Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il fantasma vuole scrivere

“Ci sono nella memoria di un essere umano cose che egli non rivela a tutti, ma solo agli amici. Ci sono cose che egli non rivela nemmeno agli amici, ma solo a sé stesso, e in gran segreto. E infine ci sono cose che teme di rivelare persino a sé stesso e sono cose che ogni uomo per bene affastella in discreta quantità. Anzi, quanto più è per bene, quanto più ne ha. Io, almeno, mi sono deciso da poco tempo a riportare a galla alcune mie avventure passate, ma finora le avevo sempre rimosse, anche se con qualche inquietudine. Ora se io non solo le ricordo ma ho deciso di scriverle è perché ora voglio fare un preciso esperimento: si può, almeno con sé stessi, essere assolutamente sinceri senza avere paura di tutta la verità?”
(
Fëdor Dostoevskij, “Memorie dal sottosuolo”)

Il fantasma reclama i suoi diritti, convinto com’è che la scrittura non possa limitarsi alla superficie e debba essere davvero “un’ascia che squarta il mare ghiacciato che è dentro di noi”*. Il fantasma vive nel sottosuolo, raramente sbuca a sbirciare il sole, che pure gli farebbe bene, sempre relegato com’è negli anfratti più oscuri del cuore, del cervello, del fegato, dello stomaco. Il fantasma, al buio, sedimenta pensieri, accumula, disturba l’uomo senza che l’uomo neanche se ne accorga, in modo subdolo. Il fantasma non è scisso dall’uomo, i due sono un tutt’uno e la loro dialettica non è mai bianco contro nero, è sempre una mescolanza di colori. L’uomo, con la sua fisicità, è convinto che certi atti gli bastino per placare la sete del fantasma. Con la scrittura, poi, l’uomo s’illude di poter addirittura allontanare il proprio fantasma. “Scrivo, dunque mi libero dei miei pensieri più inquieti”, si auto-convince. Non può farcela, perché il fantasma sfugge beffardo, lascia all’uomo l’illusione che la scrittura possa essere catartica, ma poi, quando l’uomo sta assaporando i frutti, torna a colpirlo nelle zone più esposte.

Il fantasma sta lì, da qualche parte, non sai nemmeno dove ma c’è, e la sua voce non è né calda né fredda, non è nemmeno una voce eppure la senti. Il fantasma chiede una penna, una volta tanto vuol parlare solo lui, lui che dal sottosuolo vede cose che tu, uomo, non puoi vedere, perché sei legato a rapporti e circostanze che t’impediscono di scrivere ciò che davvero ti fa paura. Il fantasma non ama le metafore né l’ironia, armi che usi per girare attorno a ciò che non hai coraggio di dirti e di dire agli altri. La metafora scava quella distanza tra te e gli eventi, (l’auto)ironia ti permette di prendere le distanze da ciò che hai scritto. Nel breve-medio termine puoi anche andare avanti così, e in fondo anche al fantasma piace che tu proceda in tal modo, ma gli piace perché lui ci sguazza, nella tua scrittura che non scava, lui prende appunti e poi, alla prima occasione, ti spiattella davanti ciò che davvero avresti dovuto scrivere e finora non hai mai scritto, ti chiede perché hai omesso questo e quell’altro argomento, ti sfida ad andare oltre, ti sfida a scendere lì dove vive lui, oppure ad arrenderti, a lasciar perdere i velleitari tentativi di scrittura.

Il fantasma, però, non è ingenuo, sa che può vivere solo restando aggrappato al tuo corpo. Il fantasma sa che tu forse non sei ancora pronto a diventare come lui, ti manca qualcosa e lui sa meglio di te cos’è. È paziente il fantasma, sebbene reclami i diritti. È disposto a concederti dell’altro tempo, prima di sferrarti l’attacco finale, quello al quale non potrai resistere. Il fantasma scende a patti, per ora vuole che tu gli conceda maggior ascolto, prima di scrivere alcunché. Faresti bene ad ascoltarlo, a lasciarlo sfogare ogni tanto, a non reprimere i suoi pensieri. Perché se anche tu li reprimi, quelli se ne stanno lì, pressati, compressi, pronti a esplodere. Ti conviene filtrarli un po’ alla volta. Parla al tuo fantasma, chiedigli se ha qualcosa da dire, in che forma vuole dirlo, entro quali limiti. Può darsi anche che non abbia nulla da dire, anche se la cosa è assai rara, perché il fantasma ha sempre qualcosa da dire. E se mi dici che non credi di avere un fantasma con te, ricordati che non credere ai fantasmi non esclude che si possa essere fantasmi, né che non si possa essere indotti alla scrittura proprio da uno stato fantasmatico.

* come asseriva Kafka, uno che di fantasmi indomabili se ne intendeva.

P.s.: l’autore dell’articolo, oltre a domandarsi chi sia, è conscio che taluni termini sono stati utilizzati in maniera piuttosto caotica e tale da ingenerare confusione nel lettore, oltre che nell’autore stesso; l’autore, chiunque esso sia, sottolinea inoltre che finora non ha avuto modo di vedere alcun fantasma, che non crede ai fantasmi e che, dunque, la parola “fantasma” dev’essere intesa in termini di metafora (come volevasi dimostrare) e può essere declinata dal lettore nelle forme che ritiene più consone.

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4 pensieri su “Il fantasma vuole scrivere

  1. AlViN in ha detto:

    Grazie di condividere queste meraviglie dell’intelletto! Buen camino

    • Non credo siano meraviglie, ma comunque ti ringrazio, anzi ti ringraziamo (il fantasma non vuole essere escluso). 🙂
      P.s.: quella di Dostoevskij (l’intero romanzo) lo è senz’altro.

  2. alraune88 in ha detto:

    Il vero fantasma sta dentro ognuno di noi e si chiama follia.

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