Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Il ricordo della Basca” (Antonio Delfini)

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“Da queste mie aspirazioni, che col tempo si erano trasformate in un caos di nuvole dense, mai forate da un fulmine che le sciogliesse in pesante pioggia liberatrice; si era venuto formando un nucleo centrale, che poco alla volta, allargandosi, divenne tutto il mio mondo segreto, e mai, fino allora, espresso: le donne, e per esse, gli incontri, le visioni; la perfezione, non della bellezza in sé, ma dell’immagine, che attraverso le donne, anche soltanto intraviste, poteva dare occasione a essere creata, fermata, costruita una volta per sempre in eterna sembianza reale, estremamente vivente, nell’aria e nella condizione più dimessa possibile…con la pretesa finale di ritrovare il tutto nella viva realtà giorno per giorno.

Non credevo però che abbandonando praticamente ogni carriera andassi incontro al fallimento non solo come uomo (che era un’idea umiliante che accarezzavo con estrema vivacità giovanile) ma a quella di scrittore, cioè a quella che io ritenevo (e ritengo tuttora) la somma di tutte le carriere (ivi compresa quella di condottiero militare, di rivoluzionario).

Certo che se non avessi conosciuto degli intellettuali, e li avessi frequentati ancor meno di quanto li avessi frequentati fin allora, non sarei partito per Roma. Perché partire per Roma significava sottomettermi a una specie di complesso di inferiorità, che gli intellettuali mi avevano rivelato, e col quale non seppi giocare disinvoltamente a pallino. Era il loro complesso di inferiorità, e, par delicatesse, finsi di esserne anch’io infettato. Al punto che gli intellettuali arrivarono a persuadermi di lasciarmi curare da loro, ormai inguaribilmente malati. Anzi, erano stati uccisi da quel complesso e le loro larve (che mi facevano da medico) non erano che sopravvivenze dei loro corpi. Il complesso di inferiorità si chiamava (e si chiama tuttora) provincia. Si badi però a quanto dico. Il loro complesso non stava nell’essere dei provinciali (che non esistono e non sono mai esistiti) ma nel parlare, nel giudicare, di una provincia, di un provincialismo, nel contagiare di un timore della provincia, e nell’isolarsi in una torre, o in una valle segreta, o nel centro di una grande città, o nel salotto di una signora dentro una villa, fuori dalla provincia.”

(Antonio Delfini, “Il ricordo della Basca”, ed. Garzanti)

“Il ricordo della Basca” è un titolo che da anni avevo segnato sulla mia lista e che infine ho letto, dopo averlo trovato, per “caso”, nella biblioteca di un paese limitrofo a quello in cui vivo. Antonio Delfini è un autore che nelle antologie scolastiche è relegato, quando è presente, ai margini, e in generale non gode, a mio avviso, della notorietà che meriterebbe, almeno per quanto riguarda questo libro (ne lessi un altro e non mi convinse). Questa raccolta di racconti vinse il “Premio Viareggio” nel 1963, pochi mesi dopo la morte dell’autore, in una sorta di tardivo riconoscimento che ai miei occhi appare abbastanza discutibile. “Il ricordo della Basca”, infatti, era stato pubblicato per la prima volta nel 1938, e conteneva una serie di racconti che Delfini aveva già pubblicato su alcune riviste negli anni ’33 – ’38, oltre a qualche inedito. Nel 1956 fu riedito, con l’aggiunta di una lunga prefazione dello stesso autore. Nel 1963 Garzanti (la cui edizione ho letto) pubblicò nuovamente l’opera, aggiungendovi un altro racconto, e infine, nel 1982, fu la volta di Einaudi.

Il titolo dell’opera è spiegato dallo stesso autore e fa riferimento a un episodio avvenuto nel 1937, quando Delfini incontrò, su un treno, due ragazzini spagnoli, dei quali immaginò la sorte, in quei giorni funestati dalla guerra civile spagnola. Eugenio Montale descrisse Delfini come “innocente, farsesco, feroce, inconsapevole” e mi sembrano quattro aggettivi calzanti, che rendono l’idea del contenuto dei racconti. Un po’ diverso, forse, il discorso riguardante la prefazione del 1956, quella che Delfini aggiunse alla sua opera; si tratta di una lunga rievocazione a carattere biografico, molto utile sia per capire la genesi dei racconti, ma soprattutto molto divertente e che supera, in quanto a riuscita artistica, anche diversi racconti.

Nella prefazione, l’innocenza e l’inconsapevolezza, che pure sono ingredienti presenti nei racconti, hanno lasciato spazio ad altro, perché, com’è ovvio che fosse, il Delfini del 1956, quasi cinquantenne, non era né poteva essere quello degli anni ’30. La descrizione che ne viene fuori è quella di un personaggio articolato, combattuto tra l’odio e l’amore per Modena, la sua città, attratto ma anche respinto da Roma, che gli appare più provinciale della provincia, specie quando incontra artisti o pseudo-tali che si sentono meno provinciali solo perché vivono a Roma e non più in provincia. Per Delfini la provincialità è più una dimensione dello spirito (anche se lui non usa mai quest’espressione) che non una diretta emanazione dei luoghi in cui uno vive. Ciò non toglie che molti dei suoi racconti ci rappresentino proprio personaggi tipici della provincia, o meglio personaggi che in provincia diventano tali perché, a differenza che nella grande città, è possibile incontrarli tutte le sere al bar.

L’attacco della prefazione è feroce, Delfini si scaglia contro gli amici gelosi, narcisi e ambiziosi, mentre si auto-accusa di aver trasformato la propria mitezza costituzionale in pigra contemplazione e velleitaria volontà di rivalsa. I suoi ricordi lo portano a Roma, alle polemiche sterili tra direttori di riviste, alla sua giovanile infatuazione per il fascismo, poi abiurato. Poi Modena, laddove andare a passeggio con una donna significava subito entrare nel vortice del pettegolezzo, e dove Delfini prende molto del materiale che poi riverserà nei suoi racconti. Infine, grande parte della prefazione è dedicata al suo rapporto con le donne, dalle prostitute che era “costretto” a frequentare nei casini, alle ragazze di cui s’innamorava perdutamente senza avere poi il coraggio di far cadere l’aura romanzesca attorno alla loro testa, e quindi destinate a rimanere nella sfera platonica della sua immaginazione. La prefazione termina con due momenti che, proprio perché così diversi tra loro, ci aiutano un po’ a capire la complessità del personaggio, che poi è anche la nostra complessità. C’è dapprima un feroce attacco a un’Italia che Delfini ritiene si stesse disumanizzando sempre più, con tutto lo sconforto di chi non riesce neanche più a trovare le parole; poi, però, improvviso come un lampo salvifico, arriva il ricordo della Basca, la rievocazione di quell’incontro sul treno che lo spinse, nel 1938, a dare alle stampe i suoi racconti, “prima che la guerra finisse, prima che fosse tutto perduto”.

Per quanto riguarda i racconti, il più lungo è quello che dà il titolo alla raccolta, nel quale Delfini trasfigura l’episodio narrato nella prefazione, ma che forse è tra quelli che meno mi hanno convinto, per “eccesso di romanticismo”; gli altri mi sono parsi più efficaci e, come detto, sono spesso ritratti di personaggi provinciali alle prese con le loro vicissitudini quotidiane. Alcuni sono meno riusciti, ma nel complesso mi sono piaciuti e rientrano in pieno nella definizione efficace di Montale. C’è la signora Elvira che rievoca il compagno scomparso e sa che indietro nel tempo non potrà tornare; c’è un Maestro di musica, tale non tanto per meriti propri, quanto piuttosto perché così è considerato dai suoi compaesani; c’è il poetastro di provincia che per campare fa il contrabbandiere; c’è l’uomo divenuto avvocato suo malgrado, che si fa campare dalla sorella ballerina, a sua volta mantenuta dagli amanti; c’è il quarantenne ormai disilluso e c’è quello che s’innamora di una sconosciuta per strada, salvo poi accorgersi che la stessa era già stata una sua amante. Insomma, il campionario è ampio e la prosa di Delfini gradevole, divertente, cupa quando serve.

Un autore che, a mio avviso, andrebbe rivalutato, almeno con riferimento a quest’opera.

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3 pensieri su ““Il ricordo della Basca” (Antonio Delfini)

  1. The Butcher in ha detto:

    Una raccolta molto interessante. Qual’è il racconto che ti è piaciuto di più in quest’opera?

  2. Pingback: Roberto, Antonio. | Tra sottosuolo e sole

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