Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Della bellezza” (Zadie Smith)

della bellezza

“Senza che nessuno se ne fosse accorto, Howard aveva fatto il suo ingresso nella stanza. Era completamente vestito, scarpe comprese. Aveva i capelli bagnati e pettinati all’indietro. Era forse una settimana che Howard e Kiki non si trovavano nella stessa stanza, quantunque a tre metri di distanza, e ora in pieno contatto visivo, come i ritratti ufficiali a grandezza naturale di due estranei, appesi uno di fronte all’altro. Mentre Howard chiedeva ai ragazzi di uscire dalla stanza, Kiki si concesse il tempo di guardarlo. Ora lo vedeva diversamente; era uno degli effetti collaterali. Difficile dire se questo suo nuovo modo di vederlo fosse più vero di quello precedente. Ma era senza dubbio più crudo, più rivelatore. Adesso scorgeva ogni piega e ogni tremito in una bellezza in declino. Scopriva di poter provare disprezzo anche per le sue caratteristiche più neutre. Le sottili, diafane narici caucasiche. Le orecchie carnose da cui sbucavano peli che Howard si affrettava a rimuovere, ma la cui spettrale esistenza lei continuava a registrare. Le uniche cose che minacciavano di disturbare la sua determinazione erano gli strati temporali di Howard così come le si presentavano dinanzi: Howard a ventidue anni, a trenta, a quarantacinque, a cinquantuno; la difficoltà di mantenere tutti quegli Howard al di fuori della coscienza; l’importanza di non lasciarsi sviare, di rispondere solo all’Howard più recente, quello di cinquantasette anni. Howard il bugiardo, lo spezzacuori, l’impostore.”

(Zadie Smith, “Della bellezza”, ed. Mondadori)

Il mio primo incontro con Zadie Smith risale a quando lessi “Brevi interviste con uomini schifosi” di David Foster Wallace. L’introduzione era costituita da un breve ma intenso scritto della Smith, intitolato “Il dono”, nel quale la scrittrice rilevava come, a suo avviso, la parola chiave di quei racconti di Wallace fosse, appunto, “dono”, da intendersi sia come l’incapacità di donarsi, che caratterizzava molti personaggi del libro, sia nel senso del talento narrativo di Wallace. Da quella breve lettura è passato un po’ di tempo, ma finalmente mi sono deciso a leggere un romanzo della Smith, che mi aveva incuriosito. Prendendo in prestito le sue parole, penso di poter dire che anche “Della bellezza” è un dono. Quando mi accade di non riuscire a staccarmi da un romanzo che sto leggendo, e di essere combattuto tra la smania di leggere e la preoccupazione che mi sto avvicinando alla fine del libro, allora posso affermare che quel romanzo, quel racconto, è riuscito a coinvolgermi.

“Della bellezza” è un romanzo corale, polifonico, a più voci, che ruota attorno a due famiglie, i Belsey e i Kipps, alle dinamiche tra e all’interno delle stesse, che tocca svariati temi e soprattutto che è scritto molto bene. I Belsey vivono a Boston. Howard Belsey, bianco, insegna teoria dell’arte, è cresciuto in Inghilterra, in un quartiere disagiato, sposandosi ha migliorato la propria condizione economica, pur senza assurgere alla ricchezza, è un liberale, prova a scrivere da anni un saggio su Rembrandt e presiede un comitato per le azioni positive, nell’intento di combattere discriminazioni di religiose, sessuali, etniche; Kiki, la moglie, nera, è diventata enorme come stazza e in teoria avrebbe perdonato a Howard un tradimento, salvo poi scoprire, per circostanze che qui non svelo, che non è così; i tre figli di Howard sono molto diversi come indole: Jerome è un ventenne idealista, ancora vergine, molto religioso, che lavorava a Londra per il rivale di Howard, cioè Monty Kipps, e si era innamorato di Victoria Kipps; Zora è un’universitaria indecisa tra la filosofia e la poesia; Levi, il più piccolo dei Belsey, ricerca la sua identità da fratello di strada, con tanto di slang forzato che possa fargli sentire un senso di appartenenza.

I Kipps, invece, all’inizio del romanzo stazionano a Londra. Monty, nero, aristocratico, reazionario, rinomato, ottiene una cattedra proprio a Boston, dov’è Howard, e vuole dimostrare che le minoranze, specie i neri, non hanno bisogno di tutele particolari. Carlene, sua moglie, diventa molto amica di Kiki; Victoria è una ragazza fatale, che frequenta il corso di Howard e incarna la bellezza che sconvolge anche l’intellettuale più distaccato. Altri personaggi ruotano attorno alle due famiglie, da Carl il poeta-rapper di strada, agli studenti, agli altri accademici, fino alla poetessa Claire, con il suo corso nel quale cerca di spiegare il processo e la bellezza della creazione poetica. La Smith è abile nell’intrecciare le vicende dei protagonisti, evitando che i singoli personaggi restino ingabbiati in cliché. Non siamo di fronte, per intenderci, a una famiglia di buoni contrapposta a una di cattivi e l’interazione tra i personaggi è dinamica, i dialoghi sono avvincenti, divertenti, anche profondi, con tanti riferimenti culturali che a me non dispiacciono mai, quando non sono fini a sé stessi.

Lascio a chi vorrà leggersi il romanzo la curiosità di scoprire il perché del titolo, anche se qualche indizio nella prima parte dell’articolo c’è, e rilevo altri temi non meno importanti, quali il problema della ricerca di un’identità, che può risolversi in un’auto-ghettizzazione quando si accettano gli stereotipi che altri hanno deciso per noi, il difficile connubio tra la cultura accademica e cultura popolare, le difficoltà di comunicazione tra individui che pure credono di conoscersi perché convivono tra trent’anni, il perdono, il femminismo, i pregiudizi, la libertà di espressione e i suoi eventuali confini. Il tutto tenendo presente che “Della bellezza” è un romanzo, non un saggio filosofico sui suddetti argomenti.

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5 pensieri su ““Della bellezza” (Zadie Smith)

  1. Io ho letto NW, della Zadie. Avevo riposto grandi speranze in questa scrittrice che scrive di altri scrittori cose che sentivo così vicine, inoltre erano anni che ronzavo attorno a Denti Bianchi e Della Bellezza, invece sono faticosamente arrivata in fondo a NW senza la minima affezione ad alcuno dei suoi personaggi. Credo sarebbe ora di riprovare, la tua bella recensione potrebbe essere l’impulso giusto, la Zadie è davvero troppo una bella persona per essere lasciata così, dopo un solo misero tentativo (col suo romanzo peggiore, peraltro, mi suggeriscono dalla regia!).

    • Io ero indeciso se partire da “Denti bianchi” o da quello che ho letto, poi la mia regia interiore mi ha fatto scegliere “Della bellezza”. Adesso sono indeciso, probabilmente l’abbandonerò per un po’, oppure cercherò qualche scritto su altri autori, come suggerisci tu.

  2. Bello “Della Bellezza”, lo lessi a suo tempo, quando è uscito.
    Ho iniziato anche io NW, ma al momento l’ho lasciato. In questo ultimo romanzo sembra che la Smith abbia cambiato addiruttura stile si scrittura, non la riconosco..Ma “Della bellezza” sì, è proprio bello.

    • Siete già in due ad aver avuto impressioni negative su “NW”. Io, ovviamente, ne prendo atto senza poter né concordare né dissentire. Per il momento mi godo la lettura appena terminata. 🙂

  3. Pingback: “Denti bianchi” (Zadie Smith) | Tra sottosuolo e sole

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