Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Come ho avuto la conferma di essere brutto dentro”

A meno di non ambire a far la parte del cattivone in un romanzo giallo, sospettare di essere brutti dentro non è gratificante, sebbene sia preferibile ad averne la certezza scientifica. Io non ho mai pensato di essere bello dentro, mentre sul fuori mi astengo, perché non è oggetto di questo delirante articolo e poi, a dirla tutta, questa distinzione tra dentro e fuori lascia il tempo che trova, quasi fossimo ancora qui a contrapporre anima e corpo, oppure amore e odio. In ogni caso, anche se qualcuno asserì che “l’essenziale è invisibile agli occhi”, si può affermare almeno che, se non l’essenziale, almeno il minuscolo è più visibile al microscopio; inoltre, l’esperienza insegna che se “il cuore ha ragioni che la ragione non conosce”, appare altrettanto evidente che “lo stomaco ha ragioni che né il cuore né il cervello conoscono”. Sto divagando, torno alla scoperta della mia bruttezza interiore.

I più antichi, fedeli e soprattutto masochisti lettori di queste pagine forse ricorderanno un frammento di cenere estratto dal mio camino, nel titolo del quale facevo riferimento a “notti gastriche”, che sempre più avevano sottratto spazio alle notti bianche di più adolescenziale memoria (per adolescenza intendo un periodo che va dai zero ai trent’anni). Se non lo ricordano, non importa, quella storia non è fondamentale per comprendere questa che sto per narrarvi, anche perché questa non è una storia, anche se avrebbe voluto esserla; purtroppo non sono riuscito a renderla tale e quindi i suddetti lettori, ma anche quelli più recenti, infedeli (ma sempre masochisti) potranno comprendere come io abbia avuto la conferma di essere brutto dentro.

Dopo due – tre anni di titubanza, mi sono deciso, infatti, a farmi guardare dentro. Quest’operazione comporta sempre rischi, perché finché si scherza va bene, ma quando il prossimo ti entra davvero dentro e va a scoprire i tuoi pensieri più inconfessabili, la cosa può anche non risultare un’operazione simpatica. Poi, ci sta che uno ci prenda gusto, specie se chi ti entra dentro lo sa fare nella maniera giusta, trovando il pertugio giusto (ma a questo punto la metafora sessuale potrebbe prendere il sopravvento e ritengo opportuno, chiusa la parentesi, smontare i bollenti spiriti). Io nel mio sottosuolo ci vado spesso, però stavolta ho deciso, per motivi non dipendenti né dal cuore né dal cervello, bensì dallo stomaco, di andarci con l’aiuto di una sonda, un tubo, una telecamera, non so come definirlo, c’è un termine tecnico ma non ho voglia di andare su Google a cercarlo. A farla breve, ho deciso di sottopormi a una gastroscopia, che poi in realtà si chiama “esofagogastroduodenoscopia”, forse per mettere più paura, o magari solo perché è il nome giusto, mentre “gastroscopia” è riservato agli amici più intimi.

Come atto preventivo, il giorno prima di recarmi in ospedale, mi sono fatto la barba e mi sono fatto tagliare i capelli. Non che avessi particolare paura, ma non si sa mai, se le cose fossero andate malino e, per esempio, fossi morto con un tubo conficcato in gola, sarei stato seppellito con un’acconciatura più consona all’evento. Mia madre ha detto di smetterla, non sono cose che si dicono, ma io l’ho detto ugualmente, perché è solo superstizione, come il seguito dell’articolo mostrerà. A parte la paura di morire, dunque, non avevo altre paure prima di affrontare la gastroscopia (notate o noterete come in quest’articolo ci siano dei passaggi temporali schizofrenici, quasi che in certi momenti io debba ancora affrontare il tutto); mi ero informato e alcuni conoscenti/amici mi avevano spiegato che ormai le tecniche riducono al minimo l’invasività e volendo anche la consapevolezza da parte del paziente; addirittura qualcuno mi aveva prefigurato scenari quasi mistici, narrandomi di un risveglio dall’anestetico foriero di sensazioni inebrianti. Insomma, l’idea che qualcuno mi potesse finalmente guardare dentro non era così malvagia, ma soprattutto mi piaceva la prospettiva di essere esofagogastroduodenoscopato (e se hai colto un’allusione sessuale, hai fatto bene, lettore; una misera allusione c’è). All’ospedale le cose sono andate diversamente da come mi aspettavo, ma diversamente non significa che sono andate male.

Il teschio presente nella sala del medico non era incoraggiante, così come i santi appesi sulle pareti dei corridoi. Più propositivi erano i quadri di Van Gogh e Vermeer, ma soprattutto la bionda in minigonna in sala d’aspetto. Il resto ha deluso le aspettative. Uno spruzzo in gola, un gargarismo e deglutire. Sdraiarsi e aspettare che il sedativo endovena facesse effetto. Uno sguardo all’orologio, un pensiero alla bionda che ormai doveva essere andata via e la consapevolezza di essere ancora pienamente lucido. Vedo il tubo che si avvicina e poi, come per incanto, tutto è finito. Il sedativo mi ha colto di sorpresa, speravo di fregarlo, ci avevo quasi preso gusto a restare lucido. Chiedo se è passata mezz’ora come mi avevano detto potesse accadere. Tre minuti, è la risposta. Mi alzo, temendo di barcollare, e invece niente, sono di nuovo lucido, proprio oggi che speravo di restare intontito per ventiquattro ore. Esco, do un’ultima occhiata ai mangiatori di patate di Van Gogh e noto che della bionda non c’è più traccia. Tutto sommato sono deluso, mi aspettavo di poterci ricavare una storia più avvincente (e qui il lettore più perspicace avrà notato come sono passato al presente singolare, ma non tanto per rendere tutto più coinvolgente, quanto perché questo passaggio l’avevo già scritto su facebook e la pigrizia mi ha indotto a copiarlo così com’era).

La storia, anche se comunque non è riuscita a diventare avvincente, ha avuto un suo sviluppo imprevisto. Sappiamo che se uno è brutto dentro, o gode di questa sua bruttezza oppure cerca un rimedio, attraverso un percorso di auto-analisi e sperimentando tecniche di miglioramento personale delle più variegate (darsi ai cineforum di provincia, all’impegno politico, alla meditazione mistica, alla prostituzione, all’associazionismo, al sonno, a quello che volete) oppure, in certi casi, deve attenersi ai suggerimenti che gli daranno coloro che, manovrando l’allegro tubo, hanno avuto modo di studiare più da vicino di quale bruttezza interiore si sta parlando. In sintesi, antibiotici. Una parola con una sua bellezza, nonostante quell’anti così scontroso. Più che una parola, qualcosa che può essere utile a diventare più belli dentro o almeno a non diventare ancora più brutti. Allora, per giungere all’evento topico di questa storia e non montare troppo il pathos, la mattina dopo, al risveglio, io le prendo queste due pilloline simpatiche di antibiotici e penso che, dopo una settimana di cure, sarò diventato più bello dentro, e quel minuscolo batterio che vuole farmi diventare più brutto, sarà sconfitto (anche se, lo ammetto, l’idea della sua morte un po’ mi ferisce, sono brutto dentro ma non proprio insensibile).

“Soggetto in condizioni di emergenza. Affetto da forma morbosa grave. Reazione allergica “, dice il referto del Pronto Soccorso di poche ore dopo. Pare che al batterio non sia andato giù l’attacco missilistico effettuato dagli antibiotici, e abbia quindi reagito con la sua contraerei. Io, che mi sono trovato in mezzo a siffatti guerrafondai, ho avuto un lieve timore (a dirla in tutta onestà “mi sono cacato addosso” dalla paura; prego il lettore di comprendere che “mi sono cacato addosso” è tra virgolette perché ha una valenza metaforica): fitta serie di bolle sulle braccia, sul collo, in petto, ovunque; formicolio alle mani, alle labbra, senso di oppressione in petto. A farla breve, per non diventare più brutto dentro sono diventato più brutto fuori, e soprattutto ho temuto (credo, spero a torto) che si realizzasse la profezia che avevo incautamente espresso. Non sarebbe stato onesto, perché se è vero che il capello era ancora a posto, essendo passati solo due giorni dalla sua rivisitazione, e così anche la barba, è pur vero che nella bara non ci sarei voluto andare pieno di bolle e sudato. Va bene che qui si parlava della bruttezza e bellezza interiore, ma, insomma, converrete che presentarmi al mio funerale in quel modo non sarebbe stato corretto.

La storia, sebbene non avvincente, anzi proprio perché non avvincente, termina qui, per ora. C’è bisogno di un finale? Allora, possiamo immaginare il protagonista (cioè me medesimo, ma resti tra noi) passeggiare per le strade del proprio paese, la sera successiva alla gita turistica presso il Pronto Soccorso. In mano ha un cono al gusto di amarena, crema e banana, e sta pensando che quel cono assurge a momento erotico più intenso della sua estate, superando, in virtù della volontarietà e consapevolezza piena dell’atto, il ricordo dell’infermiera che il giorno prima, al pronto soccorso, gli aveva slacciato i bottoni della camicia. Con il senno del giorno dopo, il protagonista potrebbe anche fingere che le cose siano andate diversamente da come sono andate e inventarsi, di sana pianta, una storia boccaccesca al Pronto Soccorso, oppure, in un redivivo accesso adolescenziale, trasformare l’infermiera nella protagonista delle “Notti bianche”, o ancora molto altro. Il lettore scelga il finale che vuole.

Il protagonista, però, non può che tirare un sospiro di sollievo, godersi il gelato, continuare a passeggiare e meditare sulla propria bruttezza interiore, una bruttezza che, comunque, egli tuttora preferisce a una bellezza cadaverica.

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6 pensieri su ““Come ho avuto la conferma di essere brutto dentro”

  1. 🙂
    Tutto a posto, ora?
    Bello come prima, dentro e fuori?

    ‘Notte…

  2. AlViN in ha detto:

    La salute prima di tutto :))

  3. Purtroppo gli scenari mistici sono del tutto assenti, anzi alla fine può succedere che in ospedale ti guardino dentro e ti dicano che è tutto a posto, che sei sana, poi torni a casa e il ciclo ricomincia. Come in un romanzo di Kafka in cui accadono cose assurde, così nella realtà può capitare che i mostriciattoli si nascondano bene al tuo interno e la mattina dopo vengano a farti un salutino di ben ritrovata. p.s secondo me l’età adolescenziale va spostata dai zero ai trentacinque, (io ne ho trentatre…), poi se serve la allunghiamo pure fino ai quaranta, che ne pensi?

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