Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Clessidra” (Danilo Kiš)

kis

“Tutto quello che mi restava nella coscienza era l’impressione di un incubo, tutto quello che potevo formulare in maniera sensata era una sola e unica parola: GRANDE, un aggettivo unito a una cosa impossibile, a un concetto che non si lasciava identificare, ma che suscitava un terrore incomprensibile, e la parola GRANDE che ero riuscito, attraverso un doloroso sforzo della coscienza, a gettare nel campo della ragione, nel campo dell’articolazione, ad afferrare per un attimo in quel rapido passaggio di concetti e di immagini, così simile a un sogno, questa parola era perfettamente adeguata, si univa in modo perfettamente naturale e logico a un concetto sconosciuto, accordandosi con esso in genere, numero e caso, benché tale concetto fosse ancora fuori dalla sfera del comprensibile, fuori dalla macchia gialla della coscienza. Questo terribile e terrificante GRANDE mi schiacciava con la sua imponente e spaventosa presenza, e il terrore scaturiva dall’incapacità del mio spirito e della mia coscienza a unire a tale aggettivo un nome, perché, precisando il concetto, il contenuto del mio incubo sarebbe diventato più chiaro, il terrore avrebbe forse preso contorni umani, o almeno la forma di una paura comprensibile e definita. Così, questo aggettivo neutro (cioè proprio senza genere) unito a un nome o magari a un verbo, la mia paura, il mio tremito interiore diventavano un incubo desto, ed io allora intuii che forse tutto quello che mi stava accadendo non era altro che la continuazione di un sogno bruscamente interrotto: mentre una parte del mio essere seguiva il corso quotidiano (logico) del pensiero, un’altra parte, nello stesso tempo, era immersa in un sonno profondo, tormentata dall’incubo di un sogno cui non poteva sfuggire: frammenti di questo sogno desto, di questo incubo (da cui si era staccata solo la parola GRANDE), devastavano la mia coscienza e le mie viscere, mentre nel mio cervello, nel mio essere, si svolgevano contemporaneamente due processi, il sonno e la veglia, l’incubo e la lucidità, ma tra questi due processi si levava un muro impenetrabile, un legame interrotto: tutto lo sforzo della mia personalità desta consisteva nel tentativo di afferrare una parola che provenisse dall’altra parte del muro, dall’altra corteccia cerebrale addormentata, perché, dal momento che non potevo vedere, sentissi almeno che cosa accadeva nel mio proprio essere, ora, nello stesso istante: la parola GRANDE era ancora la sola parola articolata e percepibile, a meno che essa non fosse altro che una traduzione, il surrogato di qualche altra parola, di qualche altro concetto, di qualche altra situazione: quello che accadeva dall’altro lato della coscienza avveniva troppo in fretta, le immagini scorrevano a una velocità inconcepibile, e le cose che accadevano laggiù, nella profondità tenebrosa del mio essere, le immagini che scorrevano sulla corteccia del mio cervello, erano troppo spaventose perché io potessi analizzarle, freddamente, anche se fossi riuscito ad afferrarle: tutto avveniva dall’altra parte della vita, nelle profonde regioni mitiche della morte, nella terrificante valle dell’aldilà. Quell’altro, l’altro mio essere, ero io dopo la mia morte: il defunto E.S. di fronte al vivo, il defunto E.S. sorto dal mio proprio sogno, incarnatosi e levatosi accanto al vivo.”

(Danilo Kiš, “Clessidra”, ed. Adelphi)

Come ho già scritto in un precedente articolo, non ricordo perché il nome di Danilo Kiš fosse segnato nell’elenco degli autori e/o libri da leggere. Ciò che conta è che abbia fatto la sua conoscenza. Nello scrivere queste mie brevi impressioni, sono piuttosto in difficoltà, perché “Clessidra” è un romanzo difficile da spiegare e forse anche da leggere. Difficile ma impressionante, nel senso letterale della parola. Impressiona la capacità di Kiš, il quale alterna diversi stili e registri espressivi, donando al lettore diversi frammenti da ricostruire, come fossero pezzi di un vetro rotto che riflettono la stessa vicenda da diverse angolazioni e sfumature. Ci sono, infatti, le “scene di viaggio”, scritti da un narratore in un presente piano, oggettivo, impersonale, eppure ricco di preziose immagini; poi ci sono gli “appunti di un folle”, aforismi più o meno lunghi, questi scritti in prima persona dal protagonista e più visionari; ancora, gli “interrogatori”, dialoghi dai quali emergono sempre più le circostanze oggetto del romanzo.

Lo sfondo è la seconda guerra mondiale, i rastrellamenti, che il padre di Kiš subì e pagò con la morte. Il romanzo, però, che pure è caratterizzato da questo tratto oscuro, non è solo questo, perché Kiš, proprio in virtù delle diverse tecniche narrative proposte, spazia in diversi ambiti e lo fa anche in modo molto divertente. Se anche le altre opere di Kiš si riveleranno a quest’altezza, potrò affermare di aver “scoperto” un grande autore, sia pure in ritardo rispetto a quando l’avevo segnato sul mio foglietto.

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