; nella parte alta, in collina, ci sono invece, in mezzo a russi e polacchi, anche gli ebrei arricchiti, che sono riusciti, in virtù del loro potere economico, a farsi tollerare, e che sono guardati, dal basso, con un misto d’invidia, rabbia e ammirazione, da chi, in fondo, vorrebbe essere come loro e non ha avuto la forza di diventarlo.

Un giorno Ada, ancora bambina, proprio nel mezzo di una violenta retata anti-ebraica, trova riparo nell’abitazione di Harry, anch’egli un Sinner di cognome, a simboleggiare un legame di sangue e di razza che sarà difficile negare, anche a onta delle differenze economiche. Anche Harry è ancora bambino, e quindi dall’incontro non scaturisce altro che una forte idealizzazione da parte della ragazzina. Anni dopo, costretti a emigrare in Francia, i due s’incontrano, nella condizione di esuli, ciascuno alle prese con una propria relazione. Ada, alla fine, ha ceduto all’insistenza di Ben, con il quale era cresciuta quasi da fratello e sorella; Harry, invece, completando il suo apparente processo d’inserimento nella cultura francese, si è sposato con Laurence, nonostante la contrarietà iniziale della famiglia, cattolica, della ragazza.

A Pagini Harry non è più indifferente circa i sentimenti di Ada, anche perché è solo adesso, a distanza di tanti anni, che Ada svela realmente ciò che aveva sempre provato, sia pure in un mondo idealizzato da essa creato. Scattano, a questo punto, tutta una serie di dinamiche a quattro, che non riguardano solo aspetti passionali, che pure sono prevalenti, ma hanno motivazioni di più ampio raggio. Harry è, sempre più, un ebreo ricco, potente banchiere, mentre Ada e Ben sono ebrei che anche lì in Francia devono arrangiarsi per vivere. Ada, poi, che pure potrebbe sfruttare Harry per farsi largo, resta fedele alla sua passione per la pittura. Poi c’è Laurence, il quarto incomodo. L’autrice è brava nel tenere il lettore avvinto alla storia, non trasformandola mai in una stucchevole storia d’amore, ma a me è parso che sia meno efficace nello sfruttare le armi che più le ho riconosciuto in “Suite francese”, ad esempio il sarcasmo amaro dell’animo ferito.

“Io non ho mai smesso di fantasticarci su…Eravamo soli, abbadonati, poveri, ma non avevamo nessuno tra i piedi, né quelli che odi, né quelli che ami”.

 

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5 pensieri su ““I cani e i lupi” (Irène Némirovsky)

  1. The Butcher in ha detto:

    Altro libro interessante. L’autrice mi interessa molto.

  2. Un libro che mi aspetta da tempo sullo scaffale. Le tue recensioni sempre invitanti, come al solito.

  3. Stefania in ha detto:

    Io ancora non ho letto nulla di questa autrice. Da una parte sono incuriosita e dall’altra, leggendo le varie critiche e i risguardi delle copertine, mi dà l’idea che sia sopravvalutata dalla terribile morte che ha incontrata.
    Stefania

    • Quel rischio c’è sempre e anch’io avevo questo dubbio. Per ora devo dire che (in parte) è stato fugato, nel senso che “Suite francese” mi è piaciuto molto, “Il ballo” (breve) anche, su “I cani e i lupi” ho scritto nell’articolo, mentre mi ha deluso “Due”.
      Poi, è chiaro che (secondo me) non raggiunge le vette di altri autori che ammiro. Mi resta il dubbio, purtroppo insolubile, su come si sarebbe potuta evolvere la sua scrittura, considerando che “Suite francese”, il più tardo, mi è parso il migliore.

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