Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Pavese “lettore ideale” di Calvino

calvino

Sto leggendo “Sono nato in America…Interviste 1951 – 1985”, un libro nel quale sono raccolte centouno interviste di Italo Calvino, rilasciate nei decenni indicati nel titolo. Il volume è corposo, sono oltre 650 pagine, ed è molto interessante per chi volesse approfondire la conoscenza dello scrittore. I temi trattati sono molto diversi tra loro e personalmente sto saltando alcune sezioni che al momento m’interessano di meno, per esempio quelle di carattere più politico. Molto più interessanti, per me, sono le interpretazioni, spiegazioni, commenti, precisazioni che Calvino fa circa i suoi scritti, spesso a distanza di molti anni; ancora più attraenti, ai miei occhi, le pagine nelle quali ci sono domande e risposte sul cinema, sulla scrittura e la lettura e su colleghi contemporanei a Calvino o da lui distanti nel tempo. Non possono mancare riferimenti alla Resistenza, che, a suo dire, lo mise al mondo come scrittore.

Ho scelto di accompagnare questa breve e inesaustiva presentazione con una risposta che Calvino dette nel 1959 al quotidiano “Il Giorno”, perché nella stessa Calvino ricorda Pavese, suo collega scrittore ma anche suo primo lettore, nonché fervente lavoratore presso la Einaudi. A Pavese sono legato da un affetto particolare e che non saprei neanche spiegare bene e che infatti non provo a spiegare, lasciandovi alla risposta di Calvino.

La domanda era: Uno dei primi che scrisse di lei fu Cesare Pavese. E lei lavorò accanto a Pavese nella casa editrice Einaudi, e ha curato l’edizione dei suoi libri postumi. A nove anni dalla morte, è a suo parere sempre operante la lezione morale e poetica dello scrittore scomparso?

Calvino rispose: Conobbi Pavese dal ’46 al ’50, anno della sua morte. Era lui il primo a leggere tutto quello che scrivevo. Finivo un racconto e correvo da lui a farglielo leggere. Quando morì mi pareva che non sarei più stato buono a scrivere, senza il punto di riferimento di quel lettore ideale. Prima che morisse, non sapevo quel che i suoi amici più vecchi avevano sempre saputo: che era un disperato cronico, dalle ripetute crisi suicide. Lo credevo un duro, uno che si fosse costruita una corazza sopra tutte le sue disperazioni e i suoi problemi, e tutta una serie di manie che erano tanti sistemi di difesa, e fosse perciò in una posizione di forza più di chiunque altro. Difatti era proprio così, per quegli anni in cui lo conobbi io, che forse furono gli anni migliori della sua vita, gli anni del suo lavoro creativo più fruttuoso e maturo, e d’elaborazione critica, e di diligentissimo lavoro editoriale.

Un giorno, non ricordo come, seppi che teneva un diario*. La cosa mi stupì perché mi pareva che il suo ideale letterario e umano, tutto concreto e schivo, fosse agli antipodi di quella preoccupazione per la propria interiorità che occorre per tenere un diario. Corsi subito a dirglielo: “Tieni un diario? Sei matto?”. Lui mi rispose: “Se si fa il letterato bisogna farlo fino in fondo, accettare tutte le conseguenze”. Poi aggiunse, come per rassicurarmi: “Ma non è mica un diario di quelli dove si scrive ‘Stasera sono tanto triste’. È un diario di riflessioni, di idee; quando mi viene un’idea la scrivo lì”. Mi pare anche che aggiungesse: “Come lo Zibaldone di Leopardi”. Invece era un diario anche a quella maniera che tra noi era inteso non ci piacesse: con gli sfoghi delle sere tristi. Ma erano battuti nello stesso ferro incandescente della costruzione poetica e vitale. Per me il Pavese vivo resta più importante e presente del Pavese come lo si è visto dopo la morte. Ma non c’è contraddizione tra i due: questo è un rigoroso e tragico approfondimento di quello”.

(da “Sono nato in America…Interviste 1951 – 1985”, ed. Mondadori, a cura di Luca Baranelli)

*Il “diario” è poi stato pubblicato con il titolo di “Il mestiere di scrivere”.

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