Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“La cognizione del dolore” (Carlo Emilio Gadda)

Immaginela cognizione del dolore

“Da anni aveva intuito, di suo figlio. Ora ella vedeva il buio di quell’anima. Lentamente, per aver lottato a lungo nella speranza così vivida, nella sua gioia; prima di abbandonarsi a comprendere. Un sentimento non pio, e si sarebbe detto un rancore profondo, lontanissimo, s’era andato ingigantendo nell’animo del figliolo: quel solo che ancora le appariva, talvolta, all’incontro, sorridendole e chiamandola “mamma, mamma”, se pur non era sogno, sulle vie della città e della terra. Questa perturbazione dolorosa, più forte di ogni istanza moderatrice del volere, pareva riuscire alle occasioni e ai pretesti da una zona profonda, inespiabile, di celate verità: da uno strazio senza confessione.

Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgurato scoscendere d’una vita, più greve ogni giorno, immedicato”.

(Carlo Emilio Gadda, “La cognizione del dolore”, ed. Einaudi)

Dalla scheda per il prestito presente all’interno del libro, ho appurato che, nel mio paese, sono stato l’ultimo, ma anche il penultimo nonché uno dei tre-quattro ad aver preso in prestito dalla biblioteca “La cognizione del dolore” di Gadda. Questo non vuole essere un motivo di vanto né di sconforto, perché peraltro le persone potrebbero averlo comprato (che dovrò decidermi a fare). La prima volta che lo lessi, nel 2006, lo mollai dopo poche pagine, perché ero stufo di dover ricorrere spesso al dizionario. La seconda, nel 2007, andò molto meglio, anche se devo confermare che, nonostante lo ritenga un grandissimo romanzo, la lettura di “La cognizione del dolore” richiede una certa attenzione, padronanza lessicale (oppure, appunto, un dizionario a portata di mano) e può respingere il lettore. Ciò premesso, lo consiglio e cercherò di spiegare perché.

“La cognizione del dolore” fu pubblicato a puntate tra il 1938 e il 1941, poi restò incompiuto perché, citando l’autore, “le calamità catastrofizzanti che l’Europa conobbe dal 1939 al 1945 e che gli intelletti meno insani dovettero già presagire a se stessi fin dal 1934 – ’38 avevano a un tal segno sconturbato l’animo dello scrivente da ostacolargli (fino al 1940) indi rendergli a poco a poco inattuabile ogni sorta di prosa”. Il romanzo, quindi, fu edito, in seguito e in forma unitaria, come incompiuto, monco del finale. Ambientato nell’immaginario paese sudamericano del Maradagàl, che a detta stessa dell’autore ricorda la Brianza, il libro è la descrizione del dolore senza nome (ma non senza causa) dell’ingegner Gonzalo Pirobutirro d’Eltino, dai nobili discendenti, affetto da una rabbia feroce contro il mondo, che non risparmia neanche la madre, con la quale egli, nubile, vive in una villa infestata, a suo dire, dalla presenza d’inutili servi che hanno la sola funzione di sottrarre denaro alla madre.

L’ingegner Gonzalo non si neanche iscritto al “Nistitùo de vigilancia para la noche”, un istituto di vigilanza che dovrebbe proteggere gli abitanti del Maradagàl dalle insidie dei malviventi e che per farlo, una volta firmato, s’impegna per oltre venticinque anni. È abbastanza evidente, considerando l’epoca nella quale fu scritto il romanzo, che dietro il fantasmagorico istituto si cela il regime fascista. La prosa aspra di Gadda si scaglia contro i reduci che sono tornati dalla guerra che il Maradagàl ha combattuto con il Parapagàl, molti dei quali si sono inventati mutilazioni di vario genere per ottenere privilegi pensionistici o per entrare proprio a far parte del Nistitùo. Sono mirabili le pagine nelle quali Gadda ci racconta di un tal Gaetano Palumbo e delle sue vicissitudini da misero imbroglione, che poi riesce a farsi assegnare un ruolo da custode delle ville.

La satira feroce e molto divertente (perché va detto che spesso, leggendo il romanzo, si ride, sebbene anche amaramente) di Gadda non risparmia nessuno dei diversi personaggi, sia che il misantropo Gonzalo li incontri sulla sua strada sia evocati dall’autore. Non manca, ad esempio, il poeta cantore delle gesta guerresche, tale Carlos Caconchellos, anche qui di abbastanza facile identificazione storica. Lo stesso autore, nella prefazione, ci spiega come il grottesco, l’insofferenza, “un indugio misantropico del pensiero” sia caratteristiche fondanti dell’opera, che peraltro, dice Gadda, sono causate anche dalla “bamboccesca inanità del mondo”. Il trauma di Gonzalo affonda le radici in quelle che egli ritiene essere stata una carenza d’affetto nell’infanzia, che adesso si è mutata in una ferocia distruttiva, al momento soltanto verbale, ma che (nel finale non scritto) probabilmente sarebbe diventata anche fattuale. A nulla valgono i tentativi del medico, che sperando di infondere a Gonzalo entusiasmo per la vita, non fa altro che peggiorare la situazione. All’ingegnere ferito appaiono utili soltanto due medicine: il silenzio e la solitudine, che però in realtà non risolvono nulla, anzi fanno sedimentare dentro lui, giorno dopo giorno, una rabbia che poi esplode nei suo semi-deliranti sproloqui verbali. C’è poi la figura della madre, una donna sprofondata anch’essa nella solitudine, dopo la morte del marito; alle prese con il figlio, essa confessa al medico di averne paura, ma al tempo stesso è legata in maniera indissolubile allo stesso, lo attende quando tarda a rientrare ed è pronta a ricevere gli improvvisi atti d’umanità che pure Gonzalo, che non è ammattito, è capace di donare.

La prosa di Gadda è efficace, ma non si può dire che sia scorrevole, perché la ricchezza lessicale è tale da mandare talvolta “fuori giri” il lettore. In alcuni passaggi, si può avere persino l’impressione di un esercizio di stile, ma se io non conosco determinati vocaboli la colpa non può essere di Gadda. Una volta superato quest’ostacolo, però, si resterà affascinati dall’abilità di Gadda nel descrivere il rancore sordo di un personaggio che certo non è “simpatico” e che secerne bile in quantità copiosa. Chiudo consigliando anche “Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana”, che forse, nel complesso, preferisco a “La cognizione del dolore”.

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2 pensieri su ““La cognizione del dolore” (Carlo Emilio Gadda)

  1. Bella recensione. Gadda fu tra i massimi innovatori della narrativa novecentesca, un grande sperimentatore linguistico che, per certi versi, mi ricorda Tommaso Landolfi. Sono scrittori che si pongono al di fuori di ogni scuola di pensiero e che oserei definire “irregolari”, non solo per l’uso terminologico ricercato, misto e inusuale, ma anche per una certa tendenza alla dissacrazione, alla sbeffeggiatura, al sarcasmo cupo (quest’ultimo soprattutto nel caso di Gadda). Certamente non sono letture facili e alla portata di tutti, però mi trovo d’accordo con l’opinione di una nota editor italiana, Elena De Angeli, che in un’intervista di qualche anno fa aveva detto che l’editoria italiana di oggi rifugge la complessità, non la capisce e la teme, per cui si pubblicano soprattutto romanzi brutti e scadenti, ad uso consumistico, che una volta letti si dimenticano in fretta. Questo è il motivo per cui oggi un Gadda faticherebbe a trovare un editore, Joyce sarebbe cestinato e Musil guardato come un pazzo.

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