Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

La scrittura come “dono” (Zadie Smith su David Foster Wallace)

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“Secondo i critici, Brevi interviste era un libro ironico sulla misoginia. Leggerlo era come essere intrappolati in una stanza con misogini ironici e impasticcati, o qualcosa di simile. Secondo me, leggere Brevi interviste non era affatto come essere intrappolati. Era come essere in chiesa. E la parola importante non era ironia ma dono. Dave ha detto cose geniali sul dono: sulla nostra incapacità di dare gratuitamente, o di accettare quello che ci viene dato gratis. Nei suoi racconti, dare è diventato impossibile: la logica di mercato permea ogni aspetto della vita. Un tizio non riesce a regalare un vecchio attrezzo agricolo; deve dire che costa cinque dollari perché qualcuno si decida a prenderlo. Una persona depressa vuole disperatamente ricevere attenzione ma non sa darla. I normali rapporti sociali sono mantenuti solo perché “sai, non si sa mai, in fondo, o invece sì, o invece sì”.

(omissis)

“Si trattava del suo talento, di una grandezza talmente smaccata da confondere le idee: perché un giovanotto così dotato dovrebbe creare opere così ostiche e complesse? Ma la prospettiva dell’economia del dono va ribaltata. In una cultura che priva quotidianamente della capacità di usare l’immaginazione, il linguaggio, il pensiero autonomo, una complessità come quella di Dave è un dono. Le sue frasi ricorrenti, meandriche, richiedono una seconda lettura. Al pari del ragazzino che aspetta di tuffarsi, la loro osticità spezza “il ritmo che esclude il pensiero”. Ogni parola che cerchiamo sul dizionario, ogni concetto che mette a dura prova cuore e cervello: tutto contribuisce a spezzare il ritmo dell’assenza di pensiero – e ci vediamo restituire i nostri doni.

A chiunque è stato dato assai, assai sarà ridomandato. Dave scriveva così, come se il suo talento fosse una responsabilità. Aveva un modo così radicale di considerare i suoi doni: “Ho finito col convincermi – scriveva – che ci sono una specie di vitalità e di sacralità senza tempo nella buona scrittura. Il talento c’entra poco, anche quello che salta agli occhi […]. Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che funziona anziché una che non funziona. Non dico che senza sarei comunque in grado di dare compiutezza al mio lavoro, ma si direbbe che la grande distinzione fra l’arte che vale e l’arte così-così sia da ricercare nell’intento posto al cuore dell’arte, nei programmi della coscienza che si celano dietro il testo. C’entra invece l’amore. La disciplina necessaria a far parlare quella parte di sé capace di amare anziché quella parte che vuole solo essere amata”.

Ecco la sua preoccupazione letteraria: il momento in cui l’io scompare e tu sei capace di offrire il tuo amore come un dono senza aspettarti niente in cambio. In quel momento il dono rimane sospeso, come lo straordinario servizio di Federer, tra chi batte e chi riceve, e svela di non appartenere a nessuno dei due. Non abbiamo quasi parole per definire questo modo di dare. L’unica di cui disponiamo è irrimediabilmente deturpata dall’uso improprio che se ne fa. La parola è preghiera. Per essere un rinomato ironista, Dave ha scritto molto di preghiera… [omissis]…Quando succede l’incomprensibile e l’imperdonabile, i personaggi di Dave ricorrono all’impossibile. Le loro preghiere sono irrazionali, assurde, lasciate cadere in un vuoto, ed è da lì, paradossalmente, che traggono il loro potere. Sono tutto meno che ironiche. Sono piene di fede, qualità che Kierkegaard definiva: “Un gesto compiuto in virtù dell’assurdo”.

[omissis]

“Ma non voglio sostituire un Ironista con uno ossessionato da Dio. Non c’è bisogno di tirare in ballo la parola Dio – preferisco parlare di ‘valore supremo’. Qualunque nome scegliamo, sta a indicare ciò che consente ai pochi eroi della Brevi interviste di compiere i loro gesti in virtù dell’assurdo, creando arte che nessuno vuole, amando senza essere riamati, dando senza la speranza di ricevere. Dave è risalito a questo valore supremo passando per la bellezza di un Vermeer e spingendosi fino al concetto di infinito, fino al servizio di Federer…e oltre. Per dirla con lui: “Tocca decidere che cosa adorare”. Ma per evitare che la relatività post-moderna ci dia alla testa, si affretta a ricordarci che nove volte su dieci adoriamo noi stessi. I segnali che indicano l’uscita da questo doppio vincolo non sono facili da scorgere, però ci sono. Quando l’uomo sposato giunge le mani per pregare, compie un gesto che potrebbe essere metafisico, ma in realtà cerca un legame umano sincero che, nei racconti di Dave, è difficile da trovare quanto un Dio. È l’amore il vero valore supremo, la cosa assurda, impossibile – l’unica per cui valga la pena pregare. L’ultima riga è meravigliosa. Dice: “E se lei si unisse a lui sul pavimento, così, stretti nella supplica: proprio così.”

(Zadie Smith, estratto da “Brevi interviste a uomini schifosi”, di David Foster Wallace, ed. Einaudi Stile libero Big)  

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2 pensieri su “La scrittura come “dono” (Zadie Smith su David Foster Wallace)

  1. Amo la letteratura e il tu blog mi piace molto. Marisa

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