Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Zone di Sospensione” (da “Frammenti da un camino”, n. 23)

L’uomo seduto di fronte a lei sembrava uno di quei pesciolini rossi che da piccola osservava, esposti alle fiere di paese, prigionieri, boccheggianti, mesti e assurdi all’interno della boccia d’acqua. Stava dicendo qualcosa, incurante del fatto che lei, poco prima, avesse indossato le cuffiette per estraniarsi da lui e dal resto del vagone. Quando, per pura cortesia, tolse gli auricolari, sentì la voce del dirimpettaio che esponeva un’abusata metafora sul viaggio come simbolo dell’intera esistenza. Stroncò con garbo il discorso e tornò a isolarsi.

Gli auricolari le servivano come barriera tra lei e il mondo. Viaggiare, per lei, non era tanto, o non solo, spostarsi da un luogo a un altro, e nemmeno dare a luoghi fisici una valenza simbolica; significava, aveva scritto un giorno, avere “ore di sospensione dal devo-fare/devo-essere, in un non-luogo, esonerata dal dovere-/volere-essere, autorizzata a godermi il malessere, la musica, insieme a due cose con le quali ho un rapporto straziante e meraviglioso: la mia testa e le facce di sconosciuti di passaggio.” Per garantirsi questa Zona di Sospensione, adottava strategie che scoraggiassero inopportune invasioni. Le più classiche erano la lettura di un libro e, appunto, l’ascolto di musica tramite auricolari. Questo non eliminava il mondo attorno a lei e le sue insidie; per esempio, l’uomo che sembrava un pesce rosso aveva tentato un altro approccio non originale né efficace, cercando di coinvolgerla in una discussione sull’estate che quell’anno non arrivava mai, tema che lei aveva fatto morire con un laconico “non ci possiamo fare nulla”.

Non aveva voglia di altro che della propria Zona di Sospensione. Le incombenze della quotidianità sarebbero tornate una volta scesa dal treno. Roma la attendeva, con tutto il peso della sua bellezza, ma anche del suo caos, del lavoro, dei colleghi ansiogeni, delle pratiche in ufficio da sbrigare “tassativamente entro e non oltre la tale data”. Tutto ciò doveva restare fuori. Lei doveva proteggersi. L’elenco dei personaggi che avrebbero potuto turbare quella Sospensione le era ben chiaro, e ormai aveva sviluppato un certo fiuto per distinguere chi avrebbe potuto visitare il suo cervello e chi, invece, doveva starne alla larga. L’uomo-pesciolino rosso, non fosse altro che per l’orrendo romanzo che aveva tra le mani, apparteneva alla prima specie e, indossando nuovamente le cuffie, lei gli mandò un segnale preciso: “Divieto di accesso”.

Aveva riflettuto spesso su questo suo bisogno d’isolamento, si era chiesta se, in fondo, non fosse un po’ misantropa, e si era risposta che no, non si trattava di misantropia, perché lei la gente era pure disposta ad amarla, ad accollarsi anche il peso delle loro paure, delle loro speranze, delle loro disillusioni, ma a condizione di reciprocità, e soprattutto, cosa più importante, voleva scegliere quando, come e perché, pur sapendo che il concetto di scelta è labile, che non sappiamo mai dove arriva la nostra scelta e quando invece siamo, nostro malgrado, scelti e coinvolti dal mondo. Amava osservare le facce degli sconosciuti, per strada, ma ancora di più nei luoghi della Sospensione, negli aeroporti, nelle stazioni ferroviarie, alle fermate dei tram, ma anche in fila dal dottore, in banca, alla posta, al supermercato.

Si rendeva conto, però, che quelle facce erano interessanti proprio in virtù del loro essere sconosciute, perché ciò le consentiva d’immaginare le loro vite, stimolata da un’espressione del volto, da un odore penetrante, gradevole o ributtante che le paresse. Quando la condizione di sconosciuto svaniva, il più delle volte lei perdeva interesse, anche perché era costretta a una conversazione che la obbligava ad abbandonare quelle Zone di Sospensione e farsi carico di quella singola esperienza umana, senza poter spaziare da un’esistenza immaginaria all’altra. Finché erano inaccessibili, distanti e sconosciuti, poteva quasi amarli, quei volti stanchi, ilari, malinconici, scavati, truccati, cadenti, sdentati, viscidi, solari, ma una volta abbandonato lo stato potenziale, ecco che quelle stesse caratteristiche potevano diventarle odiose. Proprio perché nel resto della sua vita lei era coinvolta in maniera feroce, non voleva che qualcuno la coinvolgesse anche quando si stava godendo la sua privata Zona di Sospensione. Poteva accadere, e le era accaduto, che qualcuno riuscisse a infrangere quella barriera, entrando nella sua esistenza, in quella che si svolgeva tutti i giorni, quella extra-Zona di Sospensione; era ovvio che accadesse, non avendo scelto la via dell’eremitaggio, ma non doveva essere la regola.

Notò un pettine a terra, nel bel mezzo dello scompartimento, a un paio di metri dai suoi piedi. Il suo cervello acquisì l’immagine, la elaborò in un lampo e gliela restituì sotto forma di una scarpetta rossa, che da alcuni mesi aveva notato in un piccolo dirupo che costeggiava la strada verso casa. Non vedeva lui da settimane, e l’ultima volta si erano visti proprio a casa di lei. Adesso, lui era di nuovo con lei, era bastato quel pettine a ridestarle il ricordo della scarpetta rossa e poi del ragazzo; quel giorno, l’ultima volta che si erano visti dal vivo, le aveva chiesto perché, tra tanti, lei avesse scelto proprio lui e glielo aveva chiesto proprio in corrispondenza del luogo dove si trovava la scarpetta rossa abbandonata. Aveva eluso la risposta, perché le motivazioni che aveva pronte all’uso le erano parse banali. Pochi minuti dopo, in camera da letto, era stata così convincente nei fatti da indurre l’uomo a non domandarsi il perché, non in quei frangenti.  Quel pettine a terra le suggerì che chiedersi il senso di talune relazioni umane era, né più né meno, che chiedersi perché un pettine si trovasse lì, su un regionale che conduceva a Roma, o chiedersi perché una scarpa rossa si trovasse in quel piccolo fossato. Se fosse stata un filosofo o un poeta, si disse, avrebbe cercato un profondo e significativo perché a tutto ciò, ma non era poeta e nemmeno filosofo, e si limitò a considerare quegli oggetti sono semplici oggetti, senza caricarli di significati ulteriori. Un perché non c’era o, se c’era, non era così importante scoprirlo. Era gratificante, talvolta, pensarla così.

La sua mente adesso era stata spinta, sia pure da un pettine, verso lidi sensuali. Il ricordo dell’ultima volta che aveva fatto sesso con lui, infatti, si mescolava alla curiosità di scoprire, sui volti degli sconosciuti, quale potesse essere il loro rapporto con il sesso. Le capitava di fantasticare su avventure improbabili che avrebbero potuto avere lei per protagonista, e non lo negava a sé stessa, con tutto il carico che ciò comporta (non doveva dimenticare che a Roma c’era lui che la stava aspettando, lui che non era uno sconosciuto), ma più che altro era curiosa di sapere se quei due che passeggiavano mano nella mano avevano anche un’intesa sessuale all’altezza oppure se si limitano a trascinare la loro storia, come fossero solo due vecchi amici; o ancora, se quel tizio con il libro in mano e dalla faccia cupa avesse o no una vita sessuale, e se non l’aveva, come lei ipotizzò, perché non l’aveva? Per sua scelta, per scelte altrui o per una serie di circostanze che si erano incastrare? Insomma, tornava il perché senza risposte.

Davanti a lei, però, restava, per il momento, solo l’uomo con la faccia da pesce rosso, che adesso fingeva di leggere un quotidiano. Gli occhiali da sole, altra barriera che si era concessa, le avevano consentito di verificare che l’uomo, più che alle ultime di politica estera, era interessato alle sue cosce, a quanto pare attraenti anche se martoriate da orde di zanzare. Le sovvenne l’immagine di un pesce rosso che si masturba solitario in un’ampolla di vetro e si augurò che il viaggio finisse al più presto. E finì, almeno relativamente al treno, dopo altri quindici minuti, ancora caratterizzati dal turbinio del suo cervello e dagli sguardi mono-direzionali dell’uomo-pesce rosso, i cui occhi spaziavano dalle unghie laccate di nero ai polpacci, dei quali sembrava volesse analizzare ogni singolo poro.

Una volta in strada, uscendo dalla stazione Termini con il suo pesante trolley, ebbe modo di osservare un’umanità più varia rispetto alla monotona visione che le era spettata sul treno. L’uomo-pesce rosso e la sua ampolla scomparvero e nella sua mente fecero irruzione una marea di personaggi che si susseguivano in modo così convulso che persino un cervello frenetico come il suo non poteva sostenere. La natura esigeva una selezione anche nella sfera dell’immaginario.

L’uomo con la valigia blu dov’è diretto? La ragazza con la maglietta rosa che facoltà frequenta? A chi telefona quel ragazzo che cammina a testa bassa? Che musica ascolta quella che, alla fermata del bus, sembra anch’essa immersa nella propria Zona di Sospensione? I due mano nella mano, tornati a casa, scoperanno o faranno l’amore? C’è differenza tra le due cose? Quale dolore c’è dietro quel volto? Quell’uomo che se ne sta lì da solo al tavolo, è davvero solo oppure la sua è solo un’apparenza di solitudine? La sua solitudine in cosa differisce da quella degli altri che calpestano questo marciapiede? È stata scelta? È stata subita?

L’inutilità di queste domande le appariva evidente, eppure non riusciva a eluderle, non quando era immersa nella Zona di Sospensione. Si caricava anche del dolore altrui, a volte evidente, più spesso immaginato, costruito; le bastava un dettaglio del corpo, uno sguardo che le pareva lacerato, oppure captare una conversazione telefonica per inscenare drammi esistenziali che, ma a questo pensava solo in seguito, forse non avevano alcun fondamento. Quelle persone potevano essere felici, ma lei aveva la tendenza a scorgerne il lato oscuro, anche a inventarlo, perché così facendo aveva modo di analizzare il proprio sottosuolo. Questo gioco dell’intelletto le era consentito solo perché sapeva che non sarebbe stata coinvolta, cosa che accadeva fuori dalla Zona di Sospensione. Sotto un certo profilo, quelle facce sconosciute, facce vive, presenti, reali, erano anche una sua invenzione. Finché non le rivolgevano la parola, esse, le facce, erano un potenziale di gioie e drammi, erano una possibilità, e “nel possibile, tutto è possibile”, aveva letto. Sopportava di caricarsi delle loro sofferenze e delle loro felicità, perché sapeva che poteva allontanarli quando voleva. Il patto con sé stessa era semplice: non restare coinvolta, non abbandonare la Zona di Sospensione. Il mondo, però, spingeva contro le sue barriere e la potenza d’urto era tale da non poterla controbattere. La fuga era possibile, ma non all’infinito, prima o poi bisognava uscire dalla Sospensione.

Lei non sopportava i bambini che piangevano, la squarciavano dentro. Perciò si riteneva soddisfatta, quel giorno, del viaggio in treno. Un mese prima aveva dovuto cambiare vagone, perché, se contro l’audio del pianto aveva potuto difendersi indossando le salvifiche cuffie e sparandosi i The National nelle orecchie, nulla aveva potuto contro l’immagine del bimbo che, seduto in braccia alla madre e di fronte a lei, continuava a piangere, inconsolabile, e così facendo aveva infranto la Zona di Sospensione. Stavolta, invece, tutto era sotto controllo. L’uomo-pesce rosso era stato già rimosso dalla sua mente e adesso camminava quasi come se non avesse una meta, per gustarsi quella sospensione. Eppure una meta l’aveva, sebbene fingesse d’ignorarla. La meta era già qualcosa che non apparteneva più alla Zona di Sospensione. La meta significava immergersi di nuovo nel mondo, abbandonare i non-luoghi, riappropriarsi della quotidianità con tutto ciò che ne seguiva. Tutto questo, sapendo che ciò che era avvenuto nella Zona di Sospensione non sarebbe svanito. Il fatto che gli altri non avessero visto nulla di quanto avvenuto nella sua testa non significava che non fosse accaduto nulla. I pensieri sulla solitudine, sul dolore, sull’amore e il disamore, i perché rimasti inevasi non sarebbero scomparsi, sarebbero stati solo accantonati, messi nell’ombra dal quotidiano, dalla noia del lavoro alla gioia del ritrovare lui.

Arrivò a Porta Maggiore senza quasi rendersene conto, e decise che era il momento di togliersi le cuffie, di uscire dalla Sospensione. Nella sua decisione fu aiutata da una pioggia imprevista. Non aveva ombrelli con sé e cercò riparo, alla meglio, sotto un albero, scrutando l’orizzonte in attesa del tram che l’avrebbe condotta a casa. Alla fermata c’era solo un’altra persona. Doveva avere circa sessant’anni, l’andatura era barcollante, certo non facilitata dai tacchi delle scarpe rosso fuoco, indossava calze a rete e le labbra erano vistosamente truccate. La vide avvicinarsi. La pioggia si era infittita e la donna cercava anch’essa riparo presso l’albero. Aveva i capelli bagnati, ma ciò che colpì la ragazza furono le guance della donna; il trucco degli occhi non aveva retto neanche alle prime gocce di pioggia, e si era riversato giù, lungo il volto, quasi a scavare dei solchi che congiungevano le pupille alle labbra.

– Scusa, passerà l’autobus? – chiese la signora con voce che alla giovane sembrava rotta.

– Quale? Per dove?

– È indifferente…Mi devo spostare un po’ verso là.

Sorrise a quella risposta, poi disse alla donna che un autobus sarebbe passato sicuro, specie se era indifferente sapere verso quale direzione muoversi. Si sentì coinvolta da quelle guance solcate da un blu assurdo. Una direzione indifferente. Lei non stava andando verso una direzione indifferente, lei stava tornando a casa, dove ci sarebbe stato lui, poche ore dopo, lui che magari le avrebbe chiesto perché, tra tanti, lei lo aveva scelto. Non poteva né voleva eludere la domanda, non poteva né voleva addurre una motivazione indifferente. Il tram stava arrivando. Vide la donna salire e sedersi di fronte a lei. Si chiese perché quella donna accettava di andare verso una direzione indifferente, si chiese se quel trucco si era sciolto davvero a causa della pioggia o se forse non erano state le lacrime.

Si sentì coinvolta da quella donna. Cercò una difesa, la solita. Prese gli auricolari e schiacciò il tasto “Play”. Evitò di guardare nel finestrino del tram. Aveva paura di scoprirsi nuda, indifesa, aveva paura di scoprire quel che già sapeva, di avere la conferma che la Zona di Sospensione non esisteva o quanto meno non era separabile dal resto. Tutto, a pensarci bene, aveva la forza di coinvolgerla.

P.s.: era da tanto che non tiravo fuori dal camino qualche resto; gli altri deliranti estratti si trovano nell’apposita sezione.

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