Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Tempi difficili” (Charles Dickens)

dickens

“Ora, quello che voglio sono Fatti. Insegnati a questi ragazze e queste ragazze Fatti e niente altro. Solo di Fatti abbiamo bisogno nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo coi Fatti si può plasmare la mente degli animali che ragionano: il resto non servirà mai loro assolutamente nulla. Questo è il principio su cui ho allevato i miei figli, e questo è il principio su cui ho allevato questi fanciulli. Tenetevi ai Fatti, signore!

La scena si svolgeva in un’aula scolastica semplice, nuda, monotona, sepolcrale, e l’indice quadrato dell’oratore dava enfasi alle osservazioni sottolineando ogni frase con una riga sulla manica del maestro. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dal muro quadrato della fronte dell’oratore, la quale aveva le sopracciglia per base, mentre gli occhi trovavano una comoda sistemazione in due scure ed ombrose caverne che si aprivano nel muro stesso. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dalla bocca dell’oratore, larga, sottile e dura. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dalla voce dell’oratore, inflessibile, secca e dittatoriale. E l’enfasi veniva maggiormente rafforzata dai capelli dell’oratore, che si drizzavano a un’estremità della sua testa pelata, simile a una foresta di pini destinata a proteggere la lucida superficie del cranio tutto coperto di bernoccoli come la crosta di una torta di prugne, quasi che quella testa faticasse a trovare posto per tutti i solidi fatti che doveva immagazzinare all’interno. Il contegno sostenuto dell’oratore, l’abito quadrato, le gambe quadrate, le spalle quadrate, persino la cravatta, assestata per serrarlo alla gola con una stretta affatto comoda, da quel semplice fatto che era, tutto serviva a rafforzare maggiormente l’enfasi.

– In questa vita abbiamo bisogno di Fatti, signore, Fatti e nient’altro.

L’oratore, il maestro e la terza persona adulta presente indietreggiarono un poco ed abbracciarono con uno sguardo il piano inclinato di piccoli vasi disposti in ordine qua e là e pronti a ricevere imperiali litri di fatti, da colmarli fino all’orlo”.

(Charles Dickens, “Tempi difficili”, ed. Bur Rizzoli)

Dopo aver rimandato l’incontro per oltre due decenni, mi sono finalmente deciso a incontrare Charles Dickens, autore la cui fama mi era nota, ma che, per un motivo o l’altro, non avevo mai letto. Sorvolo sulle ragioni di quest’anomalo ritardo, ragioni che non sarebbero né interessanti né utili da esporre qui, e preferisco brindare a questa nuova amicizia tra lettore e scrittore. Non ho certezze in merito, ma presumo che “Tempi difficili” sia solo il primo di una lunga serie di romanzi di Dickens che leggerò. Avevo letto che qualcuno “rimproverava” a Dickens certi tratti di sentimentalismo e una minore capacità analitica – filosofica rispetto ad altri giganti della letteratura. Può darsi che questo giudizio non sia del tutto errato, ma se è vero che le sue pagine non hanno “scavato” in me come hanno fatto altri romanzi, è anche vero che il romanzo mi è piaciuto molto, che non l’ho trovato per niente viziato da sentimentalismo, e che ne ho apprezzato l’umorismo cupo, nonché l’ironia che permea tutti i dialoghi e che smaschera l’ipocrisia dei diversi protagonisti della storia.

“Tempi difficili”, scritto a metà dell’Ottocento, è ambientato a Coketown, una cittadina grigia, sulla quale domina una cappa di vapore, prodotto delle industrie in fase di sviluppo, abitata da una massa di persone simili nell’aspetto, anch’esse incolori, uniformate, prive di slanci. Ho parlato di umorismo perché mi sembra che questa possa essere la nota dominante del romanzo. Dickens è abile nel cogliere la “coesistenza più o meno pacifica dei contrari in tutte le cose umane, per cui si viene a scoprire il comico nel tragico e nel solenne, e il tragico e il solenne nel comico, la saggezza nella follia e viceversa” (cit. Treccani), e ce lo mostra tratteggiando personaggi molto eterogenei tra loro, ma accomunati dall’essere invischiati nel fumo e nel fango di Coketown. Una rapida panoramica ci consente di capire quali sono i bersagli che Dickens colpisce, sia pure con maggiore o minore compartecipazione umana.

Mr. Gradgrind è un uomo “eminentemente pratico”, un apostolo dell’utilitarismo, fanatico dei Fatti, che bandisce ogni fantasia dalla propria esistenza, convinto com’è che con la Ragione si possa spiegare e dominare tutto. I suoi princìpi vuole inculcarli anche al resto del mondo, a cominciare dai suoi cinque figli. Il sig. Bounderby è, invece, un ricchissimo imprenditore – banchiere dal sorriso metallico, che rimarca in continuazione la sua origine umile, e lo fa per vantare la propria capacità di uscire dalla povertà per assurgere al suo nuovo status sociale. Stephen Blackpool è una “Mano”, così sono definiti gli operai dai loro padroni; Blackpool ha una moglie alcolizzata e prostituta, vorrebbe separarsi da lei per mettersi con Rachael e non esita a chiedere aiuto proprio a Bounderby. Non manca il sindacalista demagogo e superficiale, abile soprattutto in sermoni accattivanti ma dalla scarsa sostanza, così come non manca il politico qualunquista in cerca di consensi per il suo Partito dei Fatti. Mi fermo qui nell’esporre i personaggi, omettendo altri protagonisti e le dinamiche che li legano, non volendo rovinare la lettura a chi avesse deciso di leggere l’articolo.

Chiudo rilevando come “Tempi difficili” si “faccia leggere” con piacere, perché è attraversato da un continuo sorriso, sia pure amaro, con il quale Dickens ci mostra come le ipocrisie e le cattiverie, così come le bellezze, non siano prerogative esclusive di una determinata classe sociale, bensì dei singoli individui. Non posso affermare adesso che la mia relazione con Dickens proseguirà nell’idillio, ma di sicuro questo romanzo è stato un ottimo approccio.

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4 pensieri su ““Tempi difficili” (Charles Dickens)

  1. Questo l’ho letto parecchi anni fa, ed è forse l’unico Dickens che mi sia piaciuto… Dovrei recuperarlo, grazie per aver fatto riaffiorare alcuni ricordi!

  2. Pingback: “Il nostro comune amico” (Charles Dickens) | Tra sottosuolo e sole

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