Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

Il personaggio e la sua autocoscienza in Dostoevskij (da Michail Bachtin)

“Il personaggio interessa Dostoevskij non come un elemento della realtà che possiede determinati e stabili segni socialmente tipici e individualmente caratteriologici, non come figura determinata che nasce da tratti univoci e oggettivi che nel loro insieme rispondono alla domanda: “chi è?”. No, il personaggio interessa Dostoevskij come particolare punto di vista su sé stesso e il mondo…Per Dostoevskij è importante non quello che il suo personaggio è nel mondo, ma ciò che il mondo è per il personaggio e ciò che egli è per sé stesso.

Questa è una particolarità importantissima e fondamentale nella concezione del personaggio. Il personaggio come punto di vista, come sguardo sul mondo, esige metodi assolutamente particolari di scoperta e di caratterizzazione artistica. Infatti ciò che deve essere scoperto e caratterizzato è non il determinato modo di essere del personaggio, non la sua precisa figura, ma il risultato ultimo della sua coscienza e autocoscienza, in definitiva l’ultima parola del personaggio su se stesso e sul suo mondo.

Di conseguenza come elementi dai quali si forma la figura del personaggio non servono i tratti della realtà – del personaggio e dell’ambiente che lo circonda – ma il significato che questi tratti hanno per lui, per la sua autocoscienza. Tutte le qualità costanti, oggettive del personaggio, la sua tipicità sociologica e caratteriologica, il suo habitus, il suo profilo spirituale e perfino la sua stessa apparenza esteriore, cioè tutto ciò che di solito serve all’autore per creare una figura solida e consistente del personaggio – il “chi è” – in Dostoevskij diventa oggetto di riflessione del personaggio stesso, oggetto della sua autocoscienza; oggetto della visione e della raffigurazione dell’autore è la funzione di questa autocoscienza. Mentre di solito l’autocoscienza del personaggio è soltanto un elemento della sua realtà, soltanto uno dei tratti della sua figura totale, qui, al contrario, tutta la realtà diventa elemento della sua autocoscienza. L’autore non lascia per sé, cioè solo nel suo orizzonte, nessuna determinazione essenziale: egli introduce tutto nell’orizzonte del personaggio, lo getta nel crogiuolo della sua autocoscienza. Nell’orizzonte dell’autore, come oggetto di visione e di raffigurazione, rimane questa pura autocoscienza nella sua totalità…

Si può fare dell’autocoscienza la dominante della raffigurazione di qualsiasi uomo. Ma non ogni uomo è un materiale egualmente favorevole per una tale raffigurazione. L’impiegato gogoliano, da questo punto di vista, presentava troppo limitate possibilità. Dostoevskij cercava un personaggio che fosse in primo luogo cosciente, la cui vita fosse concentrata nella mera funzione di prender coscienza di sé e del mondo. Ed ecco che nella sua opera appare il “sognatore” e “l’uomo del sottosuolo” (…) L’uomo del sottosuolo non soltanto dissolve in sé ogni possibile tratto preciso del suo sembiante, facendone oggetto di riflessione, ma non ha neppure più questi tratti, non ha determinazioni precise, di lui non c’è niente da dire, egli non figura come uomo nella vita reale, ma come soggetto di coscienza e di sogno. Per l’autore egli non è portatore di qualità e di proprietà, che siano neutrali rispetto alla sua autocoscienza e possano completarla; no, la visione dell’autore è diretta appunto alla sua autocoscienza e sulla sua irreparabile incompiutezza, sulla cattiva infinità di questa autocoscienza. È per questo che la definizione bio-caratteriologica di “uomo del sottosuolo”, e la dominante artistica della sua immagine si fondono”.

(Michail Bachtin, “Dostoevskij. Poetica e stilistica”, Piccola Biblioteca Einaudi)

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9 pensieri su “Il personaggio e la sua autocoscienza in Dostoevskij (da Michail Bachtin)

  1. deborahdonato in ha detto:

    È la grandezza filosofica di Dostoevskij, ma anche ciò che non lo rende uno dei miei autori preferiti (nonostante la grandezza assoluta). I suoi personaggi non hanno la complessità della vita, ma la dirompe az. delle idee.

    • Stavolta non sono d’accordo, nel senso che è vero che i suoi personaggi sono carichi di “idee” e spinti all’estremo, quindi mediamente difficili da incontrare per strada, però mi sembra che in quanto a complessità non scherzino. Ovviamente, però, de gustibus…:)

      • deborahdonato in ha detto:

        si, hai ragione. Per complessità intendevo l’intreccio di vita vissuta e pensiero, di pulsioni contraddittorie e spesso inutili, che costellano la vita delle persone comuni. I suoi personaggi sono bellissimi, ma mi appaioo un po’ come quelli alfierani, rappresentazioni di archetipi, di pensieri, più che persone.

      • Sono estremi, quello sì, sempre al limite, e forse a me piacciono proprio per quello, perché attraverso loro scopro anche i miei abissi, che nel quotidiano restano intrappolati in un mare di persone “comuni” delle quali anch’io faccio parte.

      • deborahdonato in ha detto:

        non credo tu sia una persona comune, da quello che scrivi e che leggi. Però è vero: il titanismo di Ivan Karamazov è affascinante e non volevo dire nulla in contrario, solo che amo di più – a proposito del discorso di ieri – le Albertine e i Marcel.

      • Io amo tutti e tre 😉

  2. Ho finito 2 giorni fa L’idiota, in realtà mi riesce difficile applicare questo scritto al príncipe. Il principe è, verissimo, un’autocoscienza calata nel mondo, del quale ci viene offerto il suo punto di vista, ma il mondo nella sua reazione al principe è fondamentale, in questo romanzo, secondo me. Proprio la dicotomia tra il mondo e il principe, che è evidente non tanto all’Idiota, quanto a noi lettori, è ciò che mi ha fatto amare tanto questo libro. O magari non ci ho capito nulla 😀

    • Io l’ho letto tre volte, quindi potrai intuire che comprendo il tuo amore per questo romanzo. 🙂
      Penso che Bachtin non abbia detto qualcosa di diverso da quel che dici tu; è fondamentale l’autocoscienza del personaggio, ma ciò non significa che il mondo circostante sia inutile. Ciò che conta poco, così l’ho interpretato io, è che Myskin sia un principe, un professore, un impiegato, un qualsiasi ruolo sociale. Dostoevskij ci dice cosa fanno i personaggi, ma poi ci porta al loro interno, e quel ruolo sociale che ricoprono non è più così fondamentale, viene inghiottito dai pensieri del personaggio. Però può essere pure che io non ci abbia capito nulla. 😀

      • In questo senso è vero, non è fondamentale il ruolo sociale del principe. Concordo con te sull'”estremità” dei personaggi Dostoevskijani, e rimango sempre incantata (e anche un po’ spaventata) dal suo scandaglio introspettivo. ma proprio per questo, ogni volta che lo leggo, capisco che è il più grande.

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