Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“Dostoevskij. Poetica e stilistica” (Michail Bachtin)

Bachtin

“Tutto nel suo mondo vive esattamente al confine con il proprio contrario. L’amore vive al confine con l’odio, lo conosce e lo comprende, e l’odio vive al confine con l’amore e anch’esso lo comprende (l’amore-odio di Versilov, l’amore di Katerina Ivanovna per Dmitrij Karamazov; in una certa misura tale è anche l’amore di Ivan per Katerina Ivanovna e l’amore di Dmitrij per Grušen’ka). La fede vive al confine con l’ateismo, si vede in esso e lo comprende, e l’ateismo vive al confine con la fede e la comprende. E questo è forse il tema fondamentale degli ultimi tre romanzi di Dostoevskij. L’elevatezza e la nobiltà d’animo vivono al confine con l’abiezione e la viltà (Dmitrij Karamazov). L’amore per la vita coesiste accanto alla sete di autodistruzione (Kirillov). La purezza e la castità comprendono il vizio e la sensualità (Alëša Karamazov).

Noi, naturalmente, semplifichiamo e volgarizziamo alquanto l’assai complessa e sottile ambivalenza degli ultimi romanzi di Dostoevskij. Ma nel mondo di Dostoevskij tutti e tutto debbono conoscersi l’un l’altro e sapere l’uno dell’altro, debbono incontrarsi, debbono entrare in contatto, incontrarsi faccia a faccia e parlare l’uno con l’altro. Tutti debbono riflettersi e illuminarsi reciprocamente attraverso il dialogo. Perciò tutto ciò che è separato e lontano deve essere condotto in un solo “punto” spaziale e temporale.”

(Michail Bachtin, “Dostoevskij. Poetica e stilistica”, Piccola Biblioteca Einaudi)

Dostoevskij è uno di quelli autori che negli anni ho letto, riletto, interpretato e poi reinterpretato alla luce delle mie successive acquisizioni e mutamenti personali. Resto convinto che la miglior maniera di apprezzarlo sia leggere le sue opere, anche più volte, piuttosto che cercare di essere illuminati dalla sterminata schiera dei suoi esegeti o critici. Ciò premesso, però, devo dire che anche le mie riletture sono state arricchite dagli spunti che mi hanno fornito alcuni saggi o commenti, dai quali ho potuto desumere importanti nozioni biografiche, così presenti nell’opera di Dostoevskij, altre di carattere storico e aspetti che nelle mie letture avevo sottovalutato. Su questo blog ho riportato svariate volte le impressioni di singoli pensatori su Dostoevskij, mi vien da pensare ai saggi di Merežkovskij e Zweig.

“Dostoevskij. Poetica e stilistica” di Bachtin si pone, al momento, in vetta agli scritti su Dostoevskij. Si tratta di un libro che inseguivo da anni, rimandandone sempre la lettura, e che infine ho raggiunto in una biblioteca. Il saggio è corposo, denso di rimandi ad altri critici (che purtroppo non leggerò mai, essendo per lo più dei russi non tradotti), ma soprattutto all’opera di Dostoevskij, della quale Bachtin evidenzia un aspetto che per lui è fondamentale sotto il profilo stilistico – formale, oltre che contenutistico. Per Bachtin la grande novità del romanziere russo è stata la creazione del cosiddetto romanzo polifonico, a più voci, l’enorme libertà dei personaggi di Dostoevskij, che non sono marionette nelle mani dell’autore, ma che discutono alla pari con lo stesso. Nella prima parte del saggio, Bachtin evidenzia come, secondo lui, sia errato ricondurre un romanzo di Dostoevskij a un’unità sistematica-ideologica; per lui, la caratteristica fondamentale è la polifonia, le coscienze indipendenti dei singoli personaggi, che interagiscono lungo tutto il romanzo dando luoghi a scontri, mescolanze, a un continuo divenire che mai si cristallizza in una verità assoluta. Certo, Bachtin sa, e noi lettori con lui, che Dostoevskij ha una sua idea prevalente, ma ciò che conta è che egli riesce, come mai nessuno era riuscito a fare, a mostrarci, con la viva carne dei suoi protagonisti, la battaglia che si svolge al suo e al nostro interno. Bachtin, in questo saggio, riesce a dire, con parole chiare ma al tempo stesso di una lucidità estrema, quel che io, in quanto lettore, avevo sempre pensato leggendo, per esempio, i Karamazov, laddove le diverse personalità dei tre fratelli ci sono presentate con una potenza tale da farci stupire di come lo stesso uomo, che pure doveva avere più “simpatie” per una tesi piuttosto che per l’altra, potesse assumere su di sé lo scetticismo di Ivan o la fede di Alioscia.

Il rapporto tra il personaggio e l’autore è il tema della seconda parte del saggio, che pure si lega alla prima. Come ho riportato in un altro articolo, Bachtin rileva che a Dostoevskij il personaggio non interessa nella sua esteriorità sociale, ma per ciò che la sua coscienza percepisce di sé e del mondo. Sin dagli esordi ispirati alle opere di Gogol, Dostoevskij non ci mostra “chi è” il personaggio, o lo fa per lo stretto necessario, ma ci guida alla scoperta di come il personaggio prenda coscienza di sé stesso e del mondo. I personaggi di Dostoevskij si muovono tutti su una soglia estrema, le loro coscienze sono campi di lotta dove le idee fermentano, nutrendosi delle coscienze altrui e nutrendole a loro volta. Dostoevskij non si riteneva uno psicologo, bensì un realista, ma a parte le definizioni, la sua arte di scavare nella psiche è magistrale. Le sue creature artistiche non sono, per noi, solo oggetto di una conoscenza di tipo sociale, noi non siamo più interessati, dopo poche righe, a sapere se Raskol’nikov proseguirà la sua carriera di studente, ma siamo avvinghiati dalle spire dei suoi pensieri sul delitto e sul castigo che sente crescere in sé.

Fondamentale, per Bachtin, è la funzione del dialogo nell’opera di Dostoevskij. Attraverso i dialoghi noi vediamo l’evoluzione dei personaggi, scopriamo come nei romanzi di Dostoevskij non vi sia né dogmatismo, che renderebbe impossibile ogni forma di dialogo, né relativismo assoluto, che ne decreterebbe l’inutilità. I dialoghi tra i personaggi, ma anche quelli del personaggio con sé stesso, scuotono, comportano cambiamenti, rendono carne idee che altrimenti resterebbero vuoti astrattismi. Leggere Dostoevskij non è noioso, almeno non lo è mai stato per me, e questo punto voglio evidenziarlo, perché quando ho provato a proporlo qualcuno si è lasciato spaventare dalla mole o dalle tematiche trattate.

Il concetto di polifonia è fondamentale anche per comprendere la pluralità di idee che attraversano le opere di Dostoevskij, il quale, nelle sue vesti di pubblicista, aveva i suoi dogmi (e infatti quel Dostoevskij, che pure ho letto, mi prende meno del Dostoevskij romanziere), che però non inserisce mai come coscienza dominante in un romanzo, rispetto alla quale le altre debbano inchinarsi. La natura polifonica e dialogica dei suoi scritti è evidenziata da Bachtin con numerosi esempi concreti, che ovviamente saranno meglio apprezzati da chi avrà letto e riletto i romanzi.

Ho trovato molto interessante anche il quarto capitolo, nel quale Bachtin espone quelle che ha a suo avviso sono le influenze che Dostoevskij può avere sentito, sia pure poi superate, quali Shakespeare, Cervantes, Balzac, Dickens, Gogol, Puškin, Diderot, Voltaire, Hoffmann, Poe. Bachtin non si limita, come me, a fare un mero elenco, ma rileva in quali aspetti e perché ritiene che possa esservi stata un’influenza che, comunque, non è mai l’influenza di un singolo individuo, bensì di un genere letterario. In particolare, poi, Bachtin compie un excursus storico su ciò che lui chiama la “carnevalizzazione della letteratura” e sull’importanza che la “satira menippea” ha avuto nello sviluppo di una certa letteratura, e anche in Dostoevskij.

L’ultimo capitolo, il quinto, è dedicato all’uso della “parola” in Dostoevskij, ma non è una lezione di linguistica. In tutta onestà, qui devo ammettere che la parte iniziale di questo capitolo mi è parsa più noiosa e ostica, ma qui entrano in ballo i miei limiti personali, e quindi nulla vieta (anzi) che qualcuno possa ritenere questa la parte più interessante dell’opera. Superato lo scoglio iniziale, anche questa parte del saggio mi ha offerto numerosi spunti di riflessione, a cominciare dall’importanza che la “parola altrui” assume nelle opere di Dostoevskij. Tornano il concetto di polifonia e l’importanza del dialogo nelle opere del russo, ma anche la funzione della parodia e dell’ironia, specie nel gioco tra autore, narratore e personaggio. Bachtin prende in mano singole opere e ci aiuta a vedere certi aspetti che potevano esserci sfuggiti nel corso della lettura. La sua, però, non è una fredda analisi, non siamo di fronte a un sezionamento, a un’autopsia delle sillabe dei romanzi, bensì a un’appassionata carrellata sulle modalità con cui Dostoevskij concretizza quella polifonia che per Bachtin è la novità fondamentale, dalla forma epistolare a due di “Povera gente”, all’apparizione più carnale della seconda voce, ne “Il sosia”, per giungere alla “confessione con scappatoia” di “Memorie dal sottosuolo” e infine ai grandi dialoghi tra Raskol’nikov e Porfirij in “Delitto e castigo” o a quelli tra Ivan e Alëša nei Karamazov, fino alla confessione di Stavrogin ne “I demoni”, tutti esempi mirabili dell’arte di Dostoevskij.

Un saggio che mi ha soddisfatto in pieno e che consiglio con vigore a coloro che hanno già letto le opere di Dostoevskij. Agli altri, invece, suggerisco di iniziare nel miglior modo possibile: leggersi direttamente i romanzi.

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8 pensieri su ““Dostoevskij. Poetica e stilistica” (Michail Bachtin)

  1. dietroleparole in ha detto:

    Come te ho letto molto Dostoevskij rifuggendo dai saggi dei critici, un po’ per timore di non ritrovare lo stesso mio amato autore nelle loro parole, un po’ per lasciarlo, in qualche modo, incontaminato. Ma cercherò questo libro, perchè mi piace il modo in cui ne parli. Grazie!

  2. Onilut in ha detto:

    E pensare che per raccimolarsi la mesata il Nostro Fedor inizialmente scriveva romanzetti d’appendice.

  3. Pingback: Il sogno polifonico | Tra sottosuolo e sole

  4. Ho appena concluso il saggio di Bachtin per un esame di letteratura russa; purtroppo, come giustamente sottolinei, l’ideale sarebbe avere letto se non tutti almeno gran parte dei grandi romanzi di Dostoevskij, cosa che purtroppo non ho (ancora) fatto. In ogni caso, complimenti per la tua sintesi, che mi ha aiutata non poco a tirare le fila a fine lettura e a dare al tutto organicità. Non è stata una lettura semplice, ma è bello di tanto in tanto sforzare un pochino di più le sinapsi e cercare di approfondire davvero un autore.

    Ho affrontato Bachtin subito dopo aver letto Delitto e castigo, che ho adorato. Come immaginerai, adesso ho una gran voglia di tuffarmi in altri grandi romanzi 🙂

    Grazie per l’aiuto prezioso!

    Silvia

    • Spero di non essere stato deleterio per la buona riuscita dell’esame. 😀
      In quanto a Dostotevskij, quasi t’invidio perché ancora hai da leggere i suoi romanzi. Avendo tu “adorato” Delitto e castigo, sono quasi certo che adorerai anche gli altri.
      Grazie a te per essere passata, buone letture dostoevskiane e non solo. 😉

  5. Chiara Stano in ha detto:

    Buongiorno Antonio,
    vorrei chiederti se in questo scritto Bachtin affronta anche il tema dei riferimenti giudeofobi nelle opere di Dostoevskij.
    Ti ringrazio in anticipo

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