Tra sottosuolo e sole

(Non) si diventa ciò che (non) si è.

“L’uomo di Kiev” (Bernard Malamud)

kiev

 “E adesso, che mi succederà” si domandava. Se mi succede qualcosa di male chi lo verrà a sapere? Tanto varrebbe che fossi morto. Ricordò il suocero e la moglie, ma non riuscì a vederseli accanto. Specialmente la moglie. Pensò a suo padre e sua madre, due ragazzi, nelle tombe invase dalla gramigna, e il loro destino non gli diede conforto. La sua innocenza umiliata lo riempiva di collera e sdegno. Era accusato ingiustamente, senza aiuto, incapace di dar prove della sua innocenza. E nessuno gli credeva. Di quale orrore l’avrebbero accusato la prossima volta? “Se mi conoscessero potrebbero dire queste cose?”. Cercò di capire quel che gli stava succedendo e di spiegarlo a sé stesso. Dopo tutto, era un essere razionale, e un uomo deve cercare di ragionare. Tuttavia, più ragionava meno capiva. Le cose familiari erano diventate pura malvagità. L’avvenire era greve di pericolo. Il fatto di essere ebreo, volente o nolente, non bastava a spiegare la sua sorte. Ricordare la sua vita o riempiva di odio, per com’erano andate le cose, e per come andavano. Campo facendo riparazioni, ma nella mia vita ho rotto più di quanto abbia aggiustato. Di che cosa l’avrebbero accusato ancora? Come può un uomo difendersi da certe atroci insinuazioni, dalle malignità e dalle accuse, se nessuno è disposto a credergli? Il panico lo divorava.”

(Bernard Malamud, “L’uomo di Kiev”, ed. Einaudi)

Sono arrivato a “L’uomo di Kiev” in maniera abbastanza casuale (ma cos’è poi il caso?), dopo aver letto alcuni brevi racconti di Malamud, pubblicati tempo fa in allegato a un quotidiano e rimasti per un paio di anni su uno scaffale della mia stanza. Avendo apprezzato quei racconti, quando mi sono trovato davanti al romanzo in una biblioteca, mi sono incuriosito e, letto la sintesi nella retro-copertina, mi sono deciso a prenderlo. Non me ne sono per nulla pentito, il romanzo mi è piaciuto.

Scritto nel 1966 e premiato anche con il “National book Award”  e il “Premio Pulitzer per la narrativa”, “L’uomo di Kiev” (titolo originario “The Fixer”) trae spunto da una vicenda reale e narra lo sconcertante caso giudiziario di Yakov Bok, ebreo russo che paga con la propria pelle l’antisemitismo dilagante. Il teatro del romanzo è la Russia pre-rivoluzionaria del 1911, attraversata da tensioni sociali che fomentano il razzismo nei confronti degli ebrei, ottimo capro espiatorio in diversi momenti della storia mondiale, come gli orrendi eventi della seconda guerra mondiale confermeranno da altre parti. Yakov è “l’uomo di Kiev” perché ha scelto Kiev come meta di un suo possibile riscatto sociale. Vive in un paesino, si arrangia come tuttofare ma nella sostanza è senza un lavoro, divide la sua misera abitazione con suo suocero, dopo che la moglie, Raisl, l’ha abbandonato per fuggire con un altro uomo. Yakov, giunto a Kiev convinto di trovare una via di scampo alle proprie difficoltà, riesce inizialmente a trovare persino un lavoro, grazie a un caso fortuito; salva la vita a un ubriaco e questi, che è padrone di una fabbrica di mattoni, gli affida un incarico di rilievo.

Yakov, però, è costretto subito a mentire. L’uomo è un antisemita, Yakov non può rivelargli la propria reale identità e assume un nome falso. Nascondersi, però, non serve, anche perché più ci si nasconde, più si è costretti a nascondersi, si è presi da una spirale di menzogne che portano a vergognarsi anche di sé stessi. Yakov non potrebbe neanche vivere nel quartiere dove sta, proibito agli ebrei; peraltro lui, che pure sarà arrestato, benché innocente, proprio perché ebreo, e in quanto ebreo perfetto colpevole di un orrendo crimine compiuto su un fanciullo, avverte la propria diversità. Yakov non è un religioso, la sua fede è stata minata dalle avversità dell’esistenza e si reputa un libero pensatore, un agnostico, tutt’al più può credere nel “Deus sive natura” di Spinoza. Eppure, per la mentalità razzista e superstiziosa dei suoi aguzzini, egli è un ebreo e solo questo basta, a loro, per ritenerlo l’assassino, nonostante contro Yakov non vi siano prove, se non quelle costruite ad arte da testimoni falsi e un pubblico ministero tutt’altro che obiettivo. Nonostante la presenza di un giudice istruttore più razionale e meno antisemita, il destino di Yakov è segnato: carcere duro, nella snervante, umiliante attesa di un processo che sembra essere rinviato all’infinito e che oltrepassa la sua persona. Yakov, infatti, che pure non sa nulla di quanto accade nel mondo esterno, diviene un simbolo per chi vuole sterminare qualunque ebreo.

Ho scritto che il romanzo è stato ispirato da una storia reale, così pare, ma a prescindere da questo, e anche astraendo dal contesto storico-temporale, cioè dalla Russia dell’epoca e dalla questione ebraica (che pure è uno degli elementi fondanti del romanzo stesso), ritengo che Malamud, in questo libro, sia riuscito a raccontare una storia d’ignoranza, superstizione, razzismo, ma anche a offrire spunti di riflessione sulla sofferenza individuale, sul dolore che la finzione comporta per chi si trova costretto, dalle circostanze, a dover indossare una maschera che altri hanno colorato per lui, e infine sulla strenua lotta per la libertà, fisica ma direi soprattutto mentale, di chi non vuole piegarsi, a costo di pagarne lo scotto più duro.

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10 pensieri su ““L’uomo di Kiev” (Bernard Malamud)

  1. Malamud. Un poeta che sa parlare di vita come narrasse una favola.

  2. Concordo con Vagoneidiota. Non ho ancora letto L’uomo di Kiev, ma grazie ad altre opere ho avuto la fortuna di conoscere questo grande scrittore.

  3. Malamud è da troppo tempo sul comodino: devo rimediare!

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