Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il patto (non sapendo che titolo dare al delirio)

Considerato che non abbiamo più tempo per “conoscerci a fondo”, dovreste essere così cortesi da aderire in pieno all’immagine di voi che io ho creato nel tempo, o almeno non dovreste commettere atti, scrivere o esprimere pensieri che si distanzino troppo da quell’immagine. Anch’io, è chiaro, dovrei fare lo stesso nei vostri confronti. Lo dico non per cattiveria, ma perché, se non facciamo così, non ci riconosciamo più per quelli che abbiamo inventato, e tutto crolla, all’improvviso.

Finché crollano i governi, siamo nel già conosciuto, il punto è quando crollano i piedistalli sui quali abbiamo sistemato gli altri che abbiamo inventato, lindi e profumati, oppure sporchi e puzzolenti, e crollano perché si ostinano a non aderire a quell’immagine che noi abbiamo creato, pur sospettando, perché non siamo così idioti da non saperlo, che quell’immagine non era corrispondente alla realtà. La “realtà”, poi, questa parola che di per sé ha generato miliardi di pensieri più o meno esilaranti, profondi, devastanti, divertenti, reali insomma. Perché la realtà è caotica, è cambiamento, solo la morte è (fino a prova contraria) il raggiungimento della stabilità, della forma; anch’io, come te, mi domando se non sia peggio “fare finta di non essere cambiati, tenendo conto che la realtà stessa è di continuo e infinitamente mutabile”, e poi sulle magliette hanno scritto che “solo chi ha il caos dentro di sé può generare una stella danzante” e quindi noi dovremmo generare intere costellazioni danzanti, ma il problema è che non ci chiamiamo Nietzsche e quindi dal caos generiamo solo caos; allora, a un certo punto, fosse pure per stanchezza e pigrizia, ipotizzo che possa essere meglio aderire all’immagine, almeno per mezzo pomeriggio semplificarci l’esistenza.

Stipuliamo questo patto, allora. Io aderirò all’immagine che voi avete creato di me, non eseguirò scarti improvvisi, deviazioni dal binario che mi avete assegnato, ma a condizione di reciprocità, a patto che anche voi non vi scostiate più di tanto dall’immagine che io ho creato in rapporto a voi. Mi dici che è impossibile, perché tutto scorre e non possiamo opporci ai mutamenti che la natura apporta? Bel problema, questo. Perché vedi, io la penso come te e anch’io penso che sia peggio fingere, così come credo, se non vogliamo usare esempi macabri, che un romanzo lo si comprende in pieno solo quando è stata scritta l’ultima parola, quella che ci fa ritrovare il tempo perduto.

E poi lo so che quest’appello è destinato a fallire, perché c’è stato detto anche che siamo uno, nessuno e centomila, che conteniamo moltitudini e quindi non possiamo garantire di mostrare al prossimo sempre la stessa faccia, la stessa maschera. Eppure questo gioco è pericoloso, si sta come Piskarëv sulla Prospettiva Nevskij, e la cosa buffa è che, a differenza del povero Piskarëv, noi sappiamo di essere in tale condizione, non abbiamo neanche più l’alibi dell’illusione. E poi c’è un fatto che complica tutto; anche ammesso che si possa stipulare questo patto di non belligeranza reciproca tra me e voi, resta il problema dei problemi, cioè l’adesione all’immagine di sé stessi che si è creata. Qui non ci sono patti che tengano, qui si tratta di mettersi davanti a uno specchio, oppure a dieci, centomila specchi, osservare le immagini che gli specchi ci rimandano e pensare, pensare, pensare. Qui, insomma, sono cazzi, miei e vostri.

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10 pensieri su “Il patto (non sapendo che titolo dare al delirio)

  1. Ma qualche volta esci da quel buco buio lì in fondo, nel sottosuolo, e te la fai una bella passeggiata al sole, vero? 🙂 😉

  2. Pensavo alle maschere e alle maschere nude di Pirandello.

    • Anch’io ho pensato a lui, così come ad altri che, in modo più o meno approfondito, si sono interrogati su questo tema, che è gigantesco e che mi sono limitato a sfiorare, stimolato da una circostanza di fatto.

      • Eppure, come sono rare le persone che riescono a sfaldare la maschera che abbiamo loro assegnata. E quanta gioia provo i questi momenti rari.

      • La mia maschera (gabbia) è a forma di libro. Dovrei strapparmela, ma mi spiacerebbe che ci andassero di mezzo i libri, e quindi non so, cercherò di levarmela piano piano, in modo che non si accorgano troppo della differenza. 😀

  3. E che fatica riuscire a conciliare quegli uno, nessuno e centomila che sono dentro di noi, che io Pirandello lo adoro e quel tema della maschera sempre caro mi fu (cit.), però talvolta (questo periodo è uno di quei talvolta) è davvero difficile riuscire ad aderire in pieno a quell’immagine, quando dentro le altre mille vecchie stanno esplodendo e dai pezzi ne uscirà qualcosa di nuovo o dovrebbe, forse non mi spiego bene, ma a volte mi capisco poco e alcune nemmeno quel poco. Al momento tutte le immagini che vengono dagli specchi mi stanno confondendo, troppe richiese di adesione all’immagine altrui o alla mia.

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