Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Il nostro comune amico” (Charles Dickens)

IlNostroComuneAmico

“Mr Podsnap era ricco e aveva un’alta opinione di sé. Egli aveva cominciato con una bella eredità, si era fatto una straordinaria fortuna con le Assicurazioni Marittime, ed era proprio soddisfatto. Perché non tutti fossero soddisfatti, non era mai riuscito a capirlo; quindi era ben consapevole che il fatto di essere soddisfatto di tutte le cose, ma in primo luogo di sé stesso, costituiva un brillante esempio sociale.

Data una così elevata opinione dei propri meriti e della propria importanza, Podsnap aveva stabilito che tutto quello che egli decideva di ignorare cessava ipso facto di esistere. Questo modo di liberarsi delle cose sgradevoli, portava a conclusioni dignitose, oltre che assai comode, e aveva molto contribuito a innalzare Mr Podsnap fino a quella elevata considerazione di Mr Podsnap. “Io questa cosa non la voglio sapere; non la voglio discutere, non l’ammetto!”. Egli aveva persino preso l’abitudine di fare un gesto speciale con il braccio destro, ogni volta che, buttandosele dietro alle spalle (e quindi annullandole) pronunciava, tutto rosso in volto, quelle parole per liberare il mondo dai suoi più ardui problemi. Perché rappresentavano un’offesa”.

(Charles Dickens, “Il nostro comune amico”, ed. Einaudi)

Nello scrivere le mie impressioni su “Il nostro comune amico” di Dickens, ritengo onesto, per rispetto dei miei “amabili lettori” (cit.), adottare una sorta di filtro iniziale, che potrà far abbandonare la lettura dell’articolo agli stessi prima di quanto già non farebbero. Lettore, se non ami i romanzi immensi per mole, questo non fa per te. L’edizione Einaudi che ho appena terminato è di novecento pagine e questa è la prima avvertenza. La seconda riguarda il numero dei personaggi presenti; se hai scarsa memoria e tendi a confonderli, o non leggere questo romanzo, oppure preparati degli schemi tipo albero genealogico, che ti aiuteranno a dipanare l’intreccio costruito da Dickens. Ultimo sbarramento: se siete in cerca di un romanzo che sia solo comico, solo drammatico, solo tragico, solo sentimentale, lasciate stare, perché “Il nostro comune amico” è una mescolanza di tutto ciò e di tanto altro.

Finora di Dickens avevo letto solo “Tempi difficili”, scelto dopo un’attenta disamina preliminare circa le opere che di quest’autore potevano più interessarmi. Girando qua e là per il web, in cerca di recensioni, ero giunto a escludere, almeno all’inizio, romanzi come “Oliver Twist” e “David Copperfield”, riducendo la mia scelta a un trittico, cioè proprio “Tempi difficili”, “Il nostro comune amico” e “Grandi speranze”, i primi due dei quali hanno ampiamente ripagato la fiducia riposta in loro, pur nella loro differenza.

Chi è il “comune amico” del titolo? Siccome il romanzo si regge su un intreccio basato su una sostituzione di persona, anzi non solo una, è bene che io mi limiti all’essenziale. Tutto prende le mosse dalla misteriosa scomparsa di John Harmon, l’uomo di NonSoDove, che dovrebbe tornare dall’estero, dove era scappato da molto giovane, per ricevere l’eredità da suo padre, un’eredità che si fonda su alcuni “Monticelli” di rifiuti, che avranno nel romanzo una forte valenza anche simbolica; l’unica condizione che Harmon dovrà rispettare è quella di sposare una donna, nella specie Bella Wilfer, una dei Numerosi figli dei coniugi Wilfer. Harmon torna, ma morto, o almeno è ritrovato un cadavere che si ritiene essere quello di Harmon, e da questo ritrovamento si scatenano tutta una serie di circostanze che rendono il romanzo avvincente nella sua struttura e convincente come ritmo.

Dickens nella sua storia affronta diversi argomenti, ma lo fa senza (quasi mai) scadere nella retorica o in sparate filosofiche; la denuncia sociale, che pure c’è, non è, a mio avviso, il tratto predominante del romanzo, o almeno non è ciò che lo ha reso gradito a me. Ci sono pagine nelle quali denuncia il potere corruttivo del denaro, capace di mutare gli animi anche dei personaggi che inizialmente sembrerebbero meno avidi, così come ci sono continui riferimenti a disagi sociali, agli speculatori, al sistema scolastico dell’Inghilterra dell’epoca, ma tutto ciò è inserito in una trama che diverte, appassiona, e che lo fa in virtù di una ridda di personaggi davvero copiosa ed eterogenea. La storia di Harmon “NonSoDove” è narrata, all’inizio, in una riunione mondana a casa dei Veenering, in una sorta di “racconto nel racconto”; i Veenering sono esponenti del mondo dei benestanti, così come i Podsnap, che hanno fede solo in sé stessi, nell’Inghilterra e nella Provvidenza, e che ritengono che i poveri muoiano solo per colpa loro. Le differenze di classe sono palesi nel romanzo di Dickens, ma non si pensi a una banale contrapposizione “povero buono contro ricco cattivo”, perché così non è. Come scritto prima, il denaro, se ha già corrotto chi è possidente, è pronto a ghermire chi, ancora povero, tenta la scalata sociale con ogni mezzo. Ci sono, poi, le opportune eccezioni e le vie di mezzo.

John Harmon, in questo senso, pur essendo scomparso a inizio romanzo, è il collante tra diversi mondi, nelle forme che scoprirete leggendo il libro. Per esempio, i Boffin, ereditando la somma che sarebbe spettata a Harmon, e arricchitisi, saranno comunque in contatto con i Wilfer, la cui figlia doveva sposare Harmon. Qui, però, devo fermarmi per non rovinare la lettura. I personaggi sono, come detto, molto diversi tra loro e Dickens è abile nel farci affezionare alle loro buffe debolezze, stramberie, meschinità e ingenuità; il tono della narrazione, infatti, è umoristico, ironico, anche nei momenti di maggiore cupezza c’è sempre una scintilla, una battuta che ci strappa il sorriso, benché amaro, e ci consente di arrivare alla fine delle novecento pagine senza avvertire stanchezza. Evito di fare uno stucchevole elenco dei personaggi che più mi hanno colpito, perché è bene che li scopriate da soli.

Dickens non è Dostoevskij, di questo me ne sono accorto subito e del resto non pensavo di poter trovare un altro Dostoevskij, ma a prescindere da quest’improprio confronto (dovuto solo alla mia personale passione per il russo), devo dire che anche questa seconda lettura “dickensiana” me ne ha fatto apprezzare le capacità, e quindi, fatte le premesse di cui all’inizio dell’articolo, consiglio anche a voi di scoprire la storia del “nostro comune amico” e di tutti gli altri variopinti protagonisti che ruotano attorno alla sua evanescente (ma neanche tanto) figura.

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