Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“O 146 – It’s a terrible love” (solitudine e fica al concerto dei National)

Per un provinciale come me, disabituato alla calca metropolitana, ma soprattutto (sia detto in tutta franchezza e non per vanto) piuttosto alieno da ciò che segue i due punti al termine di quest’astrusa premessa, Roma pone un grosso problema: la fica. Non è il caso di girarci attorno, ammantando il tutto di alone romantico più adatto ad altre circostanze; il fatto è che Roma pullula di fica, così come pullula di cazzi, e si dà il caso che, se si è in un periodo di particolare predisposizione mentale e/o di astinenza, può accadere all’improvviso di avere un’erezione (o equivalente femminile) e doversela portare dietro, pur in un’altalena di sinusoidali rammollimenti e rassodamenti. Essere in veste di “cazzeggiatore”, inoltre, non aiuta a deviare i pensieri verso impegni di altro tipo, per esempio lavorativi, che potrebbero raffreddare le bollenti carni. Al provinciale in “missione concerto”, non resta che deviare il flusso dei suoi pensieri, e di conseguenza quello sanguigno, verso argomenti quali la solitudine, la morte e la paura.

Lo spunto a questo caotico articolo l’ha fornito il concerto che i The National hanno tenuto a Roma, il 23 luglio, all’Auditorium Parco della Musica, al quale ho assistito, esattamente a un mese di distanza da quello degli Arcade Fire, sempre Roma, 23 giugno. Sul concerto degli Arcade Fire, che è quello che mi ha suscitato più emozioni di qualsiasi altro, non avevo scritto nulla, e in linea di massima non scriverò nulla neanche su quello dei National, questo perché, oltre al problema fica di cui all’inizio, ne sussiste un altro: non sono un critico musicale e nemmeno un esperto di musica, quindi non posso-voglio-devo imbastire recensioni tecniche, ma potrei gettare giù una serie d’impressioni da spettatore, raccontarvi singoli stati d’animo o ricordi legati alle canzoni, cosa che, tuttavia, ritengono abbastanza inutile, perché a voi, delle mie personali sensazioni, poco può interessare. Ma, se proprio insistete, vi confesso che ho pensato anche alla fica, nei modi e nei termini che tra poco espliciterò, ma per lo più ai già citati allegri argomenti: la solitudine, la paura, la morte.

A me i The National non piacevano. No, non è corretto dire così. Mi piacevano a piccole dosi, avevo ascoltato un disco, tanti anni fa, uno dei primi, e avevo gradito alcuni brani. Solo che c’era un problema (no, non la fica): la voce del cantante, di Matt Berninger. So che quest’affermazione farà inorridire i fans più sfegatati, ma prima di prendere la frusta per linciarmi, sappiate che mi sono redento. Allora non riuscivo ad ascoltarlo per più di tre – quattro pezzi, ma nella settimana precedente al concerto, stimolato da chi ne sapeva di più sul gruppo (e su Matt in particolare) mi sono ascoltato dei pezzi live e, riassumendo, ho deciso in poche ore che sarei andato al concerto. Adesso so che rifiutavo la voce di Matt perché lui è uno di quelli che mi sottraggono, in virtù delle loro capacità artistiche e di personalità, un buon potenziale di fica.

Dei National avevo parlato brevemente con un amico, proprio in occasione del concerto degli Arcade Fire. Avevo detto, appunto, che non mi avevano mai preso, e se un mese fa mi avessero detto che sarei andato da solo a un concerto dei National, e che me lo sarei gustato così come ho fatto, forse avrei riso in faccia all’interlocutore (o forse no, non rido molto, sono pigro). Inoltre, c’è da aggiungere che ero ormai preda della malia Arcade Fire, loro sì che li conoscevo bene quando sono andato al concerto, tanto da poter cantare tutti i brani e riconoscere ogni singolo brano dalla prima nota (vabbè, dalla quinta). Senza addentrarmi in inopportune e più private considerazioni, voglio sottolineare come quel concerto fosse stato pianificato da tempo, dunque pregustato, immaginato, e che la sorpresa maggiore è stata scoprire come la realtà si sia rivelata, una volta tanto, superiore all’aspettativa. Lì, poi, ero immerso nella folla, in piedi, sentivo il calore dei corpi altrui, il contatto (soprattutto con i gomiti di chi alzava la fotocamera). Quella sera pensai molto alla morte, durante l’esecuzione delle canzoni (che allegrone). Qui mi astengo dal fare riferimenti a esseri umani, e mi limito (si fa per dire) a dire che ricorderò quella serata anche (ma per fortuna non solo) perché quella stessa sera morì un gatto di circa otto mesi, che aveva condiviso il letto con me la sua breve esistenza. Andai al concerto sapendolo preda di un virus, che però (dopo parere del veterinario) sembrava essere destinato a sparire in alcuni giorni. Mia sorella ebbe la “brillante” idea di dirmi, mentre stava per iniziare il concerto, che in realtà stava morendo tra gli spasmi. Al ritorno lo trovai morto.

C’erano tutte le condizioni perché il concerto dei The National fosse un inno alla mia solitudine. Certo, la sera avrei (come poi ho fatto) dormito ospite da gentili amici, ma fino a quel punto sarei stato solo nella folla romana. Viaggio in treno da solo, pomeriggio da girovago, attesa del concerto idem, e infine il concerto stesso, la cui logistica mi spingeva ancora di più verso il contatto con me stesso e nulla più. Volevo gustarmela, ma la solitudine è seducente quanto sfuggente. stavolta. Mi piaceva l’idea di partire dal paesello, solo, e poi immergermi, come tanti altri, nel magma umano di Roma, tutti accatastati in tram, in metro o per strada, eppure tutti soli. Questi pensieri mi donavano un’adeguata dose di malinconia, che ritenevo la miglior preparazione possibile in vista del concerto. In fondo, The National mi avevano convinto proprio perché stimolavano certi pensieri. Inoltre, tutto ciò mi faceva sentire vivo e anche un po’ più bello (un po’, eh, non tanto). Non era da tralasciare l’ipotesi che finissi sgozzato non appena messo piede a Termini. In tal caso mi sarei sentito certo meno vivo, ma forse sarei stato ancora più bello.

I piani, però, non riescono quasi mai, perché l’esistenza, in fondo, può essere noiosa, ma di certo non è prevedibile. Il viaggio in treno non ho potuto farlo da solo, non mi sono potuto dedicare alla lettura, alla scrittura, o più probabilmente al sonno. La solitudine come scelta si è rivelata impossibile. Il caso (o la necessità?) ha voluto che decidessi di prendere il treno non nel mio paese ma in uno limitrofo, e lì sono stato avvicinato da una persona che mi ha riconosciuto come “quello che legge i libri nel parco comunale” e ha voluto fare il viaggio in mia compagnia. “Piano Solitudine” rovinato, ma senza grandi rimpianti. Una volta lasciata la persona alla sua giornata romana, eccomi ripiombare nella solitudine. Io però sento che siete già caduti addormentati e avete abbandonato l’articolo, ma qualora ciò non sia accaduto, voglio premiarmi e abbandonare (ma non ne sono sicuro) il triste tema, per tornare alla fica.

“O 146” è l’identificativo del posto in tribuna laterale che il cervellone elettronico mi ha assegnato quando ho acquistato il biglietto. La faccio breve, so che aspettate il colpo di scena. Tranquilli, non ci sarà. Alle 20.30, con mezz’ora di anticipo sull’orario d’inizio previsto, ero seduto al mio posto. In quel momento, dalla mia visuale, il resto della cavea appariva vuota al 95%. Ho potuto così gustarmi il progressivo riempimento. E la fica che c’entra, direte voi? Ora, è vero che avevo accettato e apprezzato la condizione di solitudine che mi aveva accompagnato lungo tutto il pomeriggio e che, così presentivo, mi avrebbe abbracciato anche durante il concerto, ma è anche vero che confidavo nella sorte, affinché mi assegnasse, come vicina di posto, non dico la donna della mia vita, ma almeno una fica con cui rifarmi gli occhi (mi rendo conto, adesso, che quest’articolo sta costruendo di me un’immagine che non corrisponde all’immagine che io stesso ho di me, e che bisognerebbe conoscermi per capire cosa intendo dire con quello che sto scrivendo, ma siccome so che tutto ciò e assurdo, e ancora di più so che a questo punto dell’articolo non sarà rimasto più nessuno, mi conviene finire e chiudere questa parentesi sterile).

La domanda, insomma, era: chi si siederà alla mia destra, chi alla mia sinistra, chi avanti e dietro me? Qui non ci sarebbe stato quel contatto umano (e quei gomiti) di cui al concerto degli Arcade Fire, si sarebbe comunque rimasti a una distanza di alcuni decimetri, a meno di non farsi prendere da afflati di simpatia reciproca. Ciò nonostante, accettata la solitudine come generale condizione esistenziale piuttosto diffusa, mi chiedevo se la sorte non potesse riservarmi la possibilità di interrompere quella solitudine, sciogliendomi in un abbraccio romantico al suono di un lento, oppure in uno più sensuale al ritmo di un brano più potente. Così mi sono messo lì, a scrutare le persone che entravano all’ingresso e si dirigevano verso i rispettivi posti. Ho sperato che i miei vicini non appartenessero a determinate tipologie umane (sulle quali non mi dilungo qui), ma soprattutto, duole ammetterlo, ho sperato che vicino a me si sedesse una “fica, solitaria, malinconica ma smaniosa di trovare un malinconico con il quale scambiarsi malinconie”. Tutto qua, non chiedevo di più. Com’è andata a finire? Secondo voi? (Suspense da finale scontato).

Alla mia destra si è seduta una coppia. Alla mia sinistra nessuno. Nessuno. Nessuno. Era uno dei pochi posti rimasti invenduti. Allora è andata a finire che durante i pezzi dei The National, ho riflettuto su chi avrebbe potuto esserci, avrebbe voluto esserci e non c’era, su chi avrebbe potuto, ma non avrebbe voluto esserci, su chi non avrebbe potuto né volere né desiderare alcunché, perché morto. A diverse canzoni, sono corrisposti diversi pensieri, diverse persone, diversi avvenimenti dislocati nel mio personale tratto di spazio-tempo. Non posso fare nomi, tanto meno cognomi, non avrebbero alcun senso per voi e forse neanche per me. Anche sulla questione più settoriale, la “fica”, c’è poco da aggiungere. A qualcuna ho pensato, a qualcun’altra no, e forse se ho pensato a qualcuna piuttosto che a un’altra non sarà stato poi così casuale; andrebbe aggiunto che forse, e dico forse, se ho pensato a una fica l’ho fatto perché non è solo una fica ma magari perché mi avrebbe davvero fatto piacere che qualcuna fosse lì, con la sua fica, il suo cervello, il suo cuore, a cantare insieme a tutto il resto del pubblico “Terrible love”, a sentirsi meno soli, anche in due.

E poi, però, un nome lo faccio. Si chiama Charles. Il gatto bianco, quello morto quando ero al concerto degli Arcade Fire. Lui la fica non l’aveva, ma ieri, per qualche secondo, l’ho immaginato lì, accanto a me, un po’ malinconico, bello, ancora vivo. Forse avrebbe dormito, come nella foto che tuttora me lo ricorda. Forse avrebbe cercato di arrampicarsi sul petto, com’era solito fare, o forse sarebbe scappato inorridito da tutta quella folla. Però Charles non c’era, perché anche l’amore tra me e lui era un amore terribile. Terribile perché destinato a finire.

Charles

Annunci

Navigazione ad articolo singolo

2 pensieri su ““O 146 – It’s a terrible love” (solitudine e fica al concerto dei National)

  1. Ti ho trovato mentre cercavo pessoa.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: